Perché il clima siamo noi
Jonathan Safran Foer, "Possiamo salvare il mondo, prima di cena", Ugo Guanda Editore, 2019

Di strade e di azioni per provare a fare del bene al pianeta su cui viviamo non è detto che ce ne sia una sola, né che sia lineare o immediata. Alcune passano dai grandi accordi internazionali, altre dalle scelte quotidiane, da quei gesti apparentemente minimi che ripetiamo ogni giorno senza interrogarli troppo. È proprio in questo spazio, sospeso tra consapevolezza e abitudine, che si inserisce Possiamo salvare il mondo, prima di cena di Jonathan Safran Foer, pubblicato nel 2019, quando la cooperazione internazionale e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sembravano ancora una promessa credibile e non soltanto un orizzonte che si allontana.
Oggi siamo nel 2026 e, guardandoci intorno, il mondo non sembra aver imboccato la direzione auspicata. Crisi climatiche sempre più frequenti, conflitti, disuguaglianze crescenti. E mentre il tempo che ci separa dalla scadenza dell’Accordo di Parigi si accorcia, affiora una domanda tanto semplice quanto radicale: ci crediamo ancora davvero?
Foer invita anzitutto a riflettere sul linguaggio con cui nominiamo il presente. “Emergenza” deriva dal latino emergere, ovvero “venire alla luce”; “apocalisse”, dal greco, significa “svelamento”; “crisi”, da krisis, indica una “scelta”, una “decisione”. Le parole che utilizziamo non rimandano soltanto a una catastrofe imminente, ma a un momento di rivelazione e responsabilità. Non è la prima crisi che l’umanità attraversa, ma è forse una delle prime in cui la posta in gioco coincide con le condizioni stesse della vita sul pianeta.
Nel libro, questo ragionamento si intreccia con un parallelo efficace con la Seconda guerra mondiale e con il celebre discorso radiofonico di Franklin D. Roosevelt del 1942, in cui il presidente americano chiedeva ai cittadini di accettare sacrifici quotidiani in nome di un bene collettivo più grande. Nessuna grande trasformazione, suggerisce Foer, è mai avvenuta senza una rinuncia condivisa allo stile di vita precedente.
Eppure oggi la difficoltà sembra essere anche un’altra. Come osserva il biologo marino e regista Randy Olson: “il clima è l’argomento più noioso che il mondo scientifico si sia mai trovato a presentare al pubblico”. Pur essendo un fenomeno globale, il cambiamento climatico fatica a essere percepito come qualcosa che ci riguarda direttamente. Qui Foer individua uno dei nodi centrali del problema: la distanza tra ciò che sappiamo e ciò in cui crediamo davvero. È la convinzione profonda, più che l’informazione, a orientare le nostre azioni.
Per chiarire questo scarto, l’autore ricorre a esempi quotidiani: sappiamo che fumare fa male, eppure continuiamo a farlo; promuoviamo un uso consapevole della tecnologia per i bambini, ma li nutriamo con cibi ultraprocessati. Allo stesso modo, il nostro rapporto con il pianeta assomiglia a un’esperienza “ai confini della morte” senza che produca una reale percezione di pericolo. Se davvero credessimo che la Terra è in pericolo, allora potremmo finalmente guardarla per ciò che realmente è.
Secondo i ricercatori del Project Drawdown, tra le strategie più efficaci per contenere il riscaldamento globale vi sono la riduzione dello spreco alimentare, la promozione dell’istruzione femminile, il sostegno alla salute riproduttiva e la transizione verso un’alimentazione a prevalenza vegetale. È su quest’ultimo punto che si concentra uno dei nuclei centrali del libro: l’impatto ambientale degli allevamenti intensivi e la necessità di ridurre il consumo di carne.
Foer non nasconde la propria difficoltà nell’affrontare questo tema, continuando a mangiare carne mentre scriveva il libro. Una contraddizione che diventa chiave di lettura: forse non agiamo perché, in fondo, non crediamo davvero alle conseguenze delle nostre scelte, alla loro reale importanza, o al fatto che il clima sia davvero una minaccia. La domanda che attraversa l’intero testo è allora quella che, secondo l’autore, le generazioni future rivolgeranno a ciascuno di noi: dove eri quando si poteva ancora salvare il pianeta Terra?
“Decisione”, dal latino decidere, significa “tagliare via”. Ogni scelta implica una perdita, non solo di ciò che avremmo potuto fare, ma del mondo che quell’alternativa avrebbe contribuito a creare. Raramente pensiamo alle nostre azioni in questi termini, soprattutto quando ci sediamo a tavola. Eppure, come ricorda Foer, il sistema agricolo è stato riconvertito all’allevamento intensivo in pochi decenni, producendo conseguenze ambientali e sociali enormi.
Secondo le stime riportate nel libro, il bestiame sarebbe responsabile fino al 51% delle emissioni globali annue di gas serra e di circa l’80% della deforestazione globale, con un impatto particolarmente drammatico sulla foresta amazzonica. L’allevamento rappresenta inoltre la principale fonte antropica di metano e protossido di azoto, gas con un potenziale climalterante superiore a quello della CO₂. Quando le foreste vengono distrutte, e una delle motivazioni principali nel 80% dei casi e per creare spazio per l’allevamento, il carbonio immagazzinato negli alberi viene rilasciato nell’atmosfera, aggravando ulteriormente il riscaldamento globale.
Resta aperto il dibattito sul peso relativo dell’allevamento intensivo nella crisi climatica, ma una cosa appare evidente: non è possibile affrontare seriamente il cambiamento climatico senza interrogarsi sul nostro sistema di produzione e consumo alimentare. Se, come scrive Amitav Ghosh, la crisi climatica è anche una crisi della cultura e dell’immaginazione, allora il cambiamento passa anche di certo dalla capacità di rivedere i gesti più ordinari, di rallentarli, di guardarli per ciò che sono.
Possiamo salvare il pianeta prima di cena non offre soluzioni facili né promesse consolatorie. È piuttosto un invito a fermarsi, a guardare in faccia le proprie contraddizioni, a riconoscere che il clima non è qualcosa di esterno a noi. Il clima siamo noi: nei piatti che scegliamo, nelle rinunce che evitiamo, nelle decisioni che continuiamo a rimandare. E forse, un giorno, neanche troppo lontano, riusciremo a rispondere in modo consapevole, senza indugiare, alla domanda di coloro che verranno dopo di noi: dove eri quando…?
Beatrice Carrara

Beatrice Carrara
Aree: Sostenibilità, Cultura
Beatrice Carrara è storica dell’arte e studentessa magistrale in "Comunicazione del patrimonio" nel corso "Valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale" presso l’Università degli Studi di Bergamo. Si occupa della redazione di bilanci sociali e di sostenibilità e di attività di ricerca sul mercato dell’arte.
