di Francesca Frediani

Pubblicato in AES Arts+Economics 21 "Quitting"

1

Dodici dicembre. Il progetto che ho immaginato e costruito con cura e tempo, che per quindici anni si è nutrito della mia vita, dei miei spazi dei miei silenzi, e anche un po’ degli spazi della vita dei silenzi della mia famiglia, non può più essere mio. È arrivato il tempo di lasciarlo andare. La consapevolezza è arrivata improvvisamente.

1.1

Non è vero: erano anni che lo sapevi, direbbe Franco, che mi ha chiesto di scrivere questo articolo non avendo idea del guaio in cui si sarebbe cacciato.

1.2

O forse sì.

2

Sono passati sei mesi, diciassette giorni e una manciata di ore da quel dodici dicembre. È una giornata nuvolosa di fine giugno. Ho lasciato il mio lavoro e non so più esattamente chi sono.

Il mio ruolo era talmente intrecciato alla mia vita che era diventato difficile districarli. Districarmi. Guardo il mare che riflette il grigio del cielo. Ma il grigio non è mai veramente grigio, quando si riflette nel mare. C’è dentro una punta di viola, e una base blu su cui appoggiare i pensieri. Un gabbiano taglia la traiettoria del mio sguardo.

2.1

Sono una persona che guarda il mare.

3

Nel Tractatus logico- philosophicus Ludwig Wittgenstein, filosofo (1889 – 1951), cerca di spiegare il mondo attraverso il linguaggio. Il mondo descritto dal linguaggio, secondo Wittgenstein, è il mondo dei fatti, il mondo in cui le cose sono come sono.

3.1

L’ultima frase del Tractatus è la più importante, perché contiene tutto quello che è stato lasciato fuori, tutto quello che non può essere detto.

3.1.1

La frase – la più bella che abbia mai chiuso un testo sul linguaggio - è: “Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.

3.2

Wittgenstein conclude la sua opera mettendoci in guardia: le parole e il modo in cui le leghiamo insieme non riescono a comprendere l’intera esperienza umana. C’è una parte dell’esperienza, quella che riguarda il senso che, all’interno di un linguaggio che si occupa dei fatti e dei suoi nessi logici, viene tagliata fuori.

4

È il diciotto ottobre. È passato più di un anno da quella giornata trascorsa davanti al mare.

Sono a Milano, alla Casa degli artisti, un luogo affascinante in cui non ero mai stata.

(Non riesco a smettere di chiedermi come si potrebbero includere in maniera organica le artiste nella sua denominazione. Come superare questa asimmetria della nostra lingua).

4.1

Mi accoglie uno spazio pieno di luce. Sulle pareti, appese a dei fili, le opere di un artista che ha appena concluso la sua residenza qui. Le sedie sono ordinate in cerchi concentrici. Scelgo un posto periferico. Per la geometria della nostra disposizione, alcune delle persone che prenderanno parola le vedrò solo di spalle. A causa di questa stessa geometria, mi sento parte di qualcosa. Non so ancora di cosa. Il tema è il Quitting.

4.1.1

Intervengono persone e personalità molto diverse tra loro. Intrecciano arte, economia, esperienze personali intorno alla possibilità di lasciare il proprio lavoro, il proprio ruolo, e del significato di questo gesto rispetto al sistema che si decide di abbandonare.

4.1.2

Le parole che ascolto mi invitano a ripensare la mia esperienza all’interno di un contesto storico, sociale, economico. Collettivo.

4.2

“A che ora finirà?” avevo chiesto quando ho ricevuto l’invito.

“Non lo so, è un rave culturale: sappiamo quando inizia, ma non sappiamo come andrà a finire”.

5

Mi colpisce la storia di Cristian Frosi, raccontata da Nicola Ricciardi e Lorenzo Giusti, che a dieci anni dalla sua scomparsa dalle scene dell’arte sono riusciti a creare una retrospettiva delle sue opere alla GAMeC di Bergamo.

5.1

Cristian Frosi è un giovane e promettente artista, che dopo alcune mostre e un discreto successo decide di uscire dal sistema dell’arte.

Scompare.

Non risponde più al telefono.

5.2

A chi ha ammirato le sue opere, a chi le ha esposte, a chi ha cercato di venderle, è rimasta soltanto una domanda senza risposta.

 6

Non avevo mai pensato a Ludwig Wittgenstein come a un precursore del Quitting, e non sono sicura che il dio della filosofia mi perdonerà per questo accostamento.

Wittgenstein credo di sì: era un pensatore imprevedibile.

6.1

Di certo la sua biografia si presta a questa inferenza.

Nasce come ingegnere. Progetta aeroplani. Passa alla matematica pura. Poi alla logica. Vive per un anno in una fattoria in Norvegia. Studia a Cambridge con Bertrand Russell. Si arruola come soldato. Alla morte del padre diventa ricchissimo. Dopo pochi anni dona tutti i suoi soldi ai suoi fratelli - e a un fondo per artisti bisognosi.

6.1.1

Al termine della guerra, dopo aver concluso il Tractatus logico – philosophicus, ed essersi liberato quasi contemporaneamente della sua eredità, si ritira dalla pratica filosofica per circa sei anni. All’interno di una biografia segnata dall’inquietudine forse questo è il suo atto più potente, perché è compiuto in un momento di massimo riconoscimento per la sua opera e di estrema ricchezza materiale. Per molti non ci sarebbe altro da desiderare.

Lui invece sceglie di lasciare tutto e di lavorare come giardiniere in un monastero, e poi come maestro elementare in alcuni villaggi rurali della bassa Austria. Al termine dell’esperienza scolastica, progetta come architetto la casa della sorella Margaret.

7

Da quando ha lasciato il mondo dell’arte, Cristian Frosi è rimasto a Milano, la città in cui è nato e ha operato da artista. Ha lavorato come assicuratore e come operatore sociosanitario.

Si è spostato dal centro attorno a cui gravitava, ed è diventato invisibile.

7.1

Nel settembre del 2006, sei anni prima del suo addio, Frosi espone alcune delle sue opere alla Galleria Rüdiger Schöttle di Monaco. Il filo conduttore della mostra è ispirato dalla concezione del mondo dei Pirahã, una popolazione che vive nella foresta amazzonica e che rappresenta un enigma per gli antropologi.

7.1.1

In un’intervista rilasciata a Gyonata Bonvicini per “Flash Art” (e la data dell’intervista – 7 luglio 2017 – è interessante perché l’artista si è ritirato dalle scene nel 2012) Cristian Frosi racconta: “I Pirahã hanno una percezione del mondo e un linguaggio estremamente particolare. Rappresentano l’unica comunità che fa a meno del concetto di numerazione. Non contano e non numerano gli oggetti, non chiamano i colori con i loro nomi, non possiedono la scrittura e la loro memoria collettiva non va oltre due generazioni. Come in altri rari casi, ognuno di loro cambia nome ogni due o tre giorni, non hanno una religione, né miti o leggende da tramandare, né forme d’arte”.

7.2

Chi abita un linguaggio in cui tutto scorre, compreso il suo nome, possiede qualcosa da lasciare andare?

8

Gli interventi si susseguono alla Casa degli artisti. Dalle grandi finestre alla mia destra entra una luce limpida. Molte delle persone invitate a parlare hanno a che fare con il sistema dell’arte. Mi sembra che in generale le unisca una ricerca profonda, che fa del loro lavoro un mestiere, un luogo in cui trovare senso. Le unisce anche, in misura maggiore o minore, uno sguardo vigile e critico rispetto al modo in cui si sta strutturando il sistema arte, e in generale il sistema lavoro, e alle nuove forme di alienazione che genera.

8.1

Lorenzo Giusti, direttore della GAMeC di Bergamo, parla della sua necessità di staccarsi, a volte, per andare a camminare in montagna. Per riprendere le misure. Per perdersi nel silenzio. Per “pensare come una montagna”. Per non andarsene. Per non lasciare.

8.2

Il tema della montagna, con quello che rappresenta - compreso il privilegio di essere qui, ora, in questa parte del mondo e di poterne parlare - si propaga negli interventi successivi. Ad essere precisi non è esattamente della montagna che si parla, quanto del camminare in montagna, del confrontarsi con la vastità fuori misura di cui è portatrice attraverso l’esperienza del corpo, e non quella del pensiero.

Non è il tema principale degli interventi. Rimane una nota a margine. Ma nel dialogo con le altre esperienze comincia a riverberare, a ripetersi, a variare. A diventare una linea armonica. Una melodia. Bisogna tendere l’orecchio per sentirla. Ma risuona. 

9

Dopo la laurea, e prima che il destino mi portasse a fare il mestiere che ho lasciato - e che nel frattempo è tornato sotto altre forme nella mia vita attuale - avevo portato una decina di mie presentazioni in alcuni luoghi in cui mi sarebbe piaciuto lavorare.

9.1

Alle presentazioni avevo allegato il curriculum.

E, a margine, avevo aggiunto questa poesia di Wisława Szymborska:

9.1.1

Scrivere un curriculum

[…]

“A prescindere da quanto si è vissuto il curriculum dovrebbe essere breve.

È d’obbligo concisione e selezione dei fatti.

Cambiare paesaggi in indirizzi, e malcerti ricordi in date fisse.

[…]

Sorvola su cani, gatti, uccelli, cianfrusaglie del passato, amici e sogni. 

Meglio il prezzo che il valore, e il titolo che il contenuto”.

[…]

9.2

Ai tempi non sapevo esattamente perché l’avessi fatto. Lo intuivo più che saperlo. Avevo semplicemente obbedito a un impulso - fortissimo.

9.2.1

Adesso penso due cose. La prima, è che volessi lavorare con persone che avevano bisogno di misurarsi con l’incommensurabilità dei passi sulla montagna, con l’infinità dello sguardo quando attraversa il mare. La seconda è che stessi cercando di dire, nel modo a volte confuso in cui si cerca la propria strada quando si ha vent’anni: c’è tutto un mondo che viene tagliato fuori dal linguaggio che mi chiedete di usare.

E quel mondo sono io.

10

Dopo aver trascorso sei anni fuori dal sistema, Wittgenstein torna, senza troppa convinzione, a Cambridge, ed elabora una teoria filosofica che confuta il suo stesso Tractatus.

10.1

In questa seconda stagione del suo pensiero, Wittgenstein introduce i concetti di gioco linguistico e forma di vita, mostrando che il significato di una parola o di un’espressione linguistica non è fisso ma dipende dal suo uso pratico in un contesto specifico, all’interno di una comunità di parlanti.

10.2

Forse, utilizzando impropriamente questi concetti, possiamo pensare che quando il linguaggio che domina l’arte diventa esclusivamente quello del mercato, è chiaro che una parte di ciò che l’arte vuole esprimere, all’interno di questo linguaggio, non può essere espressa.

Questo può essere il motivo per cui alcune artiste e alcuni artisti abbandonano il sistema. Perché all’interno di quel linguaggio loro devono tacere. Perché vogliono parlare di ciò di cui all’interno di quel sistema non si può parlare.

10.2.1

Ancora più agli estremi di queste costruzioni linguistiche e umane, ci sono le persone che non hanno la possibilità di lasciare il sistema perché in quel sistema non sono mai potute entrare.

10.3

Forse è importante domandarsi all’interno di quale linguaggio ci stiamo muovendo e come mai alcune persone ammutoliscono all’interno e all’esterno di questo linguaggio.

11

Forse, di ciò di cui non si può parlare si deve parlare.

 

Bibliografia

Wisława Szymborska, Gente sul ponte, Scheiwiller, Milano, 1996.

Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico – philosophicus e Quaderni 1914 -1916, Einaudi, Torino 1974 (la struttura numerata dei frammenti prende spunto da Wittgenstein, che spero mi perdonerà, N.d.a.).

Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino, 1983.

Gyonata Bonvicini, “Intervista con Cristian Frosi”, in Flash Art Italia, https://flash---art.it/article/christian-frosi/.


Francesca Frediani è pioniera ed esperta di progetti culturali dedicati alle povertà educative e all’inclusione. Una persona che guarda il mare.