di Franco Broccardi

Pubblicato in ÆS Arts+Economics n°1, Luglio 2018

Questo numero di ÆS tratta di gallerie e case d’asta, di due degli assi portanti del settore dell’arte. Due pilastri fondamentali senza i quali tutto crolla. L’attività di galleria d’arte è sempre stata quella di commercio, talent scout e promotore. Di mentore e nume tutelare. Di crocevia di passioni e interessi. Lo fu Leo Castelli fin dai suoi esordi a New York, lo sono ancora oggi le piccole gallerie milanesi. Ma niente rimane uguale a sé stesso: cambiano i tempi e i ruoli, spesso mischiandosi. Il successo, però, deriva sempre dall’intuizione e dalla passione (la fortuna, poi, non guasta) e non può essere frutto di sola finzione, moda passeggera o, peggio, inganno.
Le gallerie d’arte, dicevamo, e come loro le case d’asta: il futuro del mercato passerà ancora da loro, ma a due condizioni.
La prima è quella di un reale rinnovamento, di una crescita tanto economica quanto culturale. Di diventare operatori moderni e trasparenti. Di essere al servizio di un mondo sempre più complesso e che non è certamente quello di cinquant’anni fa. Neanche di dieci, a dire il vero.
La seconda non dipende da loro ma da chi decide le regole del gioco. Da chi può dotare un sistema così importante e delicato, così troppo spesso incompreso anche nella sua portata sociale, culturale, economica.
Mercato è un termine vago e troppo spesso usato in termini contraddittori. Il mercato dell’arte, e questo è certo, è fatto da milioni di appassionati, non solo da pochi, ricchi collezionisti. Da gente che lavora per guadagnarsi anche la possibilità di possedere un’opera d’arte. Da gente che vorrebbe conoscere il prezzo di ciò che desidererebbe/potrebbe comprare senza per questo sentirsi in imbarazzo, per non dire rifiutata. Le gallerie devono diventare luoghi inclusivi, comunicare meglio e, come ha raccomandato Marc Spiegler, direttore di Art Basel, «eliminare liste d’attesa e receptionist poco sorridenti».
Se, poi, da un lato l’aspetto «fisico» delle gallerie è imprescindibile e deve essere curato per attirare il pubblico e non per creare una esclusività snob che non ha più ragione d’essere, d’altro canto il mercato vive anche dell’ubiquità della rete. Le case d’asta hanno già cominciato a capire l’importanza e la potenza di Internet per i propri affari. Negli ultimi dieci anni, quasi tutte le case d’asta hanno aperto un sito e buona parte accetta offerte online: nel 2005 quasi nessuna. Le trattative concluse tramite siti sono cresciute in maniera esponenziale e gallerie e case d’asta dovranno fare i conti con blockchain e realtà virtuale che di virtuale, a ben vedere, ha solo l’infrastruttura e che può garantire un’impressionante presenza. Con un’attenzione: credibilità e competenza valgono anche in questo strano mondo che amplifica ogni cosa.
Infine, come per ogni azienda (o quasi) di ogni settore (o quasi) anche chi opera nel mercato dell’arte non può più prescindere dal varcare i confini nazionali. C’è un mondo là fuori. Chi ci va fisicamente partecipando a fiere da scegliere con cura e chi, ancor più strutturalmente, aprendo una propria sede all’estero. Chi, come detto sopra, approfittando della visibilità della net-economy. Certamente ogni singola azione da sola non può avere successo ma deve essere organizzata da una strategia di crescita complessiva. Le opportunità sono molte, la richiesta esiste, lamentarsi non serve. Serve fare.

La leva fiscale

La sopravvivenza delle gallerie e delle case d’asta in Italia, ancor più che altrove, è un affare complicato. Colpa di un mercato difficile, certamente, e colpa, anche, di una sua scarsa comprensione da parte di chi questo mercato dovrebbe cavalcarlo come un’onda e che invece spesso se ne è lasciato travolgere.
Detto questo, però occorre far una riflessione su quello che è il campo su cui si gioca la partita, sul tavolo normativo che condiziona il mercato. Su quello che la politica, se illuminata e lungimirante, può fare. Perché la bellezza, di qualsiasi cosa sia fatta, non ha prezzo, ma le opere d’arte sì. E questo fatto, così terreno e materiale, non è alieno da conseguenze. Terrene e materiali, appunto. E fiscali, anche…
Il quadro è attualmente confuso e con effetti distorsivi per un mercato come quello italiano già di per sé soggetto a incertezze e più orientato alla staticità piuttosto che alla vivacità degli scambi. Un mercato in cui, tra regime del margine, diritto di seguito e altri ammennicoli è il prezzo finale non è mai certo e le conseguenze dell’acquisto lo sono ancora meno.
Il contesto nazionale, quindi, nel suo complesso non invoglia all’acquisto, da una parte, e, dall’altro, risulta scoraggiante per chi voglia entrare in questo mercato. Scontiamo, certamente, una tassazione superiore a quella dei mercati concorrenti, dando un’immagine poco attrattiva per i possibili investitori e perdente in termini di concorrenza.
E se è vero che una defiscalizzazione della materia, è di certo auspicabile e oltremodo necessaria, non potrà da sola portare sostanziali benefici se non introdotta in un più ampio programma di semplificazioni che favoriscano e snelliscano le transazioni, trasformando l’attuale incoerente sistema in uno semplice da conoscere e applicare (e, di conseguenza, da controllare).
Il mercato è come Beyeler definì le sculture di Calder1: solide e in movimento ma sempre delle sculture di Calder2 . Non immutabile ma bisognoso di sistemi e metodologie, di tecnica che ne garantisca un movimento sicuro e coordinato. Senza tornare per forza indietro, si può tornare a vivere l’arte come emozione ed esperienza e non più come bene rifugio lontano dalla propria origine.
Occorre ripensare (e pensare davvero) il sistema dell’arte e della cultura in genere. In Italia questo significa muovere le leve fiscali per favorire gli scambi e farli emergere dalle acque melmose in cui troppo spesso navigano, così come altrove occorre scardinare il sistema dei porti franchi che hanno perso il loro senso originario. Serve dare semplicità e chiarezza. E non sempre serve inventare ma talvolta basta osservare.
E così, ad esempio:
• abbassare dell’aliquota IVA sulle importazioni di opere d’arte dal 10% al 5% • applicare l’IVA ridotta sulle importazioni anche da parte soggetti non residenti che importano opere in Italia
• diminuire l’IVA sulle cessioni da artisti, eredi e legatari al 5%
• sulla scorta dell’art bonus riconoscere un credito d’imposta pari al 65% del costo di acquisizione di opere originali di artisti viventi esibite al pubblico per il periodo corrispondente all’esercizio di acquisizione e i seguenti quattro anni
• detassare i ricavi derivanti da cessione di opere d’arte se reinvestiti in altre opere entro 12 mesi
• tassare le plusvalenze derivanti dalla cessione di opere d’arte realizzate entro cinque anni dall’acquisto da persone fisiche determinando la plusvalenza tenendo conto dei costi sostenuti e inerenti alla produzione del reddito o, in alternativa, determinando la plusvalenza su cui applicare l’aliquota nella misura forfettaria del 40%
• introdurre una sorta di voluntary disclosure per l’emersione del magazzino sommerso
• prevedere la possibilità di portare in ammortamento le opere acquistate dai soggetti passivi d’iva
• applicare una esenzione sui ricavi derivanti dalla cessione di opere a musei, biblioteche e archivi pubblici e opere il cui prezzo di vendita sia inferiore a € 10.000.
Ma anche agire, ad esempio, per la creazione di settori bancari specializzati nel finanziamento degli operatori così come dell’art lending incentivando l’imprenditoria e l’educazione culturale.
C’è un vasto e diffuso interesse affinché il sistema culturale e quello dell’arte possano essere dotati di un sistema normativo attrattivo rendendo il comparto un traino per l’economia nazionale. La figura del mecenate deve essere rivalutata e potenziata così come quella di chi opera professionalmente per lo sviluppo di questo mercato.
Forse, se tutto questo accadrà anche attori del mercato stranieri decideranno di investire in Italia così come storici galleristi come Fabrizio Moretti, che hanno scelto di operare all’estero non la considereranno una strada senza ritorno. Già oggi, infatti, alla nostra domanda se, «al variare delle condizioni, potreste considerare di riaprire?» rispondono: «Vedremo. Se l’Italia diventerà un paese stabile che offrirà garanzie, perché no?».

Franco Broccardi è dottore commercialista, partner dello studio BBS-Lombard. Esperto in economia della cultura, art management e gestione e organizzazione aziendale, ricopre incarichi come consulente e revisore di musei, teatri, gallerie d’arte, fondazioni e associazioni culturali. Per il CNDCEC coordina il gruppo di lavoro Economia e cultura ed è membro del gruppo di lavoro Arte e Cultura dell’Associazione Economisti e Giuristi Insieme costituita dal Consiglio Nazionale del Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, dal Consiglio Nazionale Forense e dal Consiglio Nazionale del Notariato oltre che della commissione Fisco e Finanza di Federculture.

Note

(1) Ernst Beyeler (2003), La passion de l’art. Entretiens avec Chistophe Mory, Gallimard, Paris