Mostre in studio
Perché l’arte in studio? Perché portare le forme e i colori tra regole e numeri? Non siamo matti, non siamo pionieri, ma siamo fatti di passioni e mestiere, di pensieri e confronti, di sangue e di terra come gli altri. Come tutti.
Non siamo isole, come non è nessun uomo, neanche all’interno di sé stesso, perché nessuno è fatto di un pezzo solo, ma di mille tessere. E uno studio professionale è lo stesso: un’unione di donne e uomini e di ciò che sono fatti, ognuno con i propri pezzi, le proprie mancanze, le proprie complessità. Non isole, quindi, ma alberi di una foresta in cui scambiare sostanza e ossigeno: prestare i muri di un ufficio è un po’ come abbatterli (i muri, non gli alberi) per unirsi a ciò che sta al di fuori.
Ci piace pensare ai nostri studi come una sorta di nuovo Cabaret Voltaire e le mostre che ospitiamo uno spettacolo dada. Come i dadaisti, viviamo in tempi complicati a cui non ci rassegniamo e non accettiamo il ruolo in cui spesso siamo (e talvolta ci siamo) relegati. Come i dadaisti abbiamo smesso di credere alla definizione delle cose partendo da un unico punto di vista, convinti del legame di tutte le cose fra di loro, convinti della complessità.
Siamo seguaci dell’ironia, delle idee, delle persone. Di tutto ciò che fa della nostra professione un centro di scambio, di studio e di vita. Tutto ciò che nel tempo, spesso, abbiamo un po’ perso per strada e che abbiamo voglia di ritrovare. Nella storia sono stati più spesso gli artisti che gli economisti ad avere le antenne sul mondo. E noi vogliamo essere ispirati da loro.
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