di Davide S. Sapienza

Pubblicato in AES Arts+Economics 22 "Paesaggio"

La geografia è pericolosa perché non mente. La geografia è pericolosa perché ci rende liberi. La geografia è pericolosa perché ci invita a esplorare chi siamo e dove siamo; ci ricorda che senza assecondare l’impulso alla scoperta di un ambiente nel quale viviamo, o ci muoviamo, non è possibile (ri)attivare quel legame profondo e inalienabile che ci ha resi umani nel corso della storia della specie Homo sapiens, nella versione culturalmente intesa oggi.

Dunque, questa pericolosità, perché? Perché nel mondo globalizzato, nella centrifuga tecnologica dentro la quale crediamo di viaggiare e di conoscere i luoghi, la geografia è principalmente una proiezione commerciale, turistica, geopolitica. In questo decennio abbiamo aggiunto conflitti a quelli già esistenti, oppure proseguito quelli che facevamo finta di non vedere, come l’illegale invasione della Cisgiordania da parte dei coloni israeliani, supportati dal loro governo e dal loro esercito, oltre al genocidio in corso a Gaza. In questi giorni, Israele sta decidendo di prendersi un pezzo di Libano. Nel 2022 la Russia invade l’Ucraina, ma vediamo bene che si sta concentrando in una sola porzione orientale, che copre circa il 20% del territorio globale. Questa è geopolitica, la politica della geografia, o la geografia in quanto politica: non ha nulla di poetico, ma ci dice molte cose su come nel mondo percepiamo i territori e le nazioni. Con scarsa conoscenza, accettando discorsi preconfezionati sulle ragioni di queste mosse che violano il diritto internazionale e quasi sempre i diritti umani.

Eppure, non intendo questo quando parlo di geografia pericolosa. Il pericolo è un altro: per chi muove le pedine e utilizza la guerra come strumento di potere economico e politico, il pericolo è che noi cittadini del mondo sentiamo un legame, comprendiamo quanto sia inaccettabile sradicare, o almeno provarci, intere culture, dalle loro terre. L’attacco contro l’Iran da parte di Israele e U.S.A. dimostra che non ne sanno nulla, o che fanno di non sapere nulla della geografia più profonda degli abitanti di questi paesi. Non comprendono le radici e le connessioni, i legami e le stratificazioni createsi nel corso della Storia, dentro queste geografie. Impossibile poi pensare che le classi dirigenti possano provare sentimenti poetici nei confronti della geografia, perché per loro la geografia è semplicemente un display sul quale misurare quanto saldo è il loro potere su di noi, che in quella geografia viviamo, pensiamo, sogniamo, immaginiamo, lavoriamo, amiamo e sentiamo di essere interconnessi alla vita.

Non lo sanno e non sono interessati perché non è la vita di questo Pianeta, che ci include, a interessare a persone che sono fondamentalmente spiritualmente morte, incapaci di sentimenti, anaffettive. Sentire questa forza geografica significa dunque sfidare questo potere, per come si è sempre più configurato fino a deflagrare nel nuovo millennio in un disastro che van ben oltre quello di qualsiasi arma di distruzione di massa. Perché questo disastro sradica dall’anima dei popoli il rapporto più intimo e profondo, costringendo a vivere in un costante stato di paura, di perdita, di orrore osceno, con questo immenso paesaggio che è la Terra.

Questo legame ritengo sia l’evento emozionale depositato nel subconscio e nella nostra dote genetica più di prezioso della nostra vita: lo è perché rende significativo ogni momento e ogni atto e lo è perché ci aiuta a prendere coscienza, dunque a sviluppare un senso di responsabilità verso la nostra geografia. E nell’Era dell’Incoscienza, nei decenni dell’ossessiva ricerca di soluzioni che portino a non assumersi mai responsabilità, a essere veri e degni abitanti di questo pianeta, in un’epoca in cui sarebbe fondamentale rivoluzionare il sistema giuridico introducendo la parità tra tutti i viventi della Terra attraverso il nuovo paradigma dei Diritti della Natura, la Wild Law, la geografia è pericolosa perché, appunto, non mente. Questa sincerità della Terra viene vissuta con diverse gradazioni di apprendimento e consapevolezza da noi. Ma che la geografia ci insegna a comprendere cosa è il Paesaggio, è palese a tutti. Si tratta di un percorso che non ha mai fine per chiunque si ritenga persona viva e no, parafrasando Jack London, un sonnambulo che attraversa la propria esistenza senza capire di essere vivo. Il Paesaggio è una percezione di ciò che continuamente cambia dentro di noi e fuori di noi. Ce ne accorgiamo quando concentriamo i nostri sensi sui paesaggi sonori o quelli artistici. Compiamo un viaggio interiore mirabolante, trasformativo. A me piace accompagnare persone nei paesaggi geopoetici, che esistono fondamentalmente da sempre e ovunque, per questo mi piace stimolare chi partecipa a queste esperienze a cogliere questa relazione tra noi e l’intorno.

Rinunciare a questo cammino, al coraggio della geografia pericolosa per accontentarsi di quella raccontata dall’orgia di immagini, narrazioni turistiche, influencer, tv e magazine, significa tagliare le frequenze e ridursi l’apporto proteico per spirito e mente, attraverso l’atrofizzazione dei nostri corpi fisici. Perché ognuno di noi è dotato di un’antenna potentissima che non deve sottostare a norme e che non ha controindicazioni: il nostro corpo. Tutto si evolve, ogni cosa diventa più complessa, la rete delle connessioni che ci coinvolge è fluida, si esprime come una ragnatela che cresce di continuo, impercettibilmente e inesorabilmente. Lo stesso fa il nostro corpo che, sì è vero, invecchia, ma nel farlo stratifica esperienze e allenarlo a purificarsi attraverso il cammino e la percezione sensoriale, significa accettarne l’evoluzione anatomica e interiore. E prendere atto della geografia pericolosa significa dotarci di uno strumento politico e sociale rivoluzionario, un supporto immateriale che nessuno può portarci via, se non eliminandoci fisicamente; un aiuto a comprendere le menzogne di chi utilizza la geografia – il libro della Terra – come un tavolo da gioco del Casinò, che è l’equivalente dell’impresentabile visione disconnessa, priva di empatia che la Politica attuale, a ogni livello, rappresenta, supportata dalla stragrande maggioranza dei mass media e dell’intrattenimento.

L’aggettivo pericolosa, accostato al sostantivo Geografia suscita una reazione poetica in chi vuole mettersi in gioco per provare a leggere – attraverso le proprie emozioni, i propri pensieri e le parole che ne derivano - il Paesaggio. Induce a cogliere i nessi e le relazioni, a riconoscere le trame e le architetture di ciò che ci si presenta perché è un “eccitante”. Ma se questa relazione primaria e fondamentale è stata trasformata in un coacervo di paure e istinti aggressivi, inevitabilmente i nostri stati mentali e psichici porteranno a scaricare sul mondo la prevaricazione, la noncuranza, il distacco: ovvero ciò che l’ennesima e scellerata ventata di guerra e distruzione sta portando nel mondo, oltre al pericoloso “rinculo” antiecologico portato avanti dagli estremismi diffusi in tutti i governi del mondo. Criminalità organizzata auto proclamata come legale, dalle bombe e i missili, al fracking e all’estrazione pervicace e inarrestabile di idrocarburi e gas dalle viscere della Terra, al disboscamento senza freni, normato dalle classi dirigenti disinteressate alla vita e alla biosfera. Terrorismo, riflesso psicotico e malato della volontà di prevaricare e distruggere. Trasformare la geografia fisica e umana, culturale e naturale, in un arido terreno di sfruttamento finanziario di pochi a discapito della grande maggioranza di noi: questo è accaduto a causa dell’impoverimento dell’alfabeto emozionale, dell’immaginario individuale e collettivo che in questo secolo è avanzato a un ritmo talmente rapido da ricordare la velocità esponenziale degli effetti della crisi climatica.

E allora la geografia è pericolosa perché è poetica. Perché ha la forza ispiratrice, la capacità di stimolare l’immaginazione individuale e l’immaginario collettivo. Perché come la Poesia, ovvero l’arte secondo la quale ogni parola ha un senso e non è un ornamento tra un vocabolo e un altro, la Geografia (dal greco γεωγραϕία: “descrizione e rappresentazione della terra”), arte, scienza, o entrambe le cose, è la più antica scrittura conosciuta dal pianeta: una lingua che il territorio ci ha pazientemente insegnato, parola dopo parola, verso dopo verso, frase dopo frase. Un linguaggio dotato di un lessico che abbiamo affinato nei millenni, lasciando segni tangibili e spesso straordinari in questo libro della Terra, dal quale abbiamo smesso di apprendere, accontentandoci dell’illusione di esserne i proprietari.

Tutti gli esseri viventi, spostandosi sui mari e sulla terraferma hanno unito fiumi, montagne, pianure, promontori, vallate, altopiani, canyon e deserti esattamente come si uniscono vocaboli, verbi, aggettivi, congiunzioni, avverbi; lo abbiamo fatto per esprimere percezioni, emozioni, pensieri, idee, teorie e cambiare il volto dei luoghi dove ci siamo stabiliti. Per farlo abbiamo corso inenarrabili pericoli – azzardi che valeva la pena di mettere in gioco per evolverci e diventare Civiltà. Abbiamo sillabato narrazioni fatte di storie, scoperte, dubbi e per migliaia di anni lo abbiamo fatto mantenendo un certo equilibrio. Abbiamo scritto capitoli articolati, di quel libro, e lo abbiamo fatto in un arco di tempo che si distende nei millenni. Ora abbiamo chiuso il libro perché la poesia della Terra non ci interessa più, più facile aggredire e controllare. O illuderci di farlo.

Invece di osservare i cicli della vita – prendendoli ad esempio – abbiamo impresso un’accelerazione a ogni cosa. Se solo sapessimo capire, come scrive la geologa Marcia Bjornerud che “un sasso non è un sostantivo, ma un verbo” capiremmo quale è il senso del nostro evolverci di continuo. E invece eccoci qui, orfani come Ishmael alla fine dell’avventura sulla Pequod, miseramente fallita per avere provocato gli Dei nel voler catturare e uccidere la balena bianca, Moby Dick.


In questo testo l’autore ha approfondito tematiche presenti nel suo libro più rappresentativo, Geopoeta, nelle terre della percezione, pubblicato da Meltemi Editore nel 2025

Davide S. Sapienza è scrittore, giornalista, traduttore di Jack London. Dopo i decenni intensi nella scena musicale, da quando vive sotto la Presolana la geografia profonda ispira i suoi libri (da I Diari di Rubha HunishLa musica della neveNelle tracce del lupo a Geopoeta) e le performance letterarie. Ha introdotto in Italia i Diritti della Natura, collabora con magazine e quotidiani, ha creato la pratica geopoetica e progetti per UNESCO, Nordland Natjonal Park Center, Capitali Europee della Cultura, ERSAF, rassegne di cammini per aree protette. Ha realizzato i podcast Nelle tracce del lupo Ghiaccio sottileUomini e Montagne per OrobieAges of Mëllerdall per UNESCO.