di Filippo Tenti

Intervista raccolta da Silvia Anna Barrilà, pubblicata in AES Arts+Economics 23 "Incontri e persone"

Dalle spedizioni in camion con suo padre Beppe Tenti al format più intimo e profondo di oggi: Filippo Tenti, esploratore e conduttore della trasmissione "Overland", racconta, in occasione della sua mostra “Latitudini umane. Storie di viaggi e incontri", dal 7 luglio al 30 ottobre 2026, presso lo Studio Lombard DCA, trent'anni di avventure tra sterotipi da sfatare, viaggi nei paesi "bistrattati" e un nuovo modo di raccontare il mondo, lontano dalla corsa contro il tempo.

Da quanto tempo fai Overland?

Overland è nato nel 1995, ideato da mio padre Beppe. Lui, però, veniva da anni di spedizioni: già negli anni '50 e '60 aveva portato in Italia il trekking di scoperta culturale a piedi, prendendo spunto da una moda inglese. È stato il primo tour operator italiano a organizzare viaggi a piedi nel mondo per conoscere culture e territori, non solo le vette. Poi, visto il successo e anche che le televisioni lo cercavano per organizzare riprese (tra cui la famosa serie Rai “Marco Polo” di Giuliano Montaldo nel 1975), capì che la TV era un terreno fertile. Così iniziò a fare spedizioni televisive. Nel 1995 quelle spedizioni diventarono un format con il nome “Overland”. Io cominciai due anni dopo con “Overland 2”. Da allora, in tutte le vacanze estive, invernali e di Pasqua, ero con lui in viaggio, ma anche precedentemente ero stato tanto in giro con lui.

Hai fatto gavetta?

Una gavetta lunghissima. Da bambino portavo cavalletti più pesanti di me. Ricordo nel 2002 una volta nel Sahara, mentre il pilota riparava le gomme, io gli ho fatto da scudo umano per una tempesta di sabbia fortissima: è stato dolorosissimo. Poi piano piano ho preso io la direzione. Il passaggio ufficiale è avvenuto nel 2010, con “Overland 12” in Africa: mio padre ha fatto metà spedizione, io l’altra metà. Da lì ho proseguito io. Oggi lui ha novant'anni.

Come hai cambiato il format?

Mio padre faceva grandi traversate: Roma-New York via camion, poi giù fino alla Terra del Fuoco, oppure da Cape Town, risalendo il globo, fino alla Norvegia. Io ho partecipato a tutte queste spedizioni. I miei amici andavano al mare o in Sardegna; io a 13 anni ero in Tibet a bere latte di yak in un tempio. All’epoca non apprezzavo, poi ho capito la fortuna. Ma sentivo che mancava qualcosa, era sempre una corsa contro il tempo per arrivare alla prossima destinazione, perché c’era la conferenza, il meeting, l’obbligo di consegna. Non conoscevo davvero le nazioni attraversate. Così ho modificato il format, rendendolo più lento, più profondo, più a contatto con la gente. Ci ho messo molto tempo, ma negli ultimi anni è diventata una bella serie, che piace al pubblico e piace a me.

Come scegliete le destinazioni?

Ora cerco nazioni che per un motivo o per l’altro sono bistrattate dalla stampa: Afghanistan, Somalia, Iraq, Haiti. Per esempio, dell’Afghanistan si pensa solo ai talebani, ma ho incontrato un’ospitalità commovente senza paragoni. Parlando dell’Iraq si pensa a Saddam Hussein e alla guerra, ma ospita la culla culturale dell’uomo, la Mesopotamia. In Somalia sono andato a intervistare i pirati, ma ho mostrato anche le bellezze del Paese. Il mio obiettivo è superare gli stereotipi, per cui vado a casa delle persone, mostro i paesaggi, i siti archeologici, i problemi reali di ogni giorno, non solo le grandi questioni geopolitiche che leggiamo sui giornali. Poi, ogni tanto, scelgo anche destinazioni per la loro bellezza paesaggistica, come le Svalbard o le Galápagos.

E il tuo pubblico che cosa cerca?

Il pubblico è entusiasta. Lo vedo dai commenti sui social. Dopo ogni puntata – per esempio su un orfanotrofio in Uganda o su una famiglia in una zona di guerra – la gente mi scrive come fare una donazione, per chiedere come aiutare. Mi fa molto piacere. È una spinta a continuare.

Come ti documenti?

Prima di tutto leggo tantissime riviste di geopolitica: Limes, Internazionale, Domino. Ne va anche della mia vita, perché non vado mai in posti pericolosi a caso, vado solo quando so che non rischio. Per esempio, in Afghanistan, c’erano zone sicure e zone no. In Libia, la situazione si calma per mesi e poi riprendono i disordini. Io aspetto il momento giusto. Inoltre, grazie alla scuola di mio padre, ho un’empatia naturale verso culture diverse. Capire gli usi e costumi e anche che cosa può offendere è fondamentale. Appena scendo dall’aereo imparo a dire "ciao" e "grazie" nella lingua locale. Mi faccio fare subito vestiti tradizionali, non vado in giro con jeans e maglietta. Questo rispetto mi ha sempre spianato la strada. Un "salam aleikum" e un sorriso aprono tutte le porte. Poi certo, se uno ha un fucile in mano non sempre sorride, ma in generale funziona.

E la fotografia?

Ho iniziato quasi subito, da adolescente, senza capirne molto. Appena maggiorenne ho cominciato a studiare seriamente, seguendo l’esempio di mio padre, con una Reflex da poco. Era una passione personale, poi mi hanno pubblicato qualche foto su alcune riviste e ho capito che poteva diventare una cosa seria. Da quando ho preso la direzione di “Overland”, mi ci dedico sempre di più. La mia passione in vacanza è fotografare animali. Ma a livello professionale, mi piace fotografare volti, situazioni umane che raccontano una storia, e poter raccontare quella storia mi dà grandissima soddisfazione. A volte una fotografia rende molto più di un documentario: ce l’hai lì stampata e ti ricordi per sempre quell’incontro. Questa è la mia prima mostra, finora sono stato troppo preso dal lavoro, ma ora stiamo cambiando ufficio e nello spazio nuovo intendo organizzare eventi e mostre.

Con il Covid come avete lavorato?

Prima del Covid avevamo tre spedizioni con i camion Scania: bellissime, guidare in off-road in Africa era fantastico. Ma con il Covid le frontiere hanno chiuso, non si poteva più partire dall’Italia con i mezzi. Così sono tornato a viaggiare in aereo. Nel momento più brutto del Covid ho avuto modo di riflettere, senza la frenesia di un progetto dietro l’altro. Ho capito meglio cosa volessi. Appena una frontiera riapriva, mi “infilavo”. Per esempio, così ho fatto in Transnistria, quando hanno aperto la frontiera per soli dieci giorni. Abbiamo anche girato in Svezia, che non ha mai chiuso, e il Nord Europa adattandomi. È stato un momento riflessivo ma anche d’azione. Da lì è nato il format che realizzo oggi, che finalmente mi soddisfa.

A cosa state lavorando ora?

L'11 giugno sono partite cinque puntate in prima serata su Rai 3, ogni giovedì, di 110-120 minuti. Prima eravamo su Rai 1 ma in seconda serata, Questa, ora, è una grande opportunità. E Rai 3 è la collocazione giusta per i contenuti culturali. Siccome ricorrono i 30 anni dalla prima messa in onda di “Overland 1”, in ogni puntata dedichiamo dieci minuti a ripercorrere le nostre avventure in questi tre decenni. La quinta puntata sarà dedicata al restauro della prima spedizione “Overland 1”. La Rai vorrebbe tenerci in prima serata anche negli anni successivi, non è solo una festa per i 30 anni.

E per il prossimo futuro?

Dopo questa stagione, voglio cambiare ancora un po’ il format, sempre nel mio stile di scoperta culturale, ma facendo grandi spedizioni. Una in Libia, in lungo e in largo nel deserto dell’Akakus, tra rovine archeologiche, immersioni tra città sommerse sulla costa, e città carovaniere nel deserto. Poi una discesa del fiume Congo, esplorando le culture della foresta pluviale lungo le rive. E poi un viaggio articolato in Giappone da nord a sud nei luoghi meno conosciuti di quella nazione. E quando mia figlia sarà più grande, spero di passare il testimone a lei.

Quali sono le destinazioni delle prossime cinque puntate da giugno?

Ci sarà il Laos, terra di un popolo straordinariamente rilassato e tranquillo – che considerando la loro storia, è ancora più incredibile. Il Laos è stata la nazione più bombardata al mondo pro capite. Poi la Costa Rica, perché volevamo anche un luogo in cui dare più spazio alla natura e agli animali. Ma siamo riusciti anche ad assistere a riti indigeni straordinari, come il festival dei Diablitos della tribù dei Borucas. Poi ci sarà Madera, una meta più tranquilla nell’Atlantico, perché sono diventato papà.

Cosa cambia adesso che sei diventato papà?

Almeno per il primo anno ho scelto di compiere spedizioni più rapide. Ma dal secondo anno voglio ricominciare con la Libia e il Congo. Naturalmente voglio esserci per mia figlia, ma devo anche portare avanti le mie passioni e il mio lavoro. Mi dà soddisfazioni immense. Abbiamo patito le pene dell’inferno per certe riprese, ma ne è valsa la pena.

Com’è il vostro team oggi?

Dal Covid in poi siamo sempre e solo io e due cameraman. Un team leggerissimo. Con i camion arrivavamo a 25-30 persone, ma eravamo vistosi: quattro mezzi arancioni giganti che attiravano l’attenzione, facevano rumore, gli animali scappavano, e non potevamo esplorare a fondo la società. Oggi sembriamo turisti innocui con telecamere piccole. Così possiamo accedere a situazioni molto più estreme, o anche intime. Certo, c’è chi è nostalgico dei camion, e me li chiede a gran voce, ma molti spettatori si sono innamorati del programma così com’è ora. E gli ascolti mi danno ragione: se ci hanno messo in prima serata per la prima volta nella storia di Overland, vuol dire che stiamo facendo qualcosa di buono.

Classe 1985, Filippo Tenti viaggia da quando aveva dieci anni insieme a troupe, cameraman e registi. Viaggia ai limiti dell’estremo per innumerevoli mete in ogni angolo della terra, realizzando programmi televisivi. Immerso fin dall’adolescenza in situazioni multiculturali e nel progetto televisivo di grande successo Overland sulla Rai, Filippo Tenti è cresciuto in un contesto globale che lo ha spinto da affinare prima le sue capacità relazionali e con il tempo quello di leader. Ha seguito fin da subito le orme del padre, diventando capo spedizione, produttore e conduttore delle avventure di Overland a soli 24 anni. Allo stesso tempo ha terminato gli studi, laureandosi in economia all’università Bocconi di Milano e ha aperto la propria azienda nell’ambito della produzione televisiva. Amante degli sport estremi, degli animali e della cucina è una persona multitasking: in spedizione riesce a essere contemporaneamente capo spedizione, regista, autore, conduttore, dronista, fotografo, portaborse, interprete. A Milano gestisce la redazione di Overland Network Srl. Filippo Tenti è appassionato di storie: è questo ciò che fa scaturire in lui la voglia di partire per ogni avventura, che sia una nuova stagione TV, un viaggio di gruppo da accompagnare come tour leader, o una vacanza personale. È la ricerca delle storie che ogni luogo custodisce, degli aneddoti quotidiani degli abitanti di un villaggio agli angoli più remoti del globo. Filippo Tenti è stato pubblicato su testate nazionali quali: La Stampa, Vanity Fair, Meridiani, il Fotografo, Auto Capital, Gazzetta del Sud, Famiglia Cristiana. Nel 2021 è stato scelto come Ambassador italiano per il patrona S road show e dal 2023 è Ambassador per Seiko Italia.


Filippo Tenti è l'autore delle fotografie esposte nella mostra "Latitudini umane - Storie di viaggi e incontri", presso lo Studio Lombard DCA di Milano, dal 7 luglio al 2 ottobre 2026. Di seguito le storie delle fotografie in mostra

Ingresso e scale

La prima fotografia mostra un cimitero di veicoli da guerra in Eritrea, accumulati e abbandonati nella periferia di Asmara, la capitale del Paese. Sono resti della guerra che c'è stata tra Eritrea e Etiopia. “Mi piace molto questa fotografia” così Filippo Tenti, “perché è meraviglioso vedere come la natura si sia impadronita anche di un carro amato, che è per definizione il veicolo più robusto e corazzato. Ma alla fine la natura vince su tutto.

Le altre quattro fotografie sono state scattate in Afghanistan e mostrano l’incredibile ospitalità che caratterizza la popolazione. Solitamente associato solo alle guerre e ai Talebani, l’Afghanistan è un Paese di persone accoglienti, storicamente pronte ad aprire le porte della propria casa ai viaggiatori che attraversavano le impervie e fredde montagne, durante il loro cammino sulla Via della Seta.

Corridoio a sinistra

Lo sguardo di Filippo Tenti si sofferma spesso sui bambini. Accanto a quelli ripresi mentre giocano sui carro armati abbandonati, c’è il ritratto commovente di un bambino guerriero del Congo. I guerriglieri hanno devastato la sua famiglia e sotto effetto di stupefacenti l’hanno obbligato a uccidere sua sorella . Annientato da quello che gli è successo, il bambino ha combattuto al loro fianco fino a che non è stato salvato dai missionari Salesiani. Oggi vive in un orfanotrofio Don Bosco ma non è mai riuscito a ritrovare il sorriso e la parola.

La terza fotografia esposta in quest’ala del corridoio ci porta alle Filippine, normalmente associate a paradisi tropicali, ma anche afflitte da problemi molto gravi, come quello del terrorismo. In alcune zone, per far fronte alla povertà, la popolazione non ha altra scelta che cercare l'oro nel sottosuolo, in cunicoli illegali e pericolosissimi, in un'area sismica e senza misure di sicurezza. Il processo di estrazione dell’oro è anche molto inquinante, con conseguenze gravi sulle falde acquifere, il mare e la pesca.

Corridoio a destra

Anche qui c’è la fotografia di una bambina in Afghanistan, che conferma l’attenzione di Filippo Tenti per l’infanzia in contesti di guerra e povertà. Accanto, si trova una fotografia di un rito voodoo ad Haiti, un’esperienza che si è rivelata una festa meravigliosa, capace di far superare i preconcetti religiosi. Il voodoo haitiano è, infatti, un mix affascinante di tre elementi: il voodoo primordiale africano portato dagli schiavi, le conoscenze locali dei Tainos (esperti di piante e veleni) e il cristianesimo imposto dai padroni, che gli schiavi hanno mascherato associando le proprie divinità ai santi. Nonostante alcuni aspetti inquietanti, il rito è stata una festa senza spargimenti di sangue, con il sacerdote “posseduto” dal dio serpente che strisciava verso l'altare insieme ad altre partecipanti.

Nello stesso corridoio ci sono due fotografie della Sierra Leone. Una è il ritratto di una donna anziana che sorride e l’altra è una ripresa dall’alto dei pescatori alle prese con la concorrenza delle navi e pescherecci cinesi.

Sale riunioni

Le sale riunioni sono dedicate a due progetti monografici. Uno riguarda una scuola segreta in Afghanistan, iniziata da una donna coraggiosa nella cantina del suo negozio, per assicurare un’istruzione a bambine e ragazze, nonostante il divieto dei Talebani. Filippo Tenti oggi ha perso le sue tracce e non si sa che cosa sia successo di lei e della sua scuola.

L’altra sala è dedicata alla serie intitolata “La pace delle donne”, che narra la storia dei villaggi della Karamoja, dove le donne, dopo anni di guerra civile, stanche di piangere le morti di figli, compagni e fratelli, hanno indotto gli uomini del villaggio a stringere accordi di pace. È stato straordinario perché hanno collaborato tantissime donne di numerosi villaggi; hanno operato di nascosto e con dei termini per la resa così silenziosi, ma allo stesso tempo efficaci.