Paesaggio geopolitico: Maidan, cuore di una nazione
di Sergio Paini
Pubblicato in AES Arts+Economics 22 "Paesaggio"
Il cuore dell’Ucraina batte sul Maidan… e non solo perché lì si trova il “chilometro zero”, il punto dal quale si prendono le distanze tra la capitale e le altre grandi città, interne ed estere. È sul Maidan, nel centro di Kyiv, che si è deciso il destino di una nazione. Più volte nella Storia, ma soprattutto nel febbraio del 2014… quando migliaia di giovani hanno combattuto, e un centinaio di loro ha perso la vita sotto i colpi dei cecchini, per cacciare il presidente filorusso Yanukovich e rendere giustizia al nome della piazza, nel 1991 intitolata all’indipendenza appena conquistata (Majdan Nezalezhnosti), dopo che per decenni era stata dedicata alla Rivoluzione d’Ottobre del 1917.
Lì, ora, sventolano le bandiere, per onorare le tante vittime, della rivolta del 2014 e soprattutto della lunga guerra, iniziata nel 2022 e ancora in corso, con la Russia. Un suolo ormai “sacro”, che ricorda il sacrificio di centinaia di migliaia di ucraini in nome della libertà. Per questo motivo non si organizzano più fiere o celebrazioni lì, come invece era abitudine ogni Capodanno o a maggio, per la Festa dei Lavoratori (il primo del mese) o in occasione del 9 maggio, giorno della Vittoria sovietica nella Grande guerra patriottica, come a Mosca chiamano la Seconda guerra mondiale.
Adesso falce e martello sono stati sostituiti dal tridente, simbolo del nazionalismo ucraino, e i palazzi storici tutt’intorno hanno cambiato più volte nome. L’Hotel Ucraina, il grattacielo iconico che domina la piazza, fu costruito nel 1961 e si è chiamato Hotel Mosca fino al 2001, quando fu ribattezzato in onore del decimo anniversario dell’indipendenza.
A pochi metri c’è il Palazzo d’Ottobre: oggi è un centro artistico e culturale, ma tra gli anni Venti e Trenta del Novecento ha ospitato una prigione dei servizi segreti sovietici, dove sono state uccise più di centomila persone.
Nel centro della piazza, dove una volta si trovava un monumento a Lenin, oggi svetta una colonna che regge una statua raffigurante Berehynia, spirito femminile della mitologia slava.
Anche la scelta delle lingue e della corretta traslitterazione è diventato un atto politico: “Kyiv”, all’ucraina, e non più “Kiev”, come tutti nel mondo conoscevano la capitale e come ancora la chiamano i russi.
La toponomastica, ma anche la geografia, con i grandi fiumi e le pianure a perdita d’occhio, riflettono le sorti di una frontiera: “campi selvaggi”, come venivano chiamati. E come già per le Krajine ai tempi delle guerre nell’ex Jugoslavia, il destino dell’Ucraina sembra scritto nel suo nome: “terra di confine”, quindi contesa. Per Putin, che considera la Rus’ di Kiev come embrione medievale del primo Stato russo, l’Ucraina non dovrebbe neppure esistere: ai tempi degli zar la chiamavano “Piccola Russia” (corrispondente al centro del Paese) o “Nuova Russia” (le zone a sud, sopra il Mar Nero). La vera frontiera, secondo il capo del Cremlino e gli ideologi nazionalisti russi come Dugin, comincia più a ovest, nell’antica Rutenia, vicino ai monti Carpazi: regioni come la Galizia, occupata soltanto in epoca sovietica, dopo secoli di dominazione polacca e poi austriaca. È lì, nella Leopoli mitteleuropea, che nell’Ottocento nacquero l’inno e la bandiera giallo-blu. È lì che nel Novecento i nazionalisti, guidati da Stepan Bandera, cercarono in tutti i modi, anche collaborando inizialmente con i nazisti, di creare uno Stato indipendente. Ed è sempre lì che nel 2013 prese forma e forza la “Rivoluzione della Dignità”, titolo postumo dell’Euromaidan, il movimento di protesta filoeuropeo che portò infine al decisivo cambio di rotta e di regime.
Ero a Kyiv nei giorni decisivi del febbraio 2014 e ho conosciuto da vicino molti giovani attivisti che hanno affrontato senza paura i “berkut”, le forze speciali.
La maggior parte di loro veniva dall’ovest dell’Ucraina. Per mesi sono rimasti accampati al gelo, nelle tende. Poi, quando è scattata la repressione, hanno eretto barricate, bruciato copertoni, lanciato molotov, sfidato gli spari. A decine sono caduti, alcuni sotto i miei occhi. In soli tre giorni circa cento morti: la “centuria del cielo”, come viene commemorata… Ed è stato il ricordo di quel sacrificio a cambiare il corso della Storia, la sera di venerdì 21 febbraio.
“Non potevamo accettare che Yanukovich rimanesse al potere dopo tutto quel sangue”, mi spiegò Volodymyr Parasiuk, il ragazzo di Leopoli che improvvisamente salì sul palco, per strappare il microfono a Vitali Klitschko. L’ex campione del mondo di pugilato, uno dei leader dell’opposizione e futuro sindaco della capitale, stava cercando di spiegare a una folla immensa il compromesso raggiunto dopo una maratona negoziale con il contestato presidente filorusso e attraverso la mediazione dell’Unione Europea, rappresentata a Kyiv dai ministri degli esteri di Francia, Germania e Polonia: governo di unità nazionale ed elezioni entro dicembre. “Presentavano l’accordo come una vittoria… ma la piazza non poteva accettare che Yanukovich restasse in carica. Le bare erano ancora aperte e chi c’era finito dentro… rischiava di essere morto invano”, mi raccontò Volodymyr due giorni dopo, nel palazzo del Conservatorio, mentre un miliziano della sua unità di autodifesa suonava al pianoforte un brano di Ludovico Einaudi, “Nuvole bianche”, diventato la colonna sonora della rivolta. Quella sera, sul palco, Volodymyr aveva parlato a braccio, con la voce rotta dall’emozione: “I nostri compagni sono stati uccisi, ma i nostri leader stringono la mano al loro assassino. Yanukovich se ne deve andare. Se non lo farà entro le 10 di domattina, lo andremo a prendere”. L’ultimatum fu la spallata finale: spinse il presidente a fuggire, nella notte, in elicottero, alla ricerca di un asilo sicuro in Russia. La mattina dopo, gli insorti presero possesso di tutti i palazzi del potere, compresa la residenza presidenziale di Mezhyhirya, trasformata da Yanukovich in un tempio del lusso, all’insegna di un grottesco culto della personalità.
Volodymyr, che non vuole essere chiamato eroe, si è arruolato volontario e ha combattuto finché è stato eletto in parlamento, ma poi ha preferito tornare in prima linea, in Donbass. Il fronte però non passa solo di lì. Attraversa ancora il Maidan e la coscienza di ognuno di noi. Ci chiama in causa, per una battaglia di dignità. “Il Maidan – mi dicevano a Kyiv – non è solo la piazza o il movimento di protesta. È uno stato d’animo, un modo di vedere il mondo”. Per non essere più sudditi, ma cittadini.
Giornalista dal 1995 e in Rai dal 1999, Sergio Paini ha lavorato nella redazione Esteri del Tg1 e dal 2023 è a capo della sede di Istanbul, dopo sei anni come corrispondente da Mosca. Laureato con lode in Storia dell’Europa orientale, è un esperto di Eurasia e parla sette lingue. Ha lavorato in Germania e in Francia. Nell’ex Jugoslavia, dove ha conseguito un master internazionale in Democrazia e Diritti Umani, ha collaborato con le Madri di Srebrenica: da queste esperienze sono nate la pubblicazione in inglese Mothers of Justice (Buybook, Sarajevo, 2005) e il libro La mezzaluna d’Europa. I musulmani dei Balcani: dagli Ottomani fino all’Isis (La Scuola, 2016). Appassionato di fotografia, ha documentato eventi geopolitici come la rivolta di Maidan e la guerra in Ucraina e lunghi viaggi attraverso le terre artiche e la Siberia, fino a Pechino e Vladivostok.
