La bellezza nella mente
di Stefano Guarinelli
Pubblicato in AES Arts+Economics 22 "Paesaggio"
I
Quasi tutti sanno che quando parliamo di mente e quando parliamo di cervello non stiamo parlando della stessa cosa. Dico "quasi" perché, in realtà, le difficoltà non mancano e la confusione nemmeno. E non parlo soprattutto del cervello. Parlo proprio della mente. Confesso di provare un pizzico di sadico divertimento (probabilmente dovrei vergognarmene un po', invece di sbandierarlo pure) quando pongo la fatidica domanda agli studenti del primo anno della Facoltà di Psicologia, ma pure a quelli della Scuola di Psicoterapia: «Cos'è la mente?». I primi, essendo agli inizi, potrebbero non saperlo. I secondi, invece, trattandosi di un master post-laurea, dovrebbero saperlo. Eppure, non è così. Non è che non ci provino. Si cimentano però in complesse intellettualizzazioni che sarebbero incomprensibili per chiunque. E non se ne viene a capo. Sia chiaro: non ne venivo a capo nemmeno io.
Curioso, vero? Perché il vocabolo mente, tutto sommato, è di uso comune. Siamo perlomeno abituati a evocarlo di fronte a qualche problema: se di una persona si dice che ha problemi mentali, comprendiamo che gli manca qualche venerdì, oppure che è fuori come un balcone. Forse non arriviamo a sbilanciarci con chissà quale diagnosi scientifica. La sostanza, però, è quella lì.
Eppure, anche se un cervello dal vivo non lo avessimo mai visto (e se ci fosse accaduto di vederlo dal vivo... significherebbe che, o era finto, oppure al proprietario era accaduto qualcosa di irrimediabile...!), probabilmente saremmo in grado di darne una qualche definizione, almeno descrittiva e più o meno sommaria. Non sto affermando che il cervello sia semplice. Sto dicendo che di descriverlo più o meno accuratamente, saremmo capaci.
Provate a fare altrettanto con la mente!
II
Insomma: spezziamo pure una lancia nei confronti degli studenti del corso di laurea in Psicologia e pure di quelli, già laureati, del master in Psicoterapia. Perché il problema della mente, almeno a livello epistemologico – cioè di Filosofia della Scienza, dunque della "cosa" di cui si parla –, è davvero complicato e tutto sommato irrisolto.
Del resto, non sarebbe nemmeno una novità. Lo sapevano bene coloro che fondarono la scienza psicologica moderna. Essi riconoscevano che c'era "qualcosa" di cui occuparsi: della mente, infatti, potevano cogliersi gli effetti. Eppure, non sapevano bene cosa fosse in se stessa, al di là dei fenomeni che produceva. Insomma: la mente era un po' come l'aria, o come il vento, o come la ruah biblica, non casualmente scelta come categoria per denominare lo Spirito. Tutte realtà che in se stesse non sono visibili e che, ugualmente, hanno consistenza: diremmo mai che l'aria o il vento non esistono semplicemente perché non li vediamo? Eppure, qui varrebbe lo stesso problema: vedere un albero sradicato, o un tetto scoperchiato, o, meno gravemente, un uomo spettinato, non corrispondono a visioni dell'aria o del vento, ma dei loro effetti.
Alla fine, si optò per tutto ciò che nella persona è soggetto di attività, ma non è corpo.
E la si chiamò anima: psyché, appunto.
III
La parola anima fu avvicendata da mente in un passato recente. Siamo nel 1911. Sappiamo bene che le parole «fanno le cose». Dunque, quella "semplice" denominazione (anima) per quanto successivamente cambiata, non aveva solo etichettato, ma in qualche modo già pregiudicato una realtà che, invece, era ancora tutta da capire, al di là dei termini scelti per identificarla. Perché l'anima (dunque pure la mente) sta con la persona. La mente, sia quello che sia, si trova dove si trova la persona a cui quella mente appartiene. Qualcuno aveva perfino osato di più: non dove si trova la persona, ma, nello specifico, il cervello di quella persona.
Ma siamo sicuri che le cose stiano proprio così?
IV
I nostri padri non disponevano di una sorprendente analogia: quella informatica. Ogni oggetto informatico – si tratti del personal computer, dello smartphone, o di altro ancora – dal punto di vista ontico (cioè degli enti che lo compongono) è fatto di due cose: un supporto fisico (silicio e metalli diversi, ma pure plastica) che chiamiamo hardware, e un sistema di processi che chiamiamo software o app. Qualche ulteriore distinzione sarebbe utile, ma probabilmente non in questa sede. E se, in effetti, l'utilizzo del termine anima, oggi presenterebbe qualche difficoltà ad immaginare di cosa si tratti, anche la possibilità di visualizzare quello di mente non è privo di problemi. Tutti coloro che hanno uno smartphone, però, sappiano o non sappiano cosa sia "tecnicamente" una app, almeno sanno usarla. Sarà pure una conoscenza esclusivamente pratica, ma è pur vero che all'utilizzatore finale di uno smartphone tutto sommato non è richiesta una conoscenza diversa.
Brevissima ma importantissima precisazione: quando si ricorre a una analogia, occorre prestare attenzione. L'analogia suggerisce che per alcune caratteristiche di un oggetto (struttura o processo che sia) un altro oggetto, preso da un ambito che potrebbe essere completamente diverso, facilita enormemente la possibilità di renderlo visibile, dunque immaginabile e maggiormente comprensibile. Allo stesso tempo, però, l'analogia si mantiene sul piano del "come se fosse" e non in quello del "è proprio così". Insomma: dire che la mente è come il software del cervello non equivale ad affermare che la mente è il software del cervello.
Ciò detto, e chiarito dunque che vi sono delle differenze – su di esse, però, ora non mi soffermerei –, alcune caratteristiche formali del software si mantengono anche rispetto alla mente e aiutano a ripensare ad alcuni tratti probabilmente poco considerati eppure tutt'altro che irrilevanti, della mente e del suo funzionamento e, soprattutto, ci permettono di entrare nel merito del tema specifico di questo breve scritto.
V
L'analogia informatica è rilevante non solo a evidenziare la natura processuale della mente, ma anche la sua collocazione fisica. Le app del mio smartphone sono... nel mio smartphone, vero? L'affermazione parrebbe perfino un'ovvietà. Eppure, non è corretta; perlomeno non del tutto. Se desidero telefonare a un amico e cerco il suo numero sulla rubrica del mio smartphone, quel numero apparirà sullo schermo dello smartphone. Ovvio e, soprattutto, utilissimo. Già, ma quel numero fisicamente non si trova lì o potrebbe non trovarsi lì. In effetti, a me basta che dopo aver digitato sull'icona della rubrica, quel numero compaia sul mio schermo. Ribadisco: c'è caso che non sia lì. Né sullo schermo, ovviamente, ma nemmeno sotto lo schermo. Fisicamente sta in qualche data center, in altrettante aree del pianeta, forse in America, forse in Asia...
Sorpresa: l'hardware è qui; il software è un oggetto diffuso.
Seguendo l'analogia: il cervello è qui, con me; la mente non è solo qui con me. È in me e pure attorno a me. È prossima, ma può essere distante; perfino molto distante. Eppure si tratta della mia mente; esattamente come si tratta delle mie app.
VI
Non stiamo forzando la mano all'analogia. Al contrario: proprio la storia recente della Psicologia ci mostra questa stessa evoluzione: dalla monopersonalità all'interpersonalità, e poi via via, verso l'intersoggettività; e ancora: ecco le teorie sistemiche e infine quelle esternaliste. Insomma: come le onde prodotte sulla superficie da un oggetto che cade nell'acqua, che si irradiano da quel punto e si allargano, il percorso teorico dell'idea di mente segue un andamento del tutto simile. Associata inizialmente alla persona – come la categoria di anima ma pure il buon senso sembravano suggerire – essa finisce per espandersi. È qui e pure altrove. Come il software, appunto. Ed è così vero, che le app si modificano sul mio smartphone, si aggiornano e magari cambiano l'icona, anche senza che io faccia proprio un bel niente e nemmeno lo voglia.
Quando penso, creo, decido... sono io, certo, a pensare, creare, decidere, ma quell'io non sta solo qui, con me.
VII
A questo punto sorge una domanda legittima che potrebbe essere formulata nel modo seguente: in cosa consistono quelle altre "cose" che sono o possono essere parte di ciò che alla fine mi porta a dire «io penso», «io creo», «io decido...»? Rispondendo in un modo ancora generico potremmo dire che si tratta dei simboli. In altre parole: tutto ciò che da "fuori", nel percorso della vita, io incontro e finisco per incorporare, facendolo diventare, più o meno inavvertitamente, parte di me. Simboli, possono essere oggetti, ma pure persone e infine attività, ruoli sociali e pure affettivi.
Avere una cosa qualsiasi, ma pure fare una cosa qualsiasi – ad esempio: svolgere una professione – spesso non si riduce ad un semplice possesso e nemmeno consiste soltanto in una sequenza di azioni. Quell'oggetto, quella sequenza mi restituiscono un'identità. Quella cosa o quella attività mi identifica e io mi identifico in essa o attraverso di essa. Diventa dunque un simbolo perché da un certo punto in poi è come si ergesse a estensione di me stesso.
VIII
Il viaggio attraverso i rivoli teorici della mente ci conduce a incontrare il paesaggio. La sua bellezza non è decorativa, pura compensazione estetica. Non sarebbe male, ma sarebbe poco. Possiamo osare di più. Il libro biblico della Genesi (2,15) assegna all'essere umano un compito duplice rispetto a quel giardino nel quale egli viene posto, affinché sia al meglio delle sue possibilità. Egli deve coltivarlo e custodirlo. È importante che i due compiti siano identificati e non subito sovrapposti. Il verbo ebraico del secondo termine esplicita la protezione dai pericoli, il dovere di vigilarlo e l'importanza di prendersene cura. Insomma: il giardino è fatto perché l'essere umano ne tragga frutto, ma non solo. È fatto perché ha valore in se stesso o, più probabilmente, perché l'attività della cura è un simbolo per l'essere umano. La bellezza non ha uno scopo ultimamente produttivo. Essa porta il segno di una «buona cura». Non serve ad altro. Serve a se stessa e fa bene a colui che occupandosene diventa custode di quella bellezza. Per l'essere umano, l'interiorizzazione di quell'attività assegna alla mente quella stessa bellezza. Lo rende capace di riconoscere la bellezza e pure di crearla e ricrearla.
IX
La bellezza del giardino non è una bellezza qualsiasi. Si tratta di una bellezza eccentrica, non egocentrica. Chiede che il giardino sia conosciuto in se stesso e non che sia semplicemente lo spazio nel quale l'essere umano si diletta con la propria capacità espressiva. Così il paesaggio, appunto. Dunque, la cura del paesaggio e non di una bellezza qualunque, è una potente terapia contro il narcisismo dilagante. Il paesaggio viene fatto dialogare con colui che lo contempla. E chi lo contempla non dovrebbe imporsi con una bellezza che prescinda dalla relativa autonomia del giardino.
Penso alle infinite applicazioni di una tale forma mentis: dalla pittura, all'architettura; dalla progettazione di infrastrutture civili, all'autocritica rispetto a quelle forme artistiche o pubblicitarie che legittimano il sopruso e non, invece, la bellezza donata, dalla natura o dalla Storia. Esse invitano al dialogo e non alla sopraffazione.
Ma c'è di più. La mente di ciascuno di noi potrà trarne un grandissimo beneficio: nell'«io penso», nell'«io creo», nell'«io decido», la bellezza diventerà una parte essenziale.
Se la mente di un leader avrà incorporato la bellezza, potrà mai esserci un'altra guerra?
Stefano Guarinelli è professore straordinario di Psicologia evolutiva, Pontificia Università Gregoriana, Roma.
