di Marco Enrico Giacomelli

Pubblicato in AES ARTS+ECONOMICS N°8, Giugno 2020

Il doveroso disclaimer in apertura recita: per alcuni giorni, un numero esiguo ahimè, limito al massimo la lettura dell’attualità e mi concentro su testi di respiro diverso. In altre parole: libri al posto dei giornali. Va da sé che, tuttavia, per un giornalista, astrarsi completamente dalla realtà più stringente è impossibile: ne va del proprio equilibrio mentale. E allora la tecnica che adotto è quella del limitarmi ai fatti, alla cronaca. Pochi commenti, pochissimi editoriali.

Tutto questo per dire che ho letto dell’affaire Chiara Ferragni agli Uffizi di Firenze, ma poco o niente ho letto delle riflessioni, che immagino a centinaia, sul fatto. Per cui probabilmente dirò cose già dette e scritte, mi auguro tuttavia in una miscela inedita.

Dunque, il fatto. Che ha una premessa anch’esso: la visita della coppia, i cosiddetti Ferragnez, alla Cappella Sistina. Visita corredata ovviamente da fotografie. La polemica è presto fatta: non si possono scattare fotografie alla Cappella Sistina. Vero, ma lo si può fare nelle visite “private”. E allora la polemica è di natura economica: i Ferragnez ostentano la loro ricchezza. Però quel tipo di vista costa 80 euro a testa. Alla portata di (quasi) tutti. Polemica finita? Sì, soltanto perché nel frattempo ne sono emerse tante altre.

Ora invece succede che Chiara Ferragni posi per una serie di scatti di fronte alla Venere del Botticcelli, pittura conservata alla Galleria degli Uffizi di Firenze. Chissà quanto avrà sborsato il museo per una promozione di dubbia efficacia. Nulla, perché il servizio fotografico è commissionato da Vogue Hong Kong, che ha coperto le spese – quindi, in soldoni, il museo ci ha guadagnato e in termini direttamente economici, e in termini promozionali. Quanto a quest’ultimo aspetto, prontamente il direttore Eike Schmidt ha diffuso i dati di accesso al museo nel weekend seguente, evidenziando come i giovani sotto i 25 anni siano aumentati del 27%. Crescita effimera? Può darsi. Epifenomeno che si traduce in formule imitatorie, con torme di sciacquette che attraversano le sale soltanto per andare a farsi un selfie identico a quello della loro diva anch’essa sciacquetta? Può darsi.

Uno dei punti potrebbe essere appunto questo: il sessismo di fondo in gran parte della critiche, in gran parte dei commenti degli haters. La critica è innanzitutto alla donna. Poi è una critica della peggior natura pauperista: è quella rivolta all’imprenditore. Basta fare uno più uno e il totale fa più della somma, perché si tratta di una imprenditrice, per di più che si-è-fatta-da-sé. Personalmente ritengo che queste e altre critiche siano in fondo dei paraventi, delle foglie di fico che coprono goffamente una cultura rosicona, un atteggiamento cioè basato su un inguaribile sentimento d’invidia che ha come obiettivo pavloviano qualsivoglia forma di successo, anche – e soprattutto – se non cambia di una virgola la situazione di chi muove la critica. Non la cambia il successo del “nemico”, non la cambia la critica stessa. Pura energia in perdita.

Allora si potrebbe – e sicuramente è stato fatto da chi ha le competenze specifiche per farlo, tanto e più del sottoscritto – argomentare come queste critiche, provenienti anche da pseudo-élite culturali intrinsecamente conservative e conservatrici, facciano letteralmente a pugni con i proclami esibiti dai medesimi soggetti a proposito di pubblici (al plurale), di inclusione, di audience developement ecc. ecc., al di là degli accenti più o meno marcati sul marketing culturale (lo praticano, seppur male, anche coloro i quali dichiarano di combatterlo: semplicemente non hanno capito cosa significa).

Ritengo che anche questo punto di vista sia epifenomenico. O, per vederla dalla prospettiva opposta, che non sia sufficientemente profondo, che non vada al cuore, alla base della questione. E la base è in realtà visibile quanto la celeberrima lettera rubata di Edgar Allan Poe (e di Jacques Lacan): non la si vede proprio perché è in bella vista. La base è il fatale fallimento – in questo frangente, ma ritengo quasi sempre e quasi ovunque – del riformismo. Insomma, aveva ragione Rosa Luxemburg. La capacità di sussunzione da parte del capitale, per chiamare in causa pure Karl Marx, è tale che qualsiasi manovra, pur meditata e condivisibile, volta a riformare un dato campo del sapere e dell’azione umani è votata al fallimento.

L’alternativa al riformismo qual è? La rivoluzione. Che si può fare in tante forme. Anch’essa, è vero, prima o poi viene (quasi) sempre sussunta, e ce lo insegna l’Ottocento francese, ma ha il merito di porre brutalmente le questioni, di vederla, quella lettera, di mostrarla, e magari pure di gettarla nel caminetto (accesso) sopra il quale era poggiata.

Inevitabilmente (e giustamente) la rivoluzione è meno pensata, ma è proprio questa la ragione per la quale funziona. Perché scombina gli schemi mentali. Per questo è più rivoluzionario abbattere la statua di Gandhi piuttosto che quella di uno schiavista qualunque: perché ci costringe – nel migliore dei mondi possibili – a cercare di capire perché quella statua è stata abbattuta, e magari di scoprire una forma di razzismo che mai avremmo pensato esistesse.

Tornando alla questione iniziale. Tommaso Marinetti e i suoi compagni futuristi invitavano a dar fuoco ai musei. Non ritengo sia una proposta da sostenere un secolo dopo. Penso tuttavia che sia del tutto vano immaginare una postmoderna strategia di attualizzazione del museo innestandogli sul corpo influencer e teorie di marketing relazionale, discorsi inclusivisti e richieste di parità di genere. Tutto giusto e sacrosanto – tutto terribilmente debole. Riformista. Va fatto un passo avanti, anzi un passo indietro, per avere una prospettiva più ampia. In certi casi, in molti casi, il passo indietro dev’essere talmente ampio da inciamparsi e togliersi di mezzo.

Soluzioni non ne ho, ed è giusto che sia così, in quanto faccio parte di una élite che è in grado di elaborare soltanto riforme e non di immaginare rivoluzioni. Quel che ritengo (si) debba fare è guardare con curiosità a cosa succede out of the (white) box/cube, come quando i fan del K-Pop mettono in pratica – in pratica – il più riuscito boicottaggio di Donald Trump e il più rapido sostegno a Black Lives Matter. I fan del K-Pop, capito? Roba che la maggior parte di noi non saprebbe riconoscere nemmeno con un disegnino esplicativo.

E in tutto questo i musei che fine devono fare? Restano lì, ci mancherebbe altro. Come l’opera lirica.


Marco Enrico Giacomelli è giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l’Università Milano-Bicocca e l’Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca’ Foscari di Venezia, l’Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all’arte contemporanea del rapporto annuale “Io sono cultura” prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.