di Paolo Pileri

Pubblicato in AES Arts+Economics 22 "Paesaggio"

«Le variazioni della superficie del rilievo determinano le proprietà spaziali del paesaggio e in parte anche il carattere. Gli aspetti “selvaggi” o “amichevoli” sono quindi funzioni del rilievo, benché ad accentuarli o a contraddirli possono intervenire la testura, il colore e la vegetazione. I termini “testura” e “colore” si riferiscono alla materia del suolo, ossia alle componenti variabili di sabbia, terra, pietra, erba, acqua, mentre la vegetazione indica gli elementi aggiuntivi che ne trasformano la superficie». Queste parole, che ho vissuto come la scoperta di un mondo nuovo, sono di Christian Norberg-Schulz, l’autore di Genius Loci (1979[1]), libro che per decenni è stato tra le letture irrinunciabili per la formazione di architetti e urbanisti. Parole che colpiscono per la loro capacità di mettere in piena luce quel che non si vede ma c’è. Quel che si pensa secondario ma che invece è cruciale. Il paesaggio mi era stato raccontato come qualcosa frutto dell’uomo. Quello agrario aveva sì a che fare con il suolo, ma solo per via di come veniva segnato e disegnato dalle lavorazioni agricole e di bonifica. Invece in Genius Loci Norberg-Schultz coglie qualcosa che va al di là dell’azione dell’uomo e ha a che fare con la materia del suolo, con la sua pasta minerale e organica. La prima dipende dalla composizione dei minerali di base da cui si sono originati i suoli nei miliardi di anni della loro storia pedogenetica: sabbia, limo e argilla. La composizione è anche chiamata tessitura dei suoli, la parola che troviamo nel libro, sebbene un po' storpiata, in ‘testura’. Studiando i suoli abbiamo impariamo che a seconda della presenza prevalente dell’uno o dell’altro minerale i suoli non solo sono classificati in modo diverso, ma si comportano in modo diverso, ad esempio nei confronti dell’acqua. La sabbia è molto drenante, l’argilla molto impermeabile. Ad ogni tessitura differente corrispondono anche condizioni ecologiche diverse a cui si adattano meglio alcune specie animali e vegetali, secondo combinazioni infinite. Ed ecco che una vegetazione piuttosto che un’altra colonizzeranno più facilmente quel terreno, mentre l’altro, proveniente da una storia pedologica diversa, si vedrà colonizzato da altre specie vegetali. La lucidità con la quale Norberg-Shultz distingue il suolo dalla vegetazione, citando due sue caratteristiche cruciali – testura e colore –, non deve sfuggirci perché è figlia di una familiarità con il suolo che non è scontata alle nostre latitudini. Dalle noi, purtroppo, lo studio dell’ecologia è stata cosa più rara che nei paesi freddi del nord Europa. Questo ci ha spesso portati a confondere il suolo (soil) con il territorio (land) e le sue coperture verdi. Ma i prati, gli arbusteti, le siepi, i filari, i boschi, i campi coltivati sono soprassuoli ovvero coperture e usi del suolo che sono altro dal suolo. Lo sguardo di Norberg-Shultz non fa confusione: tiene suolo e vegetazione su due piani separati. Ma il nostro sguardo sul paesaggio non si è formato sulle conoscenze di ecologia, men che meno di ecologia dei suoli. Quando vediamo il suolo nudo siamo istintivamente spinti a dire: “là non c’è niente”. Non avendo familiarità con il significato di tessitura, struttura, colore e architettura dei suoli, non riusciamo a costruirne una narrazione appropriata e ci viene più facile fondere i suoli con i soprassuoli. Ancor meno colleghiamo istintivamente il suolo al paesaggio. Per superare questo limite avremmo bisogno di un accompagnamento, una voce o una lettura, che ci racconti e spieghi cosa è il suolo e perché è così bello. D’altronde una chiara visione delle cose, ci insegna Aldous Huxley, giunge dall’incontro tra una sensazione precisa e una percezione corretta. A sua volta la percezione è collegata alle esperienze accumulate da un individuo, attraverso conoscenza e memoria, altrimenti si rimane ipovedenti e del paesaggio si coglie a mala pena solo il visibile. “Camminando per un bosco un cittadino sarà cieco davanti a una quantità di cose che verranno colte senza difficoltà dal naturalista” (Huxley, 1943[2]). Abbiamo bisogno di mentori e mediatori del suolo che diano voce alla terra e ci aiutino a vederla. Viviamo in città troppo piene di cemento fatte da un’urbanistica che ha cancellato il suolo. Come fare a collegarli ai paesaggi naturali se non ne capiamo ruolo cruciale e bellezza? Per Hans Jenny, noto pedologo svizzero, una spiegazione possibile di tanto maltrattamento del suolo risiede proprio nel fatto che non si riesce ad apprezzarne la bellezza. Usava proprio la parola ‘bellezza’, inconsueta per chi parla di suolo. Anzi solitamente la terra la si ritiene sporca. Da bambini impariamo a lasciare le scarpe fuori casa per non sporcare i pavimenti. Bisogna quindi lavorare a disvelare le tante bellezze del suolo. Una la potremmo scoprire se ci mostrassero i suoli per quello che davvero sono: un volume e non una superficie, un profilo e non un piano (Pileri, 2024[3]). I suoli si sono formati, prevalentemente, per lente deposizioni di strati su strati, nei milioni di anni passati (pedogenesi). Se scavassimo una buca realizzando una parete ben dritta, ne ricaveremmo una pagina verticale dove leggere le stratificazioni millenarie dal nome affascinante e misterioso: orizzonti. Partendo dall’alto verso il basso incontriamo l’orizzonte O della lettiera: pochi centimetri costituiti in prevalenza da accumuli di foglie, rametti, frutti marcescenti, deiezioni, noccioli, residui animali, insetti morti, uova e tantissimi altri residui, oltre a tanta umidità. Più sotto, il primo strato di suolo, di 15-20 centimetri, chiamato A. È assai fertile ed è costituito dal prezioso humus, una matrice a prevalente concentrazione organica (fino al 15% in peso) oltre a minerali e acqua. Gli orizzonti O e A sono di solito più scuri per via del loro forte tenore di sostanza organica (carbonio). Forse questo ci aiuta a capire il riferimento al colore a cui faceva cenno Norberg-Schultz ammirando i suoli arati nel senese. L’orizzonte A è anche chiamato top soil: ha ottima permeabilità, elevata porosità ed è leggero (1,2-1,4 tonnellate per m3). Sotto l’orizzonte A il suolo comincia a risentire del peso soprastante e la pasta si fa più densa, la permeabilità diminuisce al punto che l’acqua fa più fatica a scorrere e finisce per restare più intrappolata in questo strato. È l’orizzonte B che costituisce spesso una buona riserva idrica per le piante che lo sanno e si avventurano là sotto sia per ancorarsi, sia per assicurarsi l’acqua necessaria anche quando la siccità le tormenta. Più sotto ancora, lo strato C che può presentare una pasta pedologica cosparsa da lenti di ghiaia, sassi sparsi, pietre, sabbie di grossa granulometria che lo rendono più permeabile lasciando scappare via l’acqua verso le falde profonde. La sequenza pedologica O-A-B-C è, a modo suo, un paradigma paesaggistico, aperto a differenti variazioni e interpretazioni: dalla più elementare, come quella qui ricordata, a quelle più complesse e varie come la natura vuole. I pedologi studiano le variazioni sul tema e da queste fanno congetture sui caratteri dei paesaggi di millenni e millenni fa. Già perché architettura, struttura e tessitura dei suoli sono anche una sorta di nastro registratore capace di farci ascoltare come era il nostro pianeta all’inizio del tunnel del tempo.
A proposito di profili di suolo e di bellezza, basta sfogliare l’atlante[4] che Walter Kubiëna, pedologo, commissionò a due acquerellisti per rendersene conto. Se li guardiamo tutti assieme (fig. 1), l’impressione che subito ne trarremo è quella di una strabiliante varietà che, come Kubiëna fa capire, è sostegno a un’altrettanta varietà di soprassuoli vegetali. Una biodiversità che regge un'altra biodiversità, un po' come Atlante regge il mondo sofferente sulle sue spalle. L’una non esisterebbe senza l’altra. L’una si mostra anche per ricordarci che esiste quella sotto, ed entrambe sono connesse e parte di un’unica natura. L’intuizione di Kubiëna sarà confermata decenni dopo quando la scienza dirà che il 30% della biodiversità presente sulle terre emerse si trova proprio nei primi 30 centimetri di suolo, se sano. Ogni paesaggio naturale deve forma e bellezza a quel che c’è sotto e che non vediamo: l’invisibile suolo. Forse potremmo dire che il suolo fa da introduzione a ogni paesaggio naturale.

Alla luce del forte legame tra paesaggio e suolo, il consumo di suolo è interpretabile come una cancellazione irrevocabile del paesaggio naturale e dei suoi ingredienti vitali – massa, organizzazione ed energia – che tengono attive e reattive le tante funzioni ecosistemiche del suolo. Consumando suolo consumiamo per sempre quegli ingredienti e non avremo più la possibilità di ripristinare le condizioni di partenza. I suoli non sono resilienti, almeno non in un periodo di tempo paragonabile ai cicli di vita che conosciamo. I suoli non sono neppure rinnovabili: la loro dinamica spontanea di rigenerazione richiede 2000 anni per crescere di soli 10 cm. I suoli sono ecosistemi fragili e multifunzionali. Oltre a essere il motore primigenio dei paesaggi, regolano da sempre il clima; sono responsabili del ciclo delle acque; sono cruciali per garantire l’equilibrio di alcuni elementi vitali come carbonio potassio, azoto, fosforo, etc.; custodiscono una quota rilevantissima della biodiversità; producono cibo; consentono la nascita e la vita delle piante (e viceversa) grazie alle simbiosi fungine; sostengono gli insediamenti e ne hanno consentito la realizzazione fornendo spazi e materiali (almeno fin quando non è arrivato il cemento a spezzare il legame tra risorse locali e insediamenti).

A differenza però del paesaggio, da sempre riconosciuto e tutelato in Costituzione (art. 9), alla fragilità del suolo si aggiunge il non riconoscimento di una espressa tutela in Costituzione né in una legge nazionale. Consentitemi un piccolo excursus in merito. Sebbene la legge costituzionale 11 febbraio 2022 n. 1 abbia modificato l’articolo 9 impegnando la Repubblica a tutelare “l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”, purtroppo il suolo non è formalmente riconosciuto come ecosistema pertanto potrebbe non rientrare nella tutela così come formulata nel nuovo art. 9. Infatti, il testo unico ambientale (L. 152/2006), all’art. 5 comma 1 punto v-quater, definisce il suolo come “lo strato più superficiale della crosta terrestre situato tra il substrato roccioso e la superficie. Il suolo è costituito da componenti minerali, materia organica, acqua, aria e organismi viventi”. Non dice che il suolo è un ecosistema e, tutto sommato, anche l’inclusione nella nozione di ambiente è deduttiva e non diretta. E visto che la Costituzione assegna allo Stato, all’art. 117 punto s), solo la tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali, questo ha forse favorito le Regioni, rispetto allo Stato, nell’aggiudicarsi la competenza legislativa sulla tutela e sull’uso del suolo. Così oggi sono le Regioni ad occuparsene, ognuna con la propria legge urbanistica, disciplina storicamente più familiare a considerare il suolo un supporto piano e spento sul quale pianificare le trasformazioni più che tutelarlo. Non è un caso che il consumo di suolo continui ad aumentare negli ultimi tempi al ritmo di circa 7-8.000 ettari all’anno (+8.370 nel 2024) con percentuali di artificializzazioni regionali che in taluni casi hanno superato il 12% (Lombardia), soglia ritenuta il limite oltre il quale si innescano vari problemi ambientali e di salute pubblica irreversibili (Röckstrom, 2015[5]). Peggio ancora a scala comunale dove l’indice di suolo consumato (o di artificializzazione) ha valori elevatissimi: 66,6% a Torino, 71,5% a Lissone (MB), 50,4% a Padova, 62,3% a Cattolica (RN), 43,5% a Bari, 40,8% a Cagliari e così via (SNPA, 2025[6]). Valori così alti mettono in pericolo anche la salute degli abitanti in quanto fenomeni come le isole di calore si sono acuiti parecchio per via dei cambiamenti climatici mettendo a rischio un numero crescente di persone fragili in città. Un processo urbanistico più simile a una macchina di popcorn impazzita. Coste, valli, pianure sono diventati in questi anni letteralmente dei «troppo pieni» (Tarpino, 2012[7]), zone di sacrificio che hanno prodotto in tanti un vero e proprio senso di spaesamento mai provato prima. E lo spaesamento è pur sempre una forma di invisibile violenza (Zamperini, 2023[8]) che si aggiunge alle forme patologiche che erodono benessere alla vita di tutti.
La buona notizia che potrebbe aiutare a invertire questa tendenza autodistruttiva connessa con la cementificazione di suolo e paesaggi, e con una salute compromessa nel 60% dei suoli europei, arriva dal regolamento europeo per il ripristino della natura (n. 2024/1991), approvato nel giugno 2024 per un solo voto di scarto, quello di Leonore Gewessler, ex ministro dell’ambiente austriaco che disubbidì coscientemente alla volontà del suo governo. Il regolamento riconosce il suolo come parte integrante degli ecosistemi terrestri (pt. 23 della premessa) e ciò potrebbe produrre effetti positivi anche sulle norme italiane che dovranno accettare – ci auguriamo – di riconoscere il suolo come ecosistema accelerando, si spera, la possibilità di approvare una legge di tutela del suolo, capace di fermarne il consumo. Oltre a questo, il regolamento introduce l’obbligatorietà al ripristino della natura ovvero alla realizzazione di aree verdi e alla ricostituzione degli habitat degradati. Per giungere a tale obiettivo (entro il 2050 la natura deve essere ripristinata tra il 30 e il 90% a seconda dei contesti territoriali) bisognerà agire rimuovendo superfici impermeabili e rigenerando suoli con opportune tecniche[9] (es.: tecnosuoli). Ci sono tutte le condizioni di una nuova prospettiva per nuovi progetti di paesaggio se, come speriamo, si avvieranno decine e centinaia piani e progetti di depavimentazione in ambito urbano seguendo quella proposta culturale che chiamammo convintamente ‘urbanistica del togliere’ (Pileri, 2025[10]). Tutto ciò è molto più possibile di quanto si pensi. Tanti sono gli spazi urbani che abbiamo inutilmente ed eccessivamente asfaltato obliterando l’ecosistema suolo e togliendo spazio alla natura, a tante funzioni ecosistemiche e alla salute degli abitanti. Ora è giunto il tempo del ripristino e di introdurre tante nuove abilità culturali, scientifiche e tecniche che dovranno collaborare interdisciplinarmente in nome di una vera transizione ecologica che è assai di più della deludente sostenibilità di cui continuiamo a parlare, ma con cui non siamo riusciti a impostare un cambiamento di pensiero e di stile di vita e non siamo usciti dal tunnel dello sfruttamento avido di suolo, natura e paesaggio. Ora abbiamo la possibilità di cambiare: dipende da noi.

Paolo Pileri è professore di pianificazione urbanistica al Politecnico di Milano, si occupa di Suolo e tutela del suolo. Autore di oltre 500 pubblicazioni, il suo libro "Dalla parte del suolo" (Laterza 2024) ha vinto il premio Parco Majella 2025 e Crocioni 2025


[1] Norberg-Schulz C. (1979), Genius Loci, Electa

[2] Huxley A. (1943, it. 1983), L'ARTE DI VEDERE, Adelphi

[3] Pileri P. (2024), Dalla parte del suolo. L’ecosistema invisibile, Laterza

[4] Kubiëna W.L. (1954), Atlas of Soil Profiles, Thomas Murby and Company

[5] Rockstrom J. e Klum M. (2015), Grande mondo piccolo pianeta, Edizioni Ambiente

[6] SNPA (2025), Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2025, Report ambientali SNPA, 46/2025

[7] Tarpino A. (2012), Spaesati, Einaudi

[8] Zamperini A. (2023), Violenza invisibile. Anatomia dei disastri ambientali, Einaudi

[9] Vedi Certini G. e Mastrolonardo G., La via della depavimentazione per riguadagnare il suolo perduto. E ridurre i rischi idraulici, in Altreconomia.it, 11 novembre 2024; https://altreconomia.it/la-via-della-depavimentazione-per-riguadagnare-il-suolo-perduto-e-ridurre-i-rischi-idraulici/

[10] Pileri P. (2025), L’urbanistica del togliere, in Quaderni della decrescita, n. 5, anno 2, maggio/agosto; https://quadernidelladecrescita.it/2025/04/30/lurbanistica-del-togliere/