di Francesca Frediani

Pubblicato in AES Arts+Economics 23 "Incontri e persone"

incóntro (ant. e poet. incóntra) avv. [lat. tardo incŏntra, comp. Della prep. in e cŏntra «contro»]. – 1. Indica direzione di movimento, e più in partic. movimento verso persone che siano a loro volta dirette o rivolte verso di noi (dal Dizionario Treccani - www.treccani.it).

Manuel

Hinterland milanese. Per raggiungerlo devo affrontare ogni volta la mia paura dell’autostrada. Le mie mani stringono con tutta la forza che hanno il volante, le spalle sono in tensione, cerco di calmare il respiro mentre dai finestrini della macchina vedo le costruzioni per il nuovo polo fieristico, stretto come un’isola tra i raccordi della tangenziale.  Parcheggio nella zona residenziale dietro alla scuola. Case basse, recintate.

Sul muro dell’edificio che costeggio prima di svoltare a sinistra qualcuno ha scritto “La calle es de nosotro. Mi domando se non ci voglia una s, al termine di nosotro. Poi penso che il concetto sia chiaro, in ogni caso.

L’insegna della scuola, gialla su sfondo azzurro, occhieggia da dietro al cancello. L’istituto comprensivo è composto da due edifici comunicanti. Elettricisti e idraulici in un’ala, turismo e moda dall’altra. Novantanove virgola nove per cento di ragazzi da una parte, novantotto per cento di ragazze dall’altra. Convergenza saltuaria in cortile per l’intervallo.  Dalle finestre sul retro della scuola si vedono le macchine che sfrecciano sulla Statale 33.  

Io mi sono laureata da poco, e dimostro la stessa età dei ragazzi a cui dovrei insegnare. Terrò un corso integrativo di scrittura, sono arrivata lì per caso – o, col senno di poi, per destino.

È il mio primo giorno. Nella sala professori dove appoggio il mio zaino mi raccontano che in quarta elettricisti qualche mese prima hanno bruciato un banco nel mezzo della lezione, e hanno rischiato di mandare a fuoco la scuola. Mi consigliano, lì e altrove, di non girare le spalle per scrivere alla lavagna perché c’è la forte possibilità che parta una raffica di palline di carta.

Il modulo del mio corso dura due mesi. In quarta A elettricisti non ci arrivo subito, ma al giro dopo. Così ho tempo di raccogliere altri aneddoti sulla classe e di sviluppare una certa inquietudine. Una cosa però l’ho capita nel frattempo: so individuare a colpo d’occhio la personalità più forte, il “capobranco”, se così vogliamo chiamarlo. Di solito non è il ragazzo che fa più rumore. È il più calmo. Quando apro la porta lo vedo subito. Non abbassa lo sguardo. Non lo abbasso nemmeno io. Fa una battuta sulla mia età. È una battuta intelligente. Rido con lui. Mi guarda, spiazzato. Si chiama Manuel. Ancora col sorriso sulle labbra, prova a uscire dalla classe. Lo fermo. Lui torna al posto. E siccome lui decide di rispettare le mie regole, allora lo fa tutta la classe. In quei pochi minuti, abbiamo stabilito un patto. Che non riguarda solo loro, riguarda anche me. Anch’io dovrò mantenere la promessa di ridere con loro. Di stare dalla loro parte.

Quando il professore di matematica bussa alla porta della classe e la apre (per controllare che io sia ancora viva, come mi aveva anticipato quella mattina alla macchinetta del caffè, aggiungendo inquietudine alla mia inquietudine) stanno scrivendo tutti. In silenzio. Una canzone rap.

E attraverso le loro rime, Manuel e i ragazzi della quarta A aprono degli spiragli crudi e sinceri sulle loro vite che mi spiazzano, e che cambiano la mia.

Ivan

Stesso istituto comprensivo. La classe che ospita la quinta B idraulici dà sul cortile. Un quarto d’ora prima dell’intervallo gli sguardi cominciano fisiologicamente a spostarsi sulle finestre, per controllare se le ragazze, che hanno turni differenti, siano già scese in giardino. Quel giorno, stranamente, Ivan non fugge appena suonata la campanella. Si avvicina invece alla cattedra e appoggia un quaderno davanti a me. Mi volto verso di lui. Mi chiede di aprirlo. Lo faccio. Mi trovo davanti delle pagine affollate, piene di disegni: persone, espressioni, dettagli dei volti e delle mani, ma anche luoghi, prospettive, chiaroscuri. È bravissimo. Glie lo dico. Lui mi guarda e non so se mi crede.  Mi dice che vorrebbe imparare seriamente.

Gli propongo di andare alla pinacoteca di Brera, per copiare i dipinti di “quelli bravi”, come li chiama lui. Ivan mi guarda come se non capissi. E mi risponde che lui a Brera non ci può andare. “Perché?”, gli chiedo. La distanza da lì, sì, ma non è solo quello. La domanda gli crea un disagio che non sa neanche lui. Io lo incalzo. Prova a spiegarmi: “Non lo so, prof, è come sono vestito, si capisce subito da dove vengo”. “Ma Ivan, perché dovrebbe essere un problema?”, gli chiedo. E intanto la domanda la pongo anche a me stessa. “Insomma, prof, davvero, non vale la pena di fare il viaggio. Secondo me non mi fanno entrare”.

Mentre Ivan parla, le sue parole disegnano davanti ai miei occhi un muro. Preciso come i suoi disegni.

Il muro davanti all’ingresso del museo. È un muro invisibile, ma non significa che non esista. Perché per Ivan esiste.  Per giorni mi domando: com’è possibile che un ragazzo che ha frequentato tredici anni di scuola possa pensare che se vuole andare al museo non lo faranno entrare?

Grazie a Manuel, a Ivan, (ma anche Iba, a Federica, a Tarek, a Jessica…), capisco che è lì, esattamente lì che voglio stare. Dove la scrittura non è una possibilità, ma lo può diventare. Dove accedere a un libro, a un luogo della cultura, a un museo, non è una scelta estetica ma può cambiare la direzione di una vita.

E intanto loro cambiano la direzione della mia. Ero andata a studiare scrittura creativa alla New York University per provare a portarla poi nelle università (ai tempi non c’era quasi nulla in Italia) e invece avevo scoperto il luogo esatto in cui la scrittura tornava ad essere viva.

Violeta

In via Gola ci sono dei muri visibili e dei muri invisibili.

I muri visibili, quelli delle abitazioni, urlano. Lo fanno attraverso le opere di street art che li abitano. Opere forti, politiche, non addomesticate. Quelle che ricordano Dax, Davide Cesare, che nel 2003 è stato ucciso proprio in questa via. Il suo ritratto campeggia di fianco al Cuore in Gola, uno dei pochi centri sociali che ancora resistono a Milano. Oppure l’animale fantastico dipinto sulla facciata ad angolo con via Pichi: una presenza che inquieta, denuncia e in qualche modo dà la sensazione di proteggere il caseggiato ed il cortile. Poi le scritte, tante scritte, quelle anarchiche, quelle contro gli sgomberi e quella che è come un grido nel buio: “Polizia dappertutto, giustizia da nessuna parte”.

Poi ci sono i muri invisibili. Le case popolari di via Gola, Pichi e Borsi sono un mondo a parte in una zona altamente gentrificata. Una periferia in centro, una città nella città. Le traiettorie del NABA, la nuova accademia di belle arti poco distante, e delle persone che abitano i nuovi quartieri a settemila euro al metro quadro non entrano in via Gola. Le strade non si incrociano. 

Un anno dopo l’avventura all’Istituto tecnico ho fondato e diretto un progetto sociale che portava libri, musei, e accesso alla cultura nelle zone più difficili.

Col tempo, vinciamo un bando[1] e il Municipio ci assegna uno spazio nella strada perpendicolare a via Gola.

Distanza reale da via Gola: cento metri. Distanza percepita: un mondo. Per convincere le ragazze e i ragazzi che abitano nelle case popolari di via Gola, Pichi e Borsi a frequentare il nostro spazio ci abbiamo messo un anno. Ci siamo resi conto che quel luogo, che era del Comune e quindi di tutti, non lo sentivano “loro”.

Non sentivano di poterci entrare. Come Ivan. Un altro muro invisibile.

E quindi siamo andati noi da loro.

Un anno intero per buttare giù il muro. Un anno intero perché si fidassero di noi.

Violeta ci aveva dato fiducia quasi subito. Frequentava il doposcuola, prendeva dei bei voti, era una delle personalità di punta della redazione di GolaNews, il giornale con cui cercavamo di raccontare i punti di luce del quartiere (i punti di ombra erano narrati a ritmo regolare dalla cronaca, creando un immaginario che poi finiva sulle spalle delle ragazze e dei ragazzi che da lì provenivano. Allora, ci siamo detti, rimettiamolo in mano a loro il racconto).

Grazie a Violeta avevo scoperto cos’è la Quinceañera, la festa che si fa in America latina al compimento dei 15 anni di una ragazza, un vero e proprio rito di passaggio. Nelle foto che ci aveva mostrato, il suo vestito era voluminoso come quello delle principesse dei cartoni animati.

In questo momento la principessa sventola un portafogli davanti ai miei occhi. Siamo nel cortile di via Borsi, un sopralluogo in cerca di notizie per GolaNews. Io, che sto cercando di tirare fuori un discorso sensato per i ragazzi della redazione, ci metto un po’ a realizzare che sia il mio. Violeta, paziente, mi lascia il tempo di elaborare.

“Non lo devi tenere dietro alla schiena, il portafogli, hai capito?”, mi dice con benevolenza indicando il mio zaino, mentre mi restituisce la refurtiva.

E niente, sono stata borseggiata con intenti pedagogici.

È la lezione che ricordo meglio. “Show, don’t tell”. Poi l’ho applicata in molte altre occasioni.

Volevo insegnare delle cose. Credo di averne imparate molte di più.

Rosalia

Mi trovo a Danisinni, un quartiere complicato di Palermo. A dieci minuti dal centro storico della città, è davvero un mondo a parte.

Un po’ perché dal centro storico c’è una sola via per arrivarci, come fosse una penisola collegata da un istmo di asfalto. Un po’ perché le vie tortuose che collegano le case basse e fragili si interrompono in un campo aperto che un tempo era terra di nessuno e in cui ora convivono le associazioni che operano sul territorio e un tendone da circo in cui si praticano arti circensi e educativa di strada. Il tendone prende il nome dal collettivo che lo abita: Chapitô. Un tempo il tendone era bianco, ora ha preso un po’ del colore polveroso del terreno. Di fianco a Chapitô c’è un recinto con un cavallo che passa il tempo immobile, cercando l’ombra, appoggiato al muro delle case. Ancora oltre, le pecore del pastore che ora si trova a condividere il campo con le associazioni del territorio.

Fratel Mauro, francescano, è l’anima del quartiere. Nel senso più profondo del termine. È l’inarrestabile motore del suo cambiamento. Oltre al lavoro quotidiano di progettualità e di tessitura all’interno del quartiere e tra il quartiere, le istituzioni e gli enti del terzo settore, ha invitato lì street artists da tutto il mondo. Così, Danisinni è diventato un museo a cielo aperto. E i muri delle abitazioni sono diventati tele. Fra Mauro invita le persone ad approdare nel quartiere per scoprire questi muri trasfigurati, ma anche l’umanità che contengono. E nello stesso tempo invita le persone che lo abitano a imparare a riconoscere la bellezza, e a prendersene cura.

C’è un’opera di Igor Scalisi Palminteri che travolge di azzurro tutta una scalinata che si annida tra le case continuando poi sulle facciate, fino ad arrivare al muro che separa la piazzetta rialzata dal campo che ospita Chapitô. Si chiama “Fiume di vita”, e contiene tutti noi che la attraversiamo. In cima alla scalinata da cui parte questo fiume azzurro incontro un uomo che sta pulendo a terra con una scopa. “Dove non arriva lo Stato arrivano loro” mi dice Martina, l’educatrice che mi sta accompagnando.

L’uomo mi racconta che nel tempo alcune persone si sono costruite delle baracche abusive “perché lo Stato non c’era”. “E ora lo Stato vuole buttarle giù perché non sono a norma. Ma dove vanno poi a vivere le persone?”.

Quando torno al campo, vengo circondata da bambini e ragazzi del quartiere, incuriositi da me e dai colori che tengo in mano. Fuori fa caldo. Entriamo nel tendone da circo, e mentre un artista prova il suo numero in equilibrio su una scala, Rosalia, che ha dieci anni, mi prende per mano. Si siede sui gradoni dedicati al pubblico. Sto lavorando sulle Città Invisibili insieme a Fondazione EOS. Le passo fogli e colori e le chiedo di disegnare la città che vorrebbe. Lei usa i gradoni come banco per scrivere, prende il foglio e si ferma con il pennarello verde a mezz’aria.

“No”, mi dice, “Non riesco a immaginarla”.

Quando hai la percezione che non ci sia futuro, non osi immaginare. Perché hai paura che quello che desideri non diventerà mai vero.

Questa lezione fondamentale me l’hanno insegnata molte bambine e bambini in questi anni. E molti adolescenti.

Rosalia me l’ha ricordata ancora una volta.

C’è un momento in cui le tue aspettative sono state deluse così tante volte che preferisci smettere di sognare. Quando questo accade a dei bambini, è una ferita di cui dovremmo prenderci carico tutti.

Come dovremmo prenderci carico dei loro sogni, e della possibilità concreta che possano realizzarli.

Poter immaginare è un privilegio.

Alla fine, Rosalia si fida di me e immagina la sua città invisibile.

È una casa vera. Con una porta, il tetto di tegole e le tende alle finestre.

Una parentesi su Fratel Mauro

(dal mio quaderno di appunti, scritti in quei giorni a Danisinni)

Non ho mai sentito scampanare così forte come durante la messa di fratel Mauro.

Lui scampana anche quando parla, nel senso che dice cose così importanti che fanno rumore, e riverberano a lungo nell’anima di chi le ascolta.

Ha detto che Danisinni era un quartiere invisibile come tante periferie.

Una città invisibile che il suo lavoro e quello delle associazioni su quel territorio hanno reso visibile.

Ludovico

Vito Alfieri Fontana non l’ho mai incontrato. È un ingegnere elettrotecnico. Negli anni Settanta entra nell’azienda di famiglia, la Tecnovar, specializzata nella produzione di mine antiuomo. Hanno più di trecento dipendenti. Due milioni e mezzo le mine prodotte.

Il maggior numero di vittime delle mine antiuomo sono bambini. I motivi sono due: le bambine e i bambini spesso scambiano gli ordigni inesplosi per giocattoli, a causa delle loro forme e dei loro colori. Specialmente le mine a farfalla. L’altezza dei bambini, poi, fa sì che l’esplosione colpisca direttamente i loro organi vitali, come il torace e la testa. Le mine antiuomo e le munizioni inesplose sono state responsabili di oltre il 75% di tutte le vittime di guerra tra i minori, secondo Save the Children[2].

Un giorno, Vito sta riaccompagnando a casa il figlio di otto anni. Suo figlio si chiama Ludovico, come il nonno, fondatore dell’azienda. Accanto a lui, nel sedile posteriore c’è il catalogo della Tecnovar. Ludovico lo sfoglia, e chiede: “Cosa sono le mine antiuomo?”. Ascolta la spiegazione e poi domanda al papà: “Ma quindi tu sei un assassino?”.

Nei giorni successivi, arriva la telefonata di un possibile cliente che apre alla possibilità di un ordine di seicento mine antiuomo. Dieci milioni di euro. Vito rifiuta il contratto.

Chiude l’azienda di famiglia e mette la sua competenza a servizio della campagna contro le mine antiuomo.

E per vent’anni va di persona a bonificare le terre minate. [3]

“Perché l’ha fatto?” gli chiede una giornalista in un’intervista.

“Andava fatto”, risponde.

Quel giorno, in macchina, Vito aveva incontrato lo sguardo di suo figlio.

E la sua vita era cambiata.

Nella mia esperienza le fondazioni, le organizzazioni, i progetti sociali più potenti ed efficaci che abbia incontrato sono tutti nati da un incontro. Incontri che hanno aperto una porta su mondi che fino a quel momento erano solo numeri in una relazione, dati in un articolo di giornale.

Se ci penso bene, tutti i progetti che ho creato erano risposte alle domande di Manuel, Ivan, Violeta e Rosalia…E non è retorica. Per ogni progetto posso fare il nome del bambino, della bambina, del ragazzo, della ragazza per cui è nato.

Nel linguaggio tecnico che uso anch’io - perché è la lingua dentro alla quale si svolge parte del mio lavoro - questi stessi incontri, queste persone così preziose diventano ADHD, DVA, NAI, numeri nella statistica della povertà educativa e della dispersione scolastica.

E, con il massimo rispetto per le statistiche, che sono necessarie per capire la scala dei fenomeni, ogni volta che scrivo bandi, testi e relazioni (che nella vita di chi lavora nel terzo settore stanno prendendo sempre più tempo e sempre più spazio) penso a Stella, Ibra, Natalia, Stephano, Wei, che ci stanno strettissimi in queste etichette.

E penso: non fatevi bastare quei numeri, non rinunciate a incontrarli.

Perché potrebbero cambiarvi la vita.


Francesca Frediani è pioniera nel campo dei progetti culturali dedicati alle povertà educative e all’inclusione in ambito nazionale e internazionale e lavora come consulente esperta per istituzioni culturali e sociali e Fondazioni. Tiene formazioni, è relatrice a convegni nazionali e internazionali, ha scritto decine di articoli collaborando con riviste specializzate per raccontare la possibilità per cultura di essere accessibile e creare inclusione. Ha lavorato in scuole “di frontiera”, in contesti territoriali caratterizzati da povertà educativa, in carcere. Ha inoltre approfondito il tema dell’accessibilità culturale legata alle differenti abilità. Ha fondato e diretto per 15 anni, fino al 2024, La Grande Fabbrica delle Parole. Ha collaborato e collabora con Musei, Fondazioni e istituzioni quali 826 National, Fighting Words, Ministry of Stories, Le Labo des Histoires, Musei del Castello Sforzesco, Museo del Novecento, Fondazione Cariplo, Fondazione De Agostini, Fondazione EOS – Edison Orizzonte Sociale.


[1] Parlo al plurale perché è stata un’avventura condivisa con tante persone fondamentali, che hanno custodito e fatto battere insieme a me il cuore del progetto per i 15 anni in cui l’ho portato avanti. Per rendere giustizia a tutte e a tutti avrei bisogno di scrivere un altro capitolo dedicato interamente a loro. Rispetto al lavoro su via Gola ci tengo a menzionare Leonardo Rasulo, Franco Broccardi, Margherita Oggioni, Natascha Lusenti, Maria Cristina Cauduro, Cristina Sibaldi.

[2] Save the children, 2022 (https://www.savethechildren.it/press/yemen-le-mine-antiuomo-e-gli-ordigni-inesplosi-sono-stati-la-causa-principale-delle-morti-di)

[3] Vito Alfieri Fontana con Antonio Sanfrancesco “Ero l’uomo della guerra. La mia vita da trafficante di armi a sminatore”, Laterza, Bari, 2023.