di Arianna Testino

Pubblicato in AES Arts+Economics 21 "Quitting"

Quella dell’artista non è solo una professione, è un modo di essere, di osservare e rivedere i confini del reale, di tradurli in un linguaggio altro, intimo e potenzialmente universale. Quella dell’artista è un’identità non semplice da indossare, che, nel corso delle epoche, sin dalle più lontane, è finita nel mirino dello stereotipo, inducendo chi l’ha fatta propria a porsi domande sul significato di cui è intrisa.

Essere artisti è una condizione che supera i limiti del lavoro in senso stretto? E, soprattutto, si può smettere di essere artisti? Si può scegliere di imporre una battuta d’arresto volontaria a uno status che mette in dubbio le briglie delle definizioni e della carriera genericamente intesa?

Non si contano gli artisti che hanno rivolto lo sguardo all’essenza di un mestiere radicato nelle dinamiche di una quotidianità a sua volta plasmata dal gesto creativo, in un rapporto di doppio scambio foriero di contrasti, rifiuti, equilibrio e pienezza per chi ne è protagonista.

Non sono pochi, però, anche gli artisti che hanno accarezzato, e in alcuni casi messo in atto, la decisione di smettere. Smettere di “fare”, smettere di gravitare in un sistema percepito come ostile, smettere un ruolo, smettere una identità, appunto. Ma, ancora una volta, si può davvero smettere di essere artisti? E quali sono le ragioni che accompagnano una scelta così netta?

L’obiettivo di questo saggio è dare voce alle poetiche e alle decisioni di artisti che hanno impresso uno stop, momentaneo o irreversibile, alla loro pratica. Volutamente parziale, la disamina racchiusa nelle pagine a seguire si muove lungo una linea del tempo tesa fra la metà del secolo scorso e gli anni Duemila, individuando in Marcel Duchamp, Agnes Martin, Lee Lozano, Maurizio Cattelan, Jerry Saltz e Christian Frosi le personalità più adatte ad avviare un itinerario di (ri)scoperta degli artisti che smettono, con l’auspicio che questo sia solo il primo capitolo di una narrazione più ampia.

Oltre alle parole degli stessi artisti, a fare da bussola sono punti di ancoraggio tematici – dall’idea di controllo a quella di fallimento, dal binomio arte-vita al concetto di sottrazione – che scandiscono l’analisi trasversale di approcci e linguaggi diversi, ma accomunati dalla logica della fine, non obbligatoriamente definitiva.

Tuttavia è la Storia di oggi, quella che si srotola ogni giorno davanti ai nostri occhi, a rendere attuale il proposito di smettere e a ordinare le tessere di un mosaico ridisegnato dalla pandemia di SARS-CoV-2 e dalle sue conseguenze. Il fenomeno delle Grandi dimissioni ha portato alla ribalta il desiderio di interrompere carriere e professioni all’indomani di un evento epocale, che ha messo in pausa per mesi le attività e le abitudini del mondo intero.

Dallo stop globale a quello individuale il passo è stato breve: la portata della Great Resignation continua a essere oggetto di studio e a rimbalzare sulle pagine di pubblicazioni scientifiche e inchieste giornalistiche, realizzate attingendo da ambiti e discipline eterogenei. Smettere, oggi, è una risposta plausibile, contemplabile, accettabile.

Dalla ristorazione allo sport alla cultura, la tendenza ad allungare la propria vita lavorativa si è capovolta in un opposto deflagrante: il rifiuto di un ruolo, di un incarico, di un “posto” assegnato.

Negli Stati Uniti, ben quarantotto milioni di persone hanno deciso di licenziarsi nel 2021. Nel 2022 il numero è salito a cinquanta milioni e mezzo. È la Great Resignation, il fenomeno che ha indotto milioni di persone a lasciare il lavoro alla fine della pandemia. In Italia, le dimissioni volontarie hanno sfiorato i due milioni nel 2021 e hanno superato questa soglia nel 2022 [Coin, 2023, p. 7].

Sono i numeri riportati da Francesca Coin, secondo la quale le Grandi dimissioni, per molti versi, nascono qui, come esito puntiforme e capillare dei propositi maturati nei mesi del lockdown, in una specie di riscrittura individuale e diffusa delle priorità dell’esistenza, tesa a cambiarne le finalità e le aspettative [Coin, 2023, p. 10].

 

In tale ottica la strada del quitting si imbocca anche quando i traguardi professionali raggiunti appaiono invidiabili agli occhi dei più. Un esempio su tutti, in campo agonistico, è quello della ex tennista australiana Ashleigh Barty, classe 1996, che, a marzo 2022, ha annunciato il suo ritiro dopo aver conquistato tre Slam e aver dominato per settimane il ranking mondiale, chiedendo di essere cancellata da quest’ultimo onde evitare di rimanere in classifica grazie ai punti accumulati. A soli 25 anni Barty compie una scelta precisa e irreversibile, che le consente di affrontare una nuova fase dell’esistenza come persona e non come atleta [Kemp, 2022].

Per gli artisti vale altrettanto? Di certo gli “attori” di questo volume hanno impresso una svolta ai loro percorsi dando sostanza allo smettere non soltanto come una possibilità, ma anche, in alcuni casi, come una destinazione inevitabile.

È il caso dei due artisti che intenzionalmente occupano la prima parte di questo saggio: Lozano e Frosi, radicalizzando lo smettere, ne hanno sondato gli esiti più estremi. Eppure le modalità del dropout sono varie e variabili, come dimostrano le strade percorse da Duchamp, Martin, Cattelan e Saltz.

Tra conclusioni senza ritorno, interruzioni presunte e cambi di passo, le vie che portano alla fine non risultano per forza a senso unico.

 


Questo testo è presente in A. Testino, Gli artisti che smettono, Castelvecchi Editore, Roma 2023. Introduzione, pp. 9-11.

Arianna Testino è storica dell’arte e giornalista