Verso una nuova economia della cultura: contemporanea, consapevole, sostenibile

di Franco Broccardi

La Regione Veneto, poche settimane fa, ha approvato una legge regionale[1] a sostegno dei progetti a beneficio comune promuovendo la messa a disposizione per tali progetti di immobili e terreni da parte delle pubbliche amministrazioni per la realizzazione dei progetti stessi, oltre che prevedendo appositi bandi regionali e priorità nell’accesso ai fondi o nei bandi regionali alle imprese che hanno effettuato investimenti nei progetti a beneficio comune. La legge, inoltre, favorisce la promozione e l’organizzazione di giornate ed eventi informativi sulle proposte e sullo stato di realizzazione dei progetti a beneficio comune, nonché promuove protocolli con le Università o altri soggetti, pubblici o privati, al fine di supportare le realtà produttive venete nella conoscenza degli standard di valutazione e di misurazione dell’impatto che i progetti a beneficio comune generano nel contesto economico, sociale o ambientale di riferimento.

Un piano di azione in linea con quello europeo che, solo per parlare degli ultimi giorni, ha approvato formalmente la direttiva sulla Corporate sustainability due diligence[2] e adottato le conclusioni su A competitive European industry driving our green, digital and resilient future[3] in cui l’economia sociale è, a pieno titolo, un cluster industriale di maggior rilievo.

Il periodo storico in cui abitiamo ci pone di fronte a una situazione per cui il finanziamento delle attività culturali deve giocoforza essere riconsiderato e la cultura, anche e proprio per la propria capacità di creare impatti radicalmente sociali in popolazioni e territori, di tutto questo non può non tenere conto.

Da un lato i cambiamenti di orientamento politico che hanno aumentato la loro frequenza evidenziano la necessità di svincolarsi dal cappio del finanziamento pubblico sempre più incerto e da sempre legato a scelte politiche estranee al settore così come allo stesso modo serve rivedere le logiche che vedono nei bandi il sistema naturale di finanziamento e che per certi versi hanno “drogato” un sistema che ha, invece, la necessità di ripensarsi in termini di efficienza e confronto.

D’altro canto, per gli stessi motivi, non può essere certo sufficiente sperare in una implementazione delle politiche fiscali di sostegno sia alla domanda che all’offerta culturale e questo presuppone un nuovo approccio attraverso un coinvolgimento attivo di tutti gli attori e sovverte, in una certa misura, le logiche del fundraising.

L’idea di eccezione culturale non ha senso se non nell’idea dello straordinario potenziale che la cultura ha di contribuire al benessere sociale, alla crescita individuale e collettiva, al welfare. Immaginarla come qualcosa a sé stante è certamente miope e poco sostenibile e proprio sulla sostenibilità, invece, è dove si gioca la partita della sopravvivenza.

La necessaria ibridazione che coinvolge i settori profit e non-profit, lo sviluppo delle imprese sociali da un lato e di società benefit, B-corp e comunque dell’impegno nel perseguimento degli SDGs dall’altro rappresentano una realtà con cui fare i conti oltre che una opportunità.

Nel rapporto pubblico-privato e in quello tra imprese e operatori culturali, nell’idea che ogni azione deve avere in sé il senso di comunità, di beneficio comune sta la chiave della sostenibilità.

La sostenibilità economica della cultura passa attraverso la capacità di esprimere valori condivisi e di valutarne l’impatto mediante l’elaborazione di bilanci sociali sempre più precisi e necessari sia come strumento di autoanalisi in grado di produrre maggior consapevolezza delle proprie risorse e di produrre impatti, delle potenzialità e anche dei limiti dell’ente che lo produce che come strumento narrativo particolarmente efficace, potenziato proprio dalla consapevolezza di cui sopra, in grado di creare maggior coinvolgimento e partecipazione all’interno della comunità degli stakeholders e, di conseguenza, di attribuire un vantaggio competitivo sul “mercato” dei finanziamenti.

Il fine tradizionale delle società commerciali negli ultimi anni si è arricchito in maniera incrementale di componenti e azioni con finalità sociali. La Corporate Social Responsibility (CSR), e negli ultimi anni il concetto di sostenibilità, sono diventati elementi imprescindibili per l’attività d’impresa, muovendo dall’idea che il successo durevole di un’organizzazione dipenda dal bilanciamento degli interessi dei soci (shareholders) con quello di tutte le parti interessate (stakeholders).

Oggi, non si può più tenere in considerazione solo il valore economico ma assume sempre maggiore rilevanza l’impatto sociale delle attività d’impresa cosicché l’interesse delle imprese è sempre più rivolto a questi e agli aspetti reputazionali e di responsabilità sociale. E per questo, a maggior ragione, ha senso parlare oggi anche di Cultural Responsibility, considerate le potenzialità della cultura nelle azioni di responsabilità sociale, come capitali investiti e risultati relazionali.

Oltre agli indubbi benefici che l’integrazione della responsabilità sociale nella strategia di business comporta, bisogna anche considerare i crescenti obblighi in termini di rendicontazione di sostenibilità che il legislatore europeo sta introducendo per un numero sempre maggiore di imprese, che rendono ormai impossibile per le organizzazioni evitare questo tipo di ragionamenti.  

In questo contesto, gli interventi in ambito sociale e culturale si pongono come strumenti attraverso cui le imprese possono avere un impatto diretto e positivo sulla comunità di riferimento, avendo la possibilità non solo di contribuire al miglioramento della società, ma anche di ricavare vantaggi in termini di performance aziendali.

La sostenibilità economica della cultura si intreccia così con quella sociale delle imprese. Così come la sostenibilità economica delle imprese è sostenuta da quella sociale degli operatori culturali.

La cultura troppo spesso viene associata al tempo libero, al turismo, con l’idea, al di là delle convinzioni degli operatori, che gli artisti siano solo quelli che “ci fanno tanto divertire”, per citare un ex presidente del consiglio. Nulla di più sbagliato ma certamente se questa è l’idea diffusa è forse anche di chi ha scelto di sentirsi speciale e migliore e non, invece, un agente di crescita e cambiamento.

Tutto questo porta in dote l’idea che il lavoro culturale possa non essere retribuito e che esiste principalmente in chiave volontaristica. L’associazione cultura=non profit=gratis, largamente propugnata anche dagli stessi operatori culturali contribuisce al malinteso ed è sbagliata per due motivi.

Innanzitutto, perché non profit non significa di per sé che il lavoro non debba essere retribuito, riconosciuto e tutelato. Anzi. E poi perché i confini della cultura sono ampi e i settori che agiscono anche con scopo di lucro (cinema, musica, editoria…) sono quelli che hanno modelli di governance e di business più solidi. Ma sono scelte individuali e in partenza nessuna è sbagliata.

La “legge” sulle Imprese Culturali e Creative (ICC)[4] può essere una grande opportunità perché mette al centro l’attività e non l’attore, l’oggetto e non il soggetto, il fine e non il mezzo.

Al netto di benefici fiscali che continueremo a chiedere la collaborazione con il pubblico dovrà quindi vertere su temi come una riforma delle fondazioni di partecipazioni che ne renda più efficiente la governance, lo sviluppo su larga scala dei partenariati speciali, una riforma dell’art bonus che ne ampli la platea dei beneficiari e i settori di applicazione mantenendo allo stesso tempo la facilità di fruizione, l’assenza di burocrazia e la certezza dei controlli così come la possibilità di cessione del credito che favorirebbe l’impegno di benefattori stranieri al momento impossibilitati al beneficio della norma.

Ma come detto è soprattutto nel rapporto con i privati a partire dalla coprogettazione in luogo di pure sponsorizzazioni, nella capacità di considerare bilanci sociali e bilanci di sostenibilità come fondamentali strumenti di analisi e relazione o nell’utilizzo senza preconcetti di strumenti giuridici e di governance innovativi che si favorirà lo sviluppo di un settore economicamente rilevante ma che ha sempre sofferto di una endemica precarietà che sarebbe ora di debellare definitivamente.

 


[1] https://bur.regione.veneto.it/BurvServices/pubblica/DettaglioLegge.aspx?id=528228

[2] https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2024/05/24/corporate-sustainability-due-diligence-council-gives-its-final-approval/

[3] https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-10127-2024-INIT/en/pdf

[4] Art. 25 L. 27 dicembre 2023, n. 206 https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2023/12/27/23G00221/sg