La vita quotidiana e gli incontri con la gente
di Francesca Guerisoli, Giusy Sica e Franco Broccardi
Pubblicato in AES Arts+Economics 23 "Incontri e persone"
Giovanna Romano e la cultura che deve ancora imparare ad ascoltare
C'è una frase di Ol'ga Sedakova che Giovanna Romano aveva messo in cima al suo curriculum: Ho visto cose di cui prima leggevo o che vedevo negli album. Ma ciò che non puoi leggere è la vita quotidiana e gli incontri con la gente.
Giovanna è stata molte cose e da ogni cosa ha recuperato l’umano. Oltre alla progettista culturale, ha fatto la cameriera, la venditrice di pneumatici, la mediatrice creditizia, la love coaching, la collaboratrice per case di produzione cinematografica olandesi e londinesi. E della sua laurea in sociologia ha sempre detto di averla usata per "conoscere sul campo l'umanità, in veste sempre diversa."
Non è una lista di mestieri ma un metodo. È il modo in cui ha costruito la propria comprensione del mondo. Non dai libri, che pure amava ma dai banconi, dagli uffici, dai set. Dalla vita quotidiana e dagli incontri con la gente, appunto.
Ed è da lì, da quella sedimentazione di esperienze diverse e contigue, che è nata Hub-c, la sua creatura, l’associazione culturale di cui era anima, cuore e mente. È da lì che è nato tutto il pensiero che ci ha costruito attorno. E dalla sua adolescenza in cui, quando orgogliosa della sua cultura ha messo in imbarazzo davanti al padre un ospite di casa usando la propria istruzione come una clava. E suo padre che le disse " Eppur, ti sto facenn’ studia’", cambiando per sempre il suo modo di pensare. In quella famiglia "la conoscenza era fortemente connessa al buono. Andavano a braccetto per le vie del paese e tenevano per mano tutti, grandi e piccini[1]".
Conoscere non è uno status, non è un passaporto per guardare gli altri dall'alto. È la capacità di imparare a vedere, "rendere l'occhio capace di una profonda contemplazione, uno sguardo lento e prolungato sulle persone e sulle cose." È uno strumento per stare meglio con gli altri, non sopra di loro.
È anche la premessa etica di tutto ciò che Giovanna ha prima pensato e poi fatto. Non l'ingenuità che a qualcuno è capitato troppo superficialmente di attribuirle, ma una scelta di campo con conseguenze molto precise. Quello che certe “élite” percepivano come un elemento di debolezza, era in realtà la sua forza. Era proprio questa indefinitezza a garantirle una vera libertà di movimento tra ambiti diversi, dall’arte all’economia e oltre.
Le permetteva, soprattutto, una sincerità rara. La sua indipendenza le consentiva di essere autentica. E oggi, questo valore dell’autenticità è più necessario che mai, in un tempo in cui sembra smarrirsi, sostituito da relazioni costruite, fugaci, spesso guidate solo da interessi economici e di posizionamento. Chi l'ha conosciuta ricorda che era sempre lei a rompere il ghiaccio. A una conferenza, a una visita guidata a una mostra, a un talk o a un incontro con gli artisti, era lei a porre la domanda giusta al momento giusto. Domande-intervento argomentate, che rivelavano il suo uno sguardo acuto, attento, consapevole.
Era una capacità di vedere ciò che altri non immaginavano. Era l’umano che ha sparso e insegnato senza sentirsi professoressa. Non a caso aprì che la prima edizione del Forum FRA dichiarando "la cultura o è per tutti o non è cultura"[2]. Non uno slogan ma un programma chiaro. Di più: una diagnosi che implicava che ci fosse (e c’è tutt’ora) qualcosa che non funziona. Il problema che Giovanna aveva ben chiaro è antico e ostinato: la cultura ha preso l'abitudine di rispondere al come senza mai porsi la domanda più importante, che è per chi. Si è curvata su sé stessa, ha sviluppato un linguaggio che include chi già appartiene ed esclude chi non conosce le password. Ha risposto alle sfide del presente con convegni, tavoli, "lezioni dall'alto", numeri e statistiche. Ha creduto di assolvere la propria funzione sociale parlando di inclusione senza mai davvero praticarla.
Il risultato è quello che Cvetaeva descriveva dai salotti parigini di fine Ottocento, e che Giovanna ha vissuto anche sulla sua pelle: molte persone, tanti discorsi, vicini casuali, conversazioni avvincenti e poi addio per sempre. "La sensazione che ognuno sappia e comprenda tutto, ma che sia totalmente preso da sé stesso"[3]. Giovanna lo riassumeva come un close up di tanti volti senza sfondo, "una completa perdita del mondo."
Il suo cuore e quello del suo progetto stavano in una preposizione: FRA - futuro, ragione, arte - un'agorà immaginato senza posizioni fisse dove il pubblico diventava relatore e i relatori tornavano ad ascoltare. Poeti, economisti, artisti, studenti, imprenditori, direttori di parchi, curiosi uniti dall’essere non allineati, non concordanti, ma in tensione reciproca.
"Appunti strappati, sostituiti e idee rielaborate." L'obiettivo non era trovare soluzioni ma "prospettare relazioni.", essere fra inteso come spazio di mezzo, come distanza giusta per guardarsi senza sovrastarsi, per contaminarsi l’un l’altro e renderci tutti migliori. O come diceva con le parole di Handke: "non solo vedo l'altro ma io sono anche l'altro, e l'altro è me"[4] Quella piccola parola, cercata e pensata, "implica di per sé un'accoglienza maggiore e rende più insidioso innalzare barriere."
C'era in questo anche qualcosa di profondamente suo, di biografico. Chi la conosce ricorda la sua ospitalità, la sua familiarità, la sua cura, "un'attenzione autentica alle persone, ai luoghi, ai legami", ampia, non canonica, mai scontata. Giovanna portava con sé un'idea di casa che riecheggiava l'Irpinia e il Sud, ma anche i colori aperti e sconfinati dell'Abruzzo dove aveva scelto di vivere e lavorare. Questi tratti attraversavano in modo coerente i suoi progetti, rendendoli spazi vivi, capaci di accogliere, connettere e generare senso. In ogni iniziativa c’era questa tensione tra radicamento e apertura, tra identità e possibilità, tra memoria e futuro. Giovanna riusciva a trasformare tutto questo in visione e azione, lasciando un segno profondo, umano prima ancora che professionale.
Non è stata una impresa facile. Perché alle idee cuore e coraggio spesso non bastano. La sua lotta per produrre i cambiamenti immaginati non è sempre stata sostenuta come avrebbe meritato. La cultura rimane un mondo chiuso e Giovanna lo sapeva bene e in un contesto come quello di una città di provincia muoversi con intelligenza tra relazioni professionali, amicizie necessarie e i finanziamenti indispensabili a sostenere i progetti è un lavoro sottile, che richiede misura e una certa capacità di stare nel mondo senza lasciarsene appiattire. Giovanna ci riusciva, lontana da ogni forma di provincialismo becero, con quella sua "spigolosità" che faceva rima, chi la conobbe bene lo sa, con una profonda armonia.
Giovanna ha guardato ai giovani con una precisione che non era né nostalgica né allarmista. Cresciuti con la tecnologia, globali, aperti, tendenzialmente inclusivi. E allo stesso tempo "egocentrici e frangibili", caparbi, "a loro modo, utopisti." La pandemia li ha resi più monadici, più soli nel senso letterale del termine, più isolati nel proprio schermo.
Sono aumentati i disagi psichici, i problemi di socializzazione. E tuttavia, notò Giovanna, "non sono una generazione che si vuole arrendere"[5]. Cercano stabilità, senso degli affetti, un futuro che non sia solo la somma delle ansie del presente. Quello che mancava, però, era un invito. Qualcuno che li chiami dentro la conversazione invece di parlare per loro o su di loro. E così nella terza edizione del Forum ha invitato studenti di scuole di alta formazione di Pescara. All'inizio erano spaventati. Poi "il confronto con gli altri relatori è stato serrato e a tratti verboso" e tutti hanno mostrato "coraggio e voglia di prendere parte a un dialogo a cui non erano mai stati invitati." Una responsabilità che si è manifestata soprattutto nei confronti dei loro coetanei, con cui condividevano timori e paure.
Questo è il nodo. Non è che i giovani non abbiano cose da dire. È che quasi nessuno li mette a sedere al tavolo come interlocutori veri. Lei ha avuto il coraggio, la visione, la costanza di farlo.
C'era un'immagine che usava e a cui è tornata spesso, quella dantesca del banchetto: la mensa del sapere come luogo in cui "il cibo e la comunicazione generano piacere, ristoro e divertimento per tutti i commensali." Ma affinché questo accada "bisogna fare sedere tutti a tavola e adoperare un linguaggio comune"[6].
Non è un'utopia. È una sfida tecnica. Parlare in modo accessibile senza banalizzare è uno dei lavori più difficili che esistano, "in quanto sottopone le idee, i concetti e le esperienze a un vaglio severissimo." È più semplice, molto più semplice, restare nel gergo di settore, usare il linguaggio come strumento di legittimazione invece che di comunicazione.
Il punto di arrivo di Giovanna, quello che chiama "cuore intelligente", quello che più di tutto mancherà con la sua scomparsa, non è né sentimentalismo né tecnicismo. È la capacità di tenere insieme rigore e simpatia nel senso originale del termine, il patire insieme, l'attenzione verso l'altro che Giuseppe Pontiggia indicava come l'unico insegnamento davvero trasmissibile tra esseri umani[7].
Nessuna erudizione si può trasmettere integralmente da una persona all'altra, diceva Giovanna. "L'unico insegnamento interamente trasmissibile è quello degli affetti." Una cultura incalzata dal sentimento, "dall'attenzione piena di simpatia nei confronti degli altri."
La luna di pomeriggio, ricordava Calvino, nessuno la guarda. Ed è proprio quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento[8].
Giovanna Romano la guardava senza sosta[9]. E ci chiede di imparare a farlo anche noi.
Francesca Guerisoli è storica dell’arte, direttrice museale, curatrice indipendente e docente. Ha conosciuto Giovanna Romano grazie al forum FRA. Da allora è nata una relazione professionale e umana fatta di dialoghi continui sull’arte contemporanea, sul ruolo culturale delle istituzioni e sul rapporto tra arte e società. Nel periodo in cui Francesca Guerisoli ha tenuto la direzione artistica di una neonata fondazione abruzzese, Giovanna Romano è stata una presenza costante: visitatrice attenta, interlocutrice critica e sempre capace di leggere le mostre con uno sguardo libero da stereotipi e chiusure localistiche. Condividevano lunghe conversazioni tra mostre, pranzi, cene, pomeriggi al mare e festival, accomunate da una profonda stima reciproca. L’ultima occasione di confronto sui progetti futuri è stata durante l’inaugurazione della mostra di Zehra Doğan, curata da Francesca Guerisoli al MACTE di Termoli nel febbraio 2026. Di Giovanna conserva il ricordo di uno sguardo profondo, acuto, curioso e partecipe, oltre che di un cuore immenso.
Giusy Sica è ricercatrice che lavora da anni sui temi della partecipazione giovanile, dell'innovazione sociale e dello sviluppo territoriale. Fondatrice di Re-Generation (Y)outh ThinkTank, da oltre un decennio promuove iniziative dedicate alla valorizzazione del talento delle nuove generazioni, alla leadership femminile e alla costruzione di comunità capaci di generare impatto positivo attraverso la cultura, l'educazione e la cittadinanza attiva. Inserita da Forbes Italia tra i giovani leader del futuro e riconosciuta a livello europeo per il suo impegno nell'empowerment giovanile, ha sempre interpretato la progettazione culturale come uno strumento per creare connessioni, attivare energie e generare nuove opportunità per le persone e i territori. Una tappa significativa del suo percorso è stata l'incontro con Giovanna Romano, che l'ha coinvolta nella prima edizione del Forum FRA, introducendola a una rete di relazioni, esperienze e progettualità accomunate dalla convinzione che la cultura possa rappresentare una leva concreta di crescita umana e trasformazione sociale. Da quell'esperienza sono nate occasioni di confronto, collaborazione e partecipazione che hanno contribuito ad ampliare la sua visione del ruolo delle comunità, del dialogo intergenerazionale e della responsabilità condivisa nella costruzione del bene comune. Oggi continua a promuovere iniziative che mettono al centro le persone, la partecipazione e il valore delle relazioni come motore di sviluppo, convinta che il cambiamento più duraturo nasca dall'incontro tra competenze, sensibilità e visioni condivise.
Franco Broccardi, economista della cultura, con Giovanna ha creato e organizzato tre edizioni del forum FRA a Pescara. Insieme hanno scritto numerosi articoli pubblicati sia su AES e che su altre riviste culturali sempre sul rapporto tra cultura e persone.
[1] G. Romano, F. Broccardi, Eppure, ti sto facendo studiare, Segnoonline, luglio 2020, https://segnonline.it/eppure-ti-sto-facendo-studiare/
[2] G. Romano, Le ragioni di un forum, AES, 2024 https://www.lombarddca.com/le-ragioni-di-un-forum/
[3] M. Cvetaeva, Lettera all’Amazzone, Castelvecchi 2016
[4] P. Handke, Saggio sulla Stanchezza, Garzanti, 1991
[5] G. Romano, Futuro Ragione Arte: 'FRA' Generazioni, AES 2023, https://www.lombarddca.com/futuro-ragione-arte-fra/
[6] G. Romano, F. Broccardi, Contro la cultura, AES 2020, https://www.lombarddca.com/contro-la-cultura/
[7] G. Pontiggia, L'isola volante, Mondadori, 2002
[8] I. Calvino, Palomar, Mondadori, 1994
[9] G. Romano, F. Broccardi, Il problema dell’ultimo miglio, AGCult, 2020, https://www.agenziacult.it/aperto/riflessioni-il-problema-dellultimo-miglio/
