L’incontro come pratica di trasformazione
di Marinella Senatore
Pubblicato in AES Arts+Economics 23 "Incontri e persone"
Nel mio lavoro, l’incontro non è mai un elemento collaterale. Non è un pretesto per produrre immagini, né una semplice metodologia partecipativa. L’incontro è il lavoro stesso. È il dispositivo vivo attraverso cui si attivano possibilità di trasformazione individuale e collettiva. È uno spazio di ascolto e di attraversamento reciproco, nel quale le persone diventano coautrici di un’esperienza che produce consapevolezza, vulnerabilità, energia, conflitto, desiderio, appartenenza.
Da molti anni lavoro con gruppi estremamente diversi tra loro: studenti, lavoratori, bambini, anziani, migranti, attivisti, performer professionisti, persone senza alcuna esperienza artistica, comunità temporanee che si formano nel tempo di un workshop o di un progetto pubblico. Ogni volta il mio interesse non è semplicemente “coinvolgere” le persone, ma creare le condizioni affinché possano riconoscersi come soggetti portatori di sapere, di immaginazione e di capacità trasformativa.
Questa possibilità di riconoscimento passa attraverso il corpo, la parola, il movimento, l’ascolto e la costruzione di uno spazio condiviso. Un luogo in cui la dimensione individuale non viene annullata nel collettivo, ma al contrario amplificata. Ho sempre pensato che la fioritura personale avvenga pienamente solo nel contesto collettivo. Non come dissoluzione dell’identità, ma come sua espansione.
Quando parlo di empowerment, non mi riferisco mai a una retorica motivazionale o a un’idea superficiale di emancipazione. Mi interessa piuttosto il momento in cui una persona comprende di avere voce, presenza, agency. Quando capisce che il proprio vissuto può entrare in relazione con quello degli altri e produrre significato. Questo processo spesso avviene in modo quasi invisibile: attraverso piccoli slittamenti percettivi, attraverso la fiducia che si costruisce lentamente, attraverso il riconoscimento reciproco. Molto del mio lavoro nasce proprio da questa tensione tra vulnerabilità e forza. Credo che l’arte possa essere uno spazio in cui si sperimentano forme di solidarietà emotiva e politica. Uno spazio in cui le persone possono immaginare se stesse diversamente e, allo stesso tempo, immaginare nuove forme di comunità.
Nel corso degli anni ho sviluppato una pratica che mette insieme linguaggi differenti: cinema, performance, musica, processioni, danza, pratiche pedagogiche, installazione, workshop, teatro partecipativo, archivio orale. Tutti questi elementi convivono all’interno di un ecosistema che considera la cultura come un processo relazionale prima ancora che un oggetto.
La School of Narrative Dance nasce proprio da questa visione. Non è semplicemente una scuola di danza e non riguarda la danza in senso tecnico o disciplinare. Per me la danza è un linguaggio espanso, uno strumento di accesso all’immaginazione politica e affettiva. È una forma di conoscenza incorporata, un modo per leggere il mondo attraverso il corpo.
La parola “School” è centrale perché implica un processo di trasmissione orizzontale del sapere. Una scuola come spazio aperto, poroso, mobile, che si costruisce attraverso l’esperienza e la partecipazione. Non un luogo verticale di istruzione, ma una piattaforma di apprendimento reciproco. La dimensione narrativa è altrettanto importante. Ogni corpo porta con sé storie, memorie, genealogie invisibili, narrare è un atto umano in una cultura dominata da inadeguatezza, e ci parla di comunione con gli altri, quando per esempio si trova il coraggio di raccontarsi.
In definitiva direi che siamo strutturati per le storie: ascoltare una narrazione induce il cervello a rilasciare cortisolo e ossitocina, che favoriscono la capacità esclusivamente umana, di entrare in contatto emotivo. La School of Narrative Dance cerca di creare le condizioni affinché queste narrazioni emergano e si intreccino. Attraverso esercizi collettivi, momenti performativi, pratiche somatiche di ascolto e improvvisazione, le persone costruiscono una drammaturgia condivisa che nasce dalle loro esperienze reali.
In questo senso, il workshop non è mai una fase preparatoria rispetto all’opera finale. Il workshop è già opera. È già spazio di trasformazione. Spesso considero i workshop come organismi vivi: strutture aperte che si modificano continuamente in relazione alle persone che le attraversano.
Ogni incontro produce una geografia emotiva diversa. Ogni gruppo sviluppa una propria intelligenza collettiva. Mi interessa osservare come si generano dinamiche di fiducia, come si costruisce una temporalità comune, come emergono forme di leadership temporanee e condivise, raramente abusive.
Molto del mio lavoro si basa sull’idea che il sapere sia distribuito. Nessuno possiede interamente la conoscenza. La conoscenza si costruisce nella relazione. Per questo motivo cerco sempre di creare dispositivi che permettano alle persone di contribuire con la propria esperienza, indipendentemente dal background sociale o culturale. Questa pratica nasce anche da un interesse profondo per i processi neuronali e per il modo in cui gli esseri umani apprendono attraverso l’empatia, l’imitazione, la sincronizzazione. Leggo tanto su neuroplasticità e neuroni specchio e alla capacità del corpo di rispondere al movimento, all’emozione e alla presenza dell’altro. Quando un gruppo danza insieme, canta insieme, cammina insieme o semplicemente respira nello stesso ritmo, accade qualcosa di estremamente complesso. Si attivano forme di connessione che precedono il linguaggio verbale. Si genera una memoria condivisa. Una possibilità di percepirsi non come individui isolati ma come parte di un organismo più ampio.
Questo non significa idealizzare il collettivo. I gruppi sono anche luoghi di tensione, differenza, negoziazione. Ma è proprio in quella complessità che si produce una forma di apprendimento reale. L’incontro autentico non elimina il conflitto: lo attraversa. Nel mio lavoro cerco sempre di lasciare spazio all’imprevisto. L’errore, la fragilità, l’incompletezza sono elementi fondamentali. Credo che molte pratiche artistiche contemporanee abbiano paura dell’imperfezione, mentre io penso che sia proprio lì che emerge l’umanità, come del resto nel momento di condivisione della vulnerabilità. Le persone spesso arrivano ai workshop con una forma di esitazione. Pensano di non avere competenze sufficienti, di non essere abbastanza preparate o abbastanza “creative”. Ma molto rapidamente comprendono che ciò che conta non è la virtuosità tecnica bensì la capacità di stare in relazione. Questo processo produce spesso un cambiamento molto profondo nella percezione di sé. Le persone iniziano a occupare lo spazio in modo diverso. A prendere parola. A guardarsi reciprocamente con maggiore attenzione. A riconoscere il proprio corpo come archivio di esperienza e possibilità.
In molti progetti pubblici ho lavorato con grandi gruppi e con comunità temporanee costruite attraverso open call. Mi interessa profondamente la democratizzazione dell’accesso ai processi culturali. Credo che la partecipazione debba essere garantita soprattutto a chi normalmente non ha accesso o pensa di non poterne avere a certi spazi. Per questo motivo cerco sempre di lavorare con istituzioni, scuole, associazioni locali, reti territoriali, gruppi informali. La mappatura del territorio è una parte essenziale e lunga del mio processo. Ogni contesto possiede energie invisibili, storie sommerse, desideri inespressi.
L’artista, in questo senso, non è qualcuno che arriva con una verità da imporre, sicuramente non io. È piuttosto qualcuno che costruisce condizioni di possibilità. Qualcuno che ascolta, connette, e soprattutto nel mio caso, attiva. Mi interessa molto l’idea di infrastruttura emotiva. Le opere non sono semplicemente eventi o immagini, ma dispositivi capaci di generare relazioni durature. Spesso ciò che rimane dopo un progetto non è soltanto la memoria dell’evento, ma una rete di connessioni umane che continua a esistere nel tempo.
Le parate, le processioni, i grandi momenti performativi collettivi che realizzo nascono proprio da questa idea di comunità temporanea. Mi interessa la dimensione rituale dell’azione collettiva. Il fatto che le persone possano condividere uno spazio simbolico e trasformarlo insieme. Il rituale, per me, non riguarda la nostalgia o la tradizione in senso conservativo. È piuttosto un modo per produrre presenza. Per creare un tempo sospeso in cui il quotidiano viene momentaneamente interrotto e si apre una possibilità di percezione diversa. In questi momenti il corpo diventa centrale. Un corpo politico, emotivo, vulnerabile, desiderante. Un corpo che non performa per esibire virtuosismo ma per creare relazione.
Credo che una delle questioni più urgenti oggi sia proprio la capacità di incontrarsi realmente. Viviamo in un tempo caratterizzato da estrema frammentazione, isolamento, accelerazione. Le persone sono continuamente esposte a forme di comunicazione che producono connessione apparente ma spesso poca esperienza condivisa reale. L’arte può ancora essere uno spazio in cui rallentare e costruire forme di attenzione reciproca. Un luogo in cui esercitare l’ascolto. In cui imparare a stare nella complessità. Per me ogni progetto è anche una riflessione sulla possibilità di immaginare nuove forme di cittadinanza culturale. Una cittadinanza che non si basa soltanto sul diritto di accesso, ma sulla possibilità concreta di contribuire alla produzione simbolica e culturale.
Questo implica una ridefinizione del ruolo dell’autore. Non penso all’autorialità come a qualcosa che si dissolve, ma come a qualcosa che si espande. L’opera mantiene una visione precisa, una struttura, una direzione poetica, ma si nutre continuamente delle energie e delle esperienze delle persone che partecipano. L’autorialità diventa quindi una forma di ascolto attivo. E si espande. Una capacità di orchestrare differenze senza annullarle: una pratica di composizione collettiva.
Spesso le persone mi chiedono cosa accada realmente durante i workshop. È difficile rispondere perché ogni esperienza è diversa. Ci sono esercizi somatici, momenti di scrittura, pratiche vocali, conversazioni, improvvisazioni, azioni nello spazio pubblico. Ma ciò che accade davvero è qualcosa di meno tangibile. Si crea una condizione di fiducia temporanea in cui le persone possono sperimentare altre versioni di sé. Possono uscire dai ruoli sociali abituali. Possono percepire il proprio corpo e la propria voce in modo nuovo. Molti partecipanti raccontano di sentirsi finalmente ascoltati. Oppure di aver trovato una forma di appartenenza inattesa. Questo per me è molto importante. L’arte non deve necessariamente offrire soluzioni. Ma può creare spazi in cui le persone si sentono meno sole. Spazi in cui si produce una consapevolezza condivisa. Credo profondamente nella capacità delle persone di trasformarsi attraverso l’esperienza collettiva. Ogni individuo possiede una quantità enorme di sapere latente, spesso invisibile persino a se stesso. Il lavoro artistico può contribuire a far emergere queste potenzialità. Mi interessa molto il concetto di fioritura. Non come idea ingenua di felicità, ma come possibilità di espansione dell’essere. Fiorire significa trovare spazio per esistere pienamente, anche dentro condizioni complesse o precarie. Il collettivo può essere un terreno fertile per questa fioritura. Quando le persone si sentono viste, riconosciute, ascoltate, accade qualcosa di estremamente potente. Si produce energia.
Molti dei miei lavori nascono da una domanda molto semplice: come possiamo stare insieme? Come possiamo co-esistere? Come possiamo costruire forme di relazione che non siano basate soltanto sulla competizione, sulla produttività o sull’efficienza? Questa domanda attraversa tutto ciò che faccio. Attraversa le performance, le installazioni luminose, i film, i workshop, le processioni, i collage, gli arazzi e i momenti pedagogici. Anche l’uso della luce nei miei lavori è legato a questa idea di attivazione collettiva. Le grandi scritte luminose funzionano spesso come manifesti poetici, ma anche come dispositivi di aggregazione. Frasi che parlano di desiderio, resistenza, vulnerabilità, emancipazione. La luce diventa un elemento capace di generare orientamento emotivo. Un segnale nello spazio pubblico. Una dichiarazione di presenza.
Nel tempo ho compreso sempre di più quanto il lavoro artistico abbia a che fare con la cura. Non una cura paternalistica o terapeutica in senso stretto, ma una pratica di attenzione. Curare significa dedicare tempo, creare condizioni di ascolto, rendere possibile la presenza dell’altro. Questo richiede anche una grande disponibilità alla trasformazione personale. Ogni progetto modifica profondamente anche me. Ogni incontro lascia tracce. Ogni comunità temporanea ridefinisce il mio modo di guardare il mondo. Forse è proprio questo che continuo a cercare nel lavoro artistico: la possibilità di produrre esperienze che generino consapevolezza reciproca. Esperienze in cui le persone possano sentirsi parte di qualcosa di più grande senza perdere la propria singolarità. L’incontro, in fondo, è sempre un rischio. Significa esporsi all’altro, accettare di essere modificati dalla relazione. Ma è anche una delle poche possibilità reali di trasformazione. Credo che oggi abbiamo bisogno di spazi in cui esercitare questa capacità di incontro. Spazi in cui il corpo, l’immaginazione e la presenza possano ancora produrre forme di comunità. L’arte, per me, continua a essere questo: un luogo in cui le persone possono riconoscersi reciprocamente come portatrici di desiderio, fragilità, sapere e possibilità. Un luogo in cui la dimensione individuale e quella collettiva non si oppongono, ma si alimentano continuamente.
Un luogo in cui la fioritura personale diventa inseparabile dalla costruzione di un mondo condiviso.
Marinella Senatore è un'artista multidisciplinare formatasi nel campo della musica, delle belle arti e del cinema. La sua pratica è caratterizzata da una forte dimensione collettiva e partecipativa sia come metodologia che come contenuto; il suo lavoro combina la ricerca estetica con il potere trasformativo dell’impegno sociale.
