Il 23 aprile è uscito su Artribune un articolo di Franco Broccardi, Partner dello Studio Lombard DCA, che commenta la riforma dei beni culturali del Governo Meloni. Il contributo integrale si può leggere sul sito della testata, mentre qui vi riassumiamo i contenuti principali.

L'articolo parte da una considerazione di fondo: ogni legislatura italiana approva una riforma dei beni culturali che si presenta come ambiziosa, ma che nella pratica risulta quasi sempre complicata da attuare e destinata a rimanere incompiuta. La nuova legge "Italia in scena", varata a marzo 2026, potrebbe teoricamente fare eccezione, ma l'autore nutre forti dubbi in merito.

La legge è coerente con i temi della destra al governo, puntando sulla valorizzazione del territorio nazionale, la promozione delle identità locali, l'autonomia e un ruolo rilevante per i privati. Tuttavia, proprio per i piccoli centri, che dovrebbero essere i principali beneficiari, si profila il rischio di un onere insostenibile. Questi enti, spesso sprovvisti di competenze e risorse adeguate, dovrebbero gestire censimenti nell'Anagrafe digitale, aggiornare dati, curare un albo e progettare attività culturali per richiedere opere in prestito. Il testo non prevede alcun coordinamento regionale, creando un vuoto serio perché la Conferenza unificata si occupa solo delle scelte strategiche nazionali.

Un altro nodo critico riguarda lo spostamento dell'asse culturale verso il privato e lo sfruttamento economico della cultura. Se da un lato il privato può essere più agile e innovativo, dall'altro mancano garanzie per mediare tra sostenibilità economica e diritto di accesso. Il rischio concreto è che i grandi operatori organizzino eventi costosi nei grandi centri, escludendo i giovani e trasformando la cultura in un'esclusiva per ricchi.

Le risorse messe a disposizione sono poi del tutto inadeguate: solo 4,5 milioni di euro annui per una strategia nazionale che deve sostenere l'Anagrafe digitale, l'albo, la comunicazione istituzionale e le iniziative nelle aree periferiche. L'articolo sottolinea come si tratti di una cifra simbolica, soprattutto, se paragonata agli investimenti francesi sulla mediazione culturale nelle periferie. La legge apre sì al Terzo settore, che potrebbe bilanciare l'influenza dei grandi player commerciali, ma resta il dubbio che queste realtà cooperative e di comunità possano davvero competere con soggetti più strutturati.

L'articolo solleva poi numerose altre questioni. Innanzitutto, la legge rinvia tutto ai decreti attuativi, senza fissare paletti temporali stringenti, né vincoli di contenuto. C'è il serio rischio che questi decreti vengano scritti sotto la pressione dei grandi operatori privati, replicando squilibri esistenti. Inoltre, il testo non prevede conseguenze per chi non rispetta gli obblighi: se un ente pubblico non aggiorna i dati dell'Anagrafe o un affidatario privato non rispetta i livelli minimi di qualità, non è chiaro chi intervenga e come. Gli "interventi correttivi" sono così generici da risultare inefficaci.

C'è poi un aspetto paradossale: la legge prevede nuove linee di promozione per i beni culturali privati senza oneri per i proprietari, il che significa che i costi ricadrebbero sul pubblico, mentre i benefici economici resterebbero ai privati, trasformando il principio di sussidiarietà in un vero e proprio sussidio mascherato. Inoltre, per richiedere un'opera in prestito, un comune deve già possedere un museo pubblico con direttore nominato, spazi adeguati e un progetto culturale integrato con i circuiti turistici esistenti, condizioni che proprio i piccoli comuni, teoricamente i destinatari della legge, faticano a soddisfare.

L'autore nota anche una scelta di campo discutibile: la legge insiste su rievocazioni storiche e spettacoli dal vivo come strumenti di valorizzazione delle aree interne, una fissità dell'ex ministro Mollicone che rivela un'idea di cultura folkloristica e identitaria, non necessariamente adatta a costruire ecosistemi culturali vitali e contemporanei. Manca poi qualsiasi intervento sulle competenze professionali nel settore pubblico, che è cronicamente sottorganico e sottofinanziato in termini di formazione, rendendo di fatto vuota la struttura normativa.

Infine, l'articolo ricorda che il principio di sussidiarietà orizzontale esiste già da decenni, quindi la legge non rappresenta affatto una novità epocale. E conclude con l'ultimo, forse più banale problema: i tempi. La legge è entrata in vigore ad aprile 2026 e prevede 24 mesi per l'attuazione, quindi fino ad aprile 2028, ma la legislatura scade nell'autunno 2027. Le elezioni politiche cadono comodamente in mezzo. Il copione è noto: una maggioranza approva una legge, arrivano le elezioni, cambia il governo, i decreti attuativi vengono riscritti o dimenticati, e la riforma resta sulla carta come l'ennesimo monumento normativo incompiuto. Con i beni culturali, conclude l'autore, questo schema si è ripetuto talmente tante volte da sembrare quasi intenzionale.