Paola Albini

La Fondazione è nata nel 2007, quando Renzo Piano ha organizzato la mostra in onore del suo maestro, Franco Albini. Io mi sono occupata delle video interviste a tutti i personaggi dell’epoca, come Gregotti e Manfredini, per cui per la prima volta sono entrata in contatto con la realtà di mio nonno e sono rimasta folgorata dalle figure del movimento razionalista. In quel momento è stata sollevata anche la questione dell’archivio, anche su impulso di Bucci e altri del comitato scientifico della mostra. Così, mio padre e io abbiamo deciso di immergerci in questa avventura e abbiamo deciso di creare la fondazione. Mio padre e mio fratello hanno proseguito lo studio professionale, mentre io mi sono dedicata al lavoro di archiviazione.

Per via della mia formazione, ho portato il teatro all’interno della Fondazione come linguaggio principe per lo storytelling. Ho scelto questo strumento per avvicinare i maestri che ora ci sembrano lontani nel tempo, ma sono stati giovani e hanno affrontato delle difficoltà, rispondendo con delle innovazioni. Quindi, quello che mi interessava era l’analisi della forma mentis che ha dato origine alla modernità.

I documenti d’archivio e le lettere testimoniano le relazioni e lo scambio tra i componenti del gruppo dei razionalisti, facendo emergere la collaborazione e la partecipazione alla creazione di un mondo nuovo, un tema estremamente sentito da mio nonno e da tutti gli altri. Il Razionalismo è stato l’unico movimento capace di creare relazione veramente interdisciplinari, un elemento che ho voluto recuperare.

Ispirata da ciò, in quel periodo ho scritto uno spettacolo teatrale, ma poi l’ho messo in un cassetto, pensando che fosse fuori contesto. Sette anni dopo l’ho ritirato fuori e, rileggendolo, mi sono accorta del suo valore. Lo spettacolo si chiama “Il coraggio del proprio tempo” ed è dedicato alla nascita del Razionalismo, dagli anni ‘30 fino al 1945.

In seguito, ho scritto altri spettacoli: il secondo si chiama “I colori della ragione” ed è dedicato a Franca Helg, socia di mio nonno dal 1952 in poi. Da allora tutti i progetti sono sempre stati firmati come studio e non più individualmente come Franco Albini: un altro elemento che sottolinea nuovamente il tema della collaborazione e co-creazione per il bene comune, ma anche l’apertura e l’eleganza di uomo che valorizzava una donna al suo pari, rompendo gli schemi del suo tempo. Una storia di emancipazione.

Poi c’è stata un’altra pièce teatrale intitolata “La via del talento”, che è una rielaborazione della mia storia di non-architetta che conosce il nonno molti anni dopo la sua morte, una storia di relazione e contaminazione, di trasformazione in termini personali, visto che oramai sono quasi 20 anni che mi dedico a lui.

Pièce teatrale "La via del talento"

Al centro del nostro lavoro come Fondazione c’è il metodo di Albini, che mio padre ha decodificato, individuando cinque passaggi:

  1. Scomporre la realtà esistente
  2. Cercarne l’essenza
  3. Ricomporre la realtà in modo nuovo
  4. Verificare la correttezza
  5. Agire in modo responsabile

Di fronte a questa rielaborazione del suo linguaggio, ho pensato che essa valga per tutti gli ambiti della vita, per cui ho messo insieme un team trasversale per creare dei percorsi narrativi per partire dalla forma mentis di un innovatore, capace di trovare soluzioni in anticipo, e portarla in ogni ambito della nostra vita.

Così è nata la Franco Albini Academy, che offre formazione non solo per architetti, ma insegna un approccio applicabile a qualsiasi settore, dal pubblico generico alle aziende, persino in oncologia. Naturalmente il tutto sempre agganciato al design e all’architettura, perché quando parli di un metodo porti sempre esempi concreti della sua applicazione.

Per schematizzare, oggi sono quattro realtà che compongono il nostro lavoro. C’è la Fondazione che porta avanti l’attività istituzionale e di ricerca. Elena Albricci da anni si occupa dell’archivio che include 22.000 disegni, ciascuno con una storia da narrare, 6.000 fotografie, libri storici e riviste dagli anni 30 in poi, lettere, relazioni di progetti; c’è un solo faldone di schizzi perché, da bravo razionalista, li buttava via. Si chiama “Prospettive di mobili”. È un lavoro in itinere. L’archivio si trova all’interno dello studio originale, che tuttora prosegue l’attività di progettazione, in Via Telesio 13. È accessibile su prenotazione e c’è un calendario di visite guidate.

La sede della Fondazione Franco Albini a Milano © Matteo Girola

Poi, c’è l’Academy, che mira a rendere attuale oggi la cultura razionalista. Il passato, infatti, non deve essere relegato al passato, ma è importante capire quanto si possa attingere da esso. Personalmente, ho saputo leggere quello che risuonava in me, la mia eredità, portando questa realtà in altri ambiti della vita.

Una delle iniziative della Franco Albini Academy è Casa Albini, un hub in Sardegna arredato con gli oggetti di Albini delle aziende che oggi li producono. Il format annuale si chiama “Progettare futuri possibili”, promosso e sviluppato con Rubner Haus. La prima edizione del concorso ha premiato tre vincitori, sempre in linea con il tema della collaborazione e co-creazione, per costruire il “Piccolo tempio dell’ascolto”, un padiglione in legno, che sarà presentato con Interni al Fuorisalone all’Università Statale e poi in Casa Albini in modo permanente, per fare dei corsi. L’obiettivo è ripetere ogni anno questo concorso, per dar vita ad una “Cittadella dell’ispirazione” in partnership con il Comune di Aglientu. L’anno prossimo lavoreremo ad uno spazio espositivo per mettere in dialogo alto artigianato e designer.

Naturalmente ci sono anche delle criticità. La fatica maggiore sta nel mantenere gli spazi e l’archivio. Tutto è sulle spalle della famiglia: esiste finché ci siamo e riusciamo a mantenerlo. Anche noi, come la Fondazione Castiglioni, abbiamo il problema dell’affitto, che in centro a Milano pone delle notevoli difficoltà. L’anno scorso abbiamo cercato un altro spazio perché non riuscivamo più a mantenerlo, è una bomba a orologeria. Ma anche lo spazio contribuisce a raccontare la storia, è diverso far venire le persone in questo luogo, o portarle in un altro anonimo. Però non ci sono sovvenzioni statali: nonostante l’archivio sia vincolato, ma non c’è mai stato nessun contribuito.

Quest’anno, per il primo anno, tre aziende sono entrate nella Fondazione come soci partecipanti, per cui ci danno una mano. Nonostante ciò, ancora facciamo fatica. È oneroso il luogo, il mantenimento dell’archivio, del personale, il lavoro di ricerca, di certificazione, di digitalizzazione, di restauro. Il problema di tutti questi archivi è che finché ci saranno le famiglie, viene assicurato il mantenimento, ma che cosa accadrà se noi un giorno non ce la faremo più, o gli eredi decideranno di fare altro?

Oggi abbiamo un team talmente meraviglioso e innamorato che ci permette di andare avanti. Oltre a me, mio padre e mio fratello, che componiamo il Cda, c’è un comitato scientifico formato dallo storico dell’arte Carlo Bertelli, dallo storico del design Giampiero Bosoni, dallo storico dell’architettura Francesco Dal Co, dall’esperto di comunicazione Francesco Moneta, fondatore di The Round Table, che mette in relazione la cultura con l’impresa, e da Ico Migliore, co-fondatore di Migliore+Servetto. I soci partecipanti sono Cassina, Officina della Scala e Codiceicona, che editano i prodotti di Albini. Il team include sei collaboratrici oltre a me.

I progetti futuri sono tanti. Quest’anno si festeggia il 60° anniversario della metropolitana rossa, di cui Albini ha curato l’allestimento interno, per cui ci sarà una mostra in fondazione con allestimento di Marco Marzini e visite guidate con Giovanni Luca Menici, che è un esperto di metro. È già uscita una linea di moda e ci saranno dei tappeti che interpretano il famoso corrimano.

Poi abbiamo in produzione da quattro anni un libro gigantesco che sarà pubblicato da Silvana Editoriale. È un’opera omnia sul design di Albini per mappare i 3.000 progetti di design (bisogna pensare che Albini disegnava anche tutti gli interni delle case che progettava).

Il 4 aprile esce un documentario, e poi c’è l’esposizione di cui parlavamo durante il Fuorisalone, l’inaugurazione della struttura in Sardegna e il lancio del prossimo progetto. Ma anche diverse iniziative dedicate alle donne che erano vicine ad Albini: prima fra tutte Franca Helg, ma anche le sue sorelle, Carla, che è morta giovane, a cui Albini era legatissimo, e Maria, scrittrice e partigiana che ha scritto un libro sulla famiglia, intitolato “Gibigianna”.

Stiamo lanciando in questi giorni il nuovo sito, in cui ci sarà un blog e anche dei podcast, per raccontare tutte queste realtà. Senza dimenticare il teatro. Art è il quarto aspetto del nostro lavoro di Fondazione, che conferma la nostra attitudine a raccontare Albini attraverso il teatro, permettendo al pubblico di provare l’emozione di stare a diretto contatto con gli attori, circondati dai mobili di Albini, in collaborazione con Filrò. Abbiamo già messo in scena la Traviata, con Violetta che durante l’intervallo conduce gli spettatori alla scoperta dell’architetto. È un modo per creare dei raccordi tra l’innovazione di Verdi e quella di Albini, accomunati dalla capacità di guardare oltre.


Paola Albini è Presidente della Fondazione Franco Albini.