Un meeting non è un incontro
di Alessandro Giazzi
Pubblicato in AES Arts+Economics 23 "Incontri e persone"
E’ all’interno di una coincidenza, di un caso fortuito, che avviene un incontro. Se ci pensate bene, un incontro non è mai pienamente organizzato. Voluto, cercato, pianificato. Anche quando sembra esserlo. Non sto parlando di appuntamenti, infatti.
In questo momento sto pensando molto al mio lavoro di Head-hunter. Vivo in mezzo alle relazioni: incontro candidati, aziende, persone ogni giorno. Apparentemente tutto potrebbe sembrare costruito dentro un processo ordinato: un annuncio pubblicato, una ricerca diretta, una candidatura ricevuta, una chiamata fissata, un colloquio calendarizzato. Eppure, dentro ogni incontro, esistono infinite possibilità che non si compiono. Sono film senza un finale.
Che probabilità c’è che proprio tu intercetti quell’annuncio? E che, tra centinaia di profili, io decida di chiamare proprio te? Sono probabilità basse, bassissime. Ed è qui che l’incontro smette di essere semplice organizzazione e diventa qualcosa di più difficile da spiegare. Non parlerei nemmeno di casualità. C’è una forma di imprevedibilità che rende ogni incontro umano unico e irripetibile.
Ma perché un incontro sia davvero tale, credo servano due movimenti simultanei.
Il primo riguarda l’Io. Ogni volta che incontro qualcuno, in qualche modo incontro anche me stesso. L’altro diventa uno specchio inatteso: mi mostra fragilità, rigidità, possibilità, parti inesplorate della mia identità. A volte basta una frase, uno sguardo, persino una divergenza, per comprendere qualcosa che fino a quel momento era rimasto silenzioso.
Poi c’è il secondo movimento: il Tu. Perché un incontro non esiste davvero se non siamo capaci di vedere chi abbiamo davanti. Riconoscerlo. Considerarlo. Lasciargli spazio.
Ed è qui che torno inevitabilmente al mio lavoro. C’è un errore che noto spesso quando incontro candidati in valutazione per una nuova opportunità professionale: molti affidano completamente all’altro il compito di essere capiti. Si aspettano che l’interlocutore colga automaticamente sfumature, potenziale, profondità. Ma un incontro non funziona così. Un incontro è una relazione, un equilibrio reciproco. Ognuno deve fare la propria parte. Se voglio essere riconosciuto, devo anche essere capace di raccontarmi.
In fondo, da ogni incontro ci aspettiamo tutti la stessa cosa: essere visti davvero.
Anche perché un incontro fatto male lascia tracce. A volte perdiamo occasioni importanti. Altre volte lasciamo negli altri un ricordo superficiale di noi stessi. E soprattutto rischiamo di non comprendere chi avevamo davanti.
Questo tema mi fa pensare ai bambini, e quindi a noi, quando lo eravamo. La loro identità si costruisce anche attraverso il modo in cui percepiscono di essere guardati. Se oggi possediamo una certa dose di autostima, molto probabilmente la dobbiamo anche a qualcuno che, nel corso della nostra vita, ci ha fatti sentire riconosciuti.
Ed è forse questo il cuore dell’incontro: ricevere riconoscimento. Sentire che qualcuno, anche solo per un attimo, ci restituisce un’immagine di noi che conferma la nostra esistenza.
Per questo credo che dovremmo anche stare attenti alle parole che usiamo. Un meeting non è un incontro. Un meeting occupa un tempo dato, un incontro lavora sull’infinito.
Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, Alessandro Giazzi lavora nel mondo HR da circa vent’anni. Si occupa di Executive Search, Assessment & Development Center e progetti di Advisory orientati all’analisi organizzativa delle aziende. Affianca le aziende imprenditoriali e multinazionali per supportarle nella ricerca e selezione di figure Executive, in quel punto di confine molto delicato in cui le competenze tecniche da sole smettono di bastare e diventano decisive le architetture umane: leadership, motivazione, visione, equilibrio, potere, appartenenza. Nel mondo Advisory accompagna, invece, le organizzazioni nella lettura delle proprie dinamiche interne, dei modelli di funzionamento e delle relazioni che ne determinano efficacia, performance e capacità evolutiva. “Credo – dice – che ogni azienda, prima ancora di essere una struttura economica, sia un sistema umano complesso da comprendere, valorizzare e far crescere nel tempo”.
