I'm here but not entirely yours
di Camilla Previ
Pubblicato in AES Arts+Economics 21 "Quitting"
Nel lessico del lavoro contemporaneo, il termine quitting ha progressivamente perso la nettezza del gesto risolutivo. Non indica più soltanto l’atto di abbandonare un impiego ma una condizione diffusa di disallineamento tra soggetto e ruolo, tra presenza e adesione. Si resta, ma senza identificarsi; si partecipa, ma trattenendo una parte di sé. Il quitting diventa così una soglia: uno spazio liminale in cui si accumulano tensioni emotive, desideri sospesi e micro-dissociazioni quotidiane.
Come osserva Roberto Ventura, «non siamo più chiamati a realizzarci, ma a dimostrare di volerci realizzare»[1]. In questo slittamento, la promessa di autorealizzazione si trasforma in obbligo performativo, mentre l’infelicità smette di essere un incidente per assumere una dimensione strutturale. A questa analisi si affianca la lettura di Mark Fisher[2], per il quale il capitalismo contemporaneo non si limita a organizzare il lavoro, ma colonizza l’intero orizzonte affettivo e immaginativo del soggetto, rendendo sempre più difficile distinguere tra tempo produttivo e tempo personale². Il quitting emerge allora non come soluzione, ma come sintomo: una strategia di sopravvivenza emotiva che consente di restare nel sistema riducendo il grado di coinvolgimento soggettivo.
La mostra di Niccolò De Napoli[3], prodotta da PROGETTO LUDOVICO[4], si colloca in questo orizzonte critico, indagando il quitting come pratica quotidiana di resistenza emotiva e come forma di agentività[5] sotterranea. Non una fuga eroica, ma una sottrazione calibrata; non un rifiuto plateale, ma una frattura intima e persistente. Il percorso espositivo si articola attorno a tre assi concettuali: il senso di sottrazione come forma minima di autoderminamento, la privatizzazione del tempo libero del lavoratore e la frattura identitaria prodotta dal lavoro contemporaneo.

Il neon I’m here, but not entirely yours, anche titolo della mostra, introduce immediatamente questa ambivalenza. La frase enuncia una presenza incompleta, una disponibilità dichiarata ma negata nella sua totalità. Il colore azzurro — tipico degli ambienti digitali e corporate — rafforza l’ambiguità del messaggio: rassicurante in superficie, ma emotivamente distante. Qui il quitting si manifesta come presenza parziale: un corpo presente, una volontà trattenuta; un’esecuzione senza adesione; un esserci che rifiuta di consegnarsi interamente. In termini fisheriani, si tratta di una risposta alla richiesta costante di entusiasmo e coinvolgimento, che trasforma l’affettività stessa in prestazione.
La tensione tra partecipazione e ritiro si rinnova nell’installazione sonora Claim, che diffonde ciclicamente una frase tratta dal film Vieni avanti cretino. Il ritmo di venti minuti richiama le micro-pause prescritte dalla psicologia del lavoro, ma ne sovverte la funzione. Lo slogan della soddisfazione, riascoltato oggi, assume un tono ironico e perturbante. Il personaggio interpretato da Lino Banfi — eternamente adattabile, mai realmente integrato — incarna una forma grottesca di quiet quitting: lavora senza identificarsi, esegue senza trovare senso, fino all’espulsione. La frase diventa così un controcanto malinconico a quella che Fisher definisce la normalizzazione della frustrazione come condizione ordinaria della vita lavorativa.
Il nucleo delle bacheche-monocromo porta la riflessione sul piano percettivo. Materiali legati agli hobby e al tempo libero vengono trasformati in campiture compatte, apparentemente uniformi. Il monocromo non è qui astrazione, ma compressione: un campo di tensione in cui l’immagine si sottrae, lasciando emergere ciò che nel lavoro resta marginalizzato. Il vetro switchable che si oscura all’avvicinarsi dello spettatore introduce una dinamica di frustrazione mimetica: più si tenta di vedere, meno si vede. Come nel mondo descritto da Fisher, in cui l’accesso al desiderio è continuamente promesso ma sistematicamente rinviato, l’identità del soggetto appare costretta in un processo continuo di auto-oscuramento.
L’opera Boof, che consiste in un Kayak tagliato e messo sotto vuoto, conclude il percorso con un’immagine di sospensione definitiva. Un oggetto nato per il movimento e l’esplorazione viene sezionato e immobilizzato attraverso un gesto domestico di conservazione. Il sottovuoto non distrugge, ma neutralizza. Ciò che un tempo permetteva di “navigare” la propria identità viene archiviato come residuo, protetto e al tempo stesso reso inerte. Il tempo libero, anziché spazio di reinvenzione, diventa deposito di possibilità congelate.
Nel suo insieme, la mostra non propone il quitting come via di fuga, ma come condizione condivisa. Come scrive ancora Ventura, «l’infelicità non è un fallimento individuale, ma una condizione strutturale»[6]. Le opere di Niccolò De Napoli rendono visibile questa condizione, restituendo forma e materia a una soggettività che continua a essere presente, ma non più interamente disponibile.
[1] Roberto Ventura, La conquista dell’infelicità. Perché aspirare al successo ci rende infelici, Einaudi, Torino 2019.
[2] Mark Fisher, Realismo capitalista, Nero, Roma 2018
[3] Niccolò De Napoli (Cosenza, 1986) vive e lavora tra Vienna e Roma. La sua pratica artistica si sviluppa attraverso installazioni e interventi site-specific che indagano le trasformazioni del lavoro, della produzione e della soggettività contemporanea.
[4] PROGETTO LUDOVICO è una piattaforma culturale dedicata alla ricerca, alla produzione e alla presentazione di pratiche artistiche contemporanee in relazione ai processi industriali, economici e produttivi. Attraverso mostre, progetti site-specific e collaborazioni con istituzioni pubbliche e private, Progetto Ludovico promuove un dialogo critico tra arte e contesti non convenzionali, con particolare attenzione alle condizioni materiali del lavoro culturale e alla dimensione produttiva dell’opera.
[5] L’agentività, o agency, rappresenta in psicologia il nucleo della capacità umana di esercitare un controllo cosciente sul proprio comportamento. È il motore che guida l’individuo ad agire in base a scopi e intenzioni specifici, distinguendolo dalla semplice reattività agli stimoli ambientali.
[6] Roberto Ventura, La conquista dell’infelicità, cit
