Fotosintesi cerebrale
di Vittorio Peretto
Pubblicato in AES Arts+Economics 22 "Paesaggio"
Se gli occhi guardano con amore
(se amore guarda) essi vedono[1]
Il mio percorso di confidenza con il lessico della T(t)erra, è iniziato davvero presto. Quello che è potuto sembrare un errore di battitura, non lo è affatto. È infatti uno stratagemma per mettere in chiaro che con lo stesso termine definiamo il pianeta in cui viviamo e quellaspeciedisporcochesiattaccasottolesuole e che ci affrettiamo a far cadere su uno zerbino. Utilizzare la maiuscola oppure la minuscola, significa affacciarsi su dimensioni assai diverse, mentalmente e fisicamente. E si sa, le parole sono già di per sé mappe: più ne sai, più ne adoperi, più ne utilizzi e più gli orizzonti si allargano e la comprensione si fa raffinata.
Ma andiamo con calma, c’è un titolo qui sopra, un titolo che almeno in parte debbo a Davide Sapienza, amico scrittore e autore de Il Geopoeta, amico dotato di un cognome quanto mai azzeccato. È suo questo ossimoro, anche se, con il dovuto permesso, ho cominciato ad utilizzarlo in altro modo, rispetto a quello per il quale era stato da lui coniato. Sappiamo tutti, chi più chi meno, cosa sia la fotosintesi clorofilliana, un processo vitale delle piante che, utilizzando la luce solare con l’acqua e l’anidride carbonica, producono glucosio e rilasciano ossigeno, grazie alla clorofilla presente nei tessuti fogliari. Per intenderci e scansare ogni dubbio circa l’importanza del fenomeno, parliamo di qualcosa che ci permette di vivere. Parlando di clorofilla, non posso fare a meno di citare il fatto che abbia una struttura molecolare assai simile a quella dell’emoglobina, la proteina che nel nostro sangue si occupa di trasportare l’ossigeno dai polmoni ai tessuti. Differiscono fondamentalmente per il metallo centrale: Ferro per l’emoglobina e Magnesio per la clorofilla. Mi accorgo sempre che tendo a deragliare e allora torno nei binari (è un po' colpa di Tchaikovsky che stavo ascoltando scrivendo): se è vero che le parole fanno mappe, gli ossimori allora, sono quelli che sanno aprire nuove ed inedite strade. E allora, la fotosintesi cerebrale è diventata quel processo (per me) vitale, attraverso il quale mi metto in discussione. La formula si spiega così: frequentare la natura, per lo più camminando e non solo in quella dei bei paesaggi ma anche e soprattutto in quella che si manifesta negli ambienti abbandonati, + affondare in quel mare di libri che grazie al Cielo esistono e che forniscono efficacissimi spunti per la comprensione dei processi che sulla T(t)erra si avvicendano = pensare come la natura. In altri termini, è come se mi ponessi la domanda, davanti ad un quesito progettuale, ad una scelta da fare, cosa farebbe la natura al mio posto? Sembra banale ma non lo è. Ho imparato che l’istinto è una grande forza e spesso ha in sé i semi di ciò che si andrà a fare ma, altrettanto vero è che bisogna sapersi scostare un momento per darsi il tempo di una verifica. Il che, per me e per i miei progetti di paesaggio, suona più o meno così: va bene, hai avuto questa idea, ma se tu non ci fossi, cosa farebbe la natura da sola? Quali esiti si concretizzerebbero? Dove è bene che guardi? Come è opportuno che mi orienti? E solo poi, decidere come muoversi. È come se inforcassi, al posto dei miei consueti occhiali, degli altri, con le lenti fatte di foglie.
Io raccolgo indizi che trovo, che mi si parano davanti, guardo attorno, fiuto l’aria, osservo, meglio se in silenzio e da solo. Intanto che tutto ciò succede, fondamentalmente ascolto. Perché il vento mi ha fatto volare addosso un foglio strappato delle lettere di Van Gogh all’amico Theo? Che senso ha, sempre che ne abbia uno? Perché tra i piedi ho notato una vecchia tabacchiera in ottone, rotta? Perché mi sono soffermato a guardare la forma di quell’albero?
Senza accorgermi, sto descrivendo le sensazioni di un sopralluogo, anzi, giusto per il gusto delle parole, un sopra+luogo. Che interessante, questa parola composta. Nel mestiere di paesaggista, è un momento chiave. Vieni chiamato a visitare un luogo, per farlo diventare un giardino, mettiamola così, anche se ho messo in atto una serie infinita di semplificazioni. Quando ho visto “Sopra Vitebsk” un onirico dipinto del 1914, di Marc Chagall, dove è raffigurata una figura di uomo con zaino, che volteggia sopra la città, mi sono detto che forse era la poetica descrizione di, appunto, un sopra-luogo. Le intenzioni dell’Artista erano sicuramente ben altre, ma so che non lo offendo, con questa mia lettura alternativa. Il momento della prima visita è sempre un’esperienza piuttosto densa e concentrata. Mediamente sarà una fase tutto sommato breve, veloce ma profonda. A volte ho davanti a me un contesto che in qualche modo è prossimo al mio bagaglio culturale e di conoscenza e a volte invece, è quanto di più lontano possa immaginare. Non intendo qui posizionare su una ideale agenda queste esperienze, perché desidero che la dimensione spazio/tempo, perda qui di senso. Ma mi prendo lo sfizio di raccontare qualcosa.
In un giorno a questo punto imprecisato, atterro a Baku, capitale dell’Azerbaijan. Solo qualche giorno prima, mi è stato prospettato non senza una buona dose di mistero, un progetto da finalizzare. Bene, sono arrivato, esco dall’aereo e sono in un altro clima rispetto a quello di Milano, dove ero solo poche ore fa. Passati i controlli doganali, esco e trovo un autista ad attendermi. Un sorriso, un saluto, il tempo di salire in auto e di capire in che lingua provare ad intenderci. Un po’ di inglese e un po’ di russo saranno la maniera di comunicare tra noi. Quasi 5 ore di viaggio, in un paesaggio che dalla periferia della città, diventa campagna e poi montagna. Attraversando delle alture coperte di coltivazioni di noccioli sotto i quali pascolano capre e pecore, inizio a vedere le cime innevate del Caucaso. Arriviamo alla meta, un Karavansaray medievale, che deve diventare un albergo. Già il nome è evocativo, molto. Siamo su una delle Vie della Seta e la struttura ha le forme di un antico chiostro fortificato. Col mio pensiero visivo, ho davanti agli occhi antiche carovane, mercanti indaffarati, copricapi esotici, lingue strane ed incomprensibili, profumi di spezie. Mi sembra di scorgere persino Messer Marco Polo, chissà se è passato di lì. Poche ore fa, ero a Milano, in metropolitana. E ora sono qui, in un mondo altro, e forse anche in un tempo altro. Ma non posso perdermi. Le ore volano, e io, letteralmente catapultato qui per qualche ora (sic!), devo portare a casa una buona, meglio se ottima, idea per fare un progetto. Lo sforzo di sintesi è davvero forte. Scatto foto, prendo appunti, schizzo qualche scarabocchio, annuso l’aria, prendo misure. È quasi ora di ripartire quando vedo una finestra che mi colpisce. Parla di oriente. Non so ma potrebbe essere utile come ispirazione. Del resto, le finestre sono gli occhi degli edifici e guardando dentro di loro si può scorgerne l’anima. Stop, fine dei giochi, si deve ripartire. Ormai fa buio, il cielo è stellato, lo stesso da sempre. Una notte sulla via del ritorno e, in men che non si dica sono di nuovo a Milano. Durante il volo ho pensato a quale condensato di storia, geografia, arte, cultura sono stato esposto. Un senso di vertigine non tarda ad avvolgermi. In Studio scarico le foto sul computer ma nel frattempo ho pensato. Mi serve capire di più, leggere, per trovare la ricetta. Mi viene in mente che posso partire da “Le mille e una notte”, d’altra parte, sento che in qualche modo è stata un’esperienza fiabesca. Me lo procuro e lo leggo, trovando simbologie, piante citate, significati e atmosfere. Mi torna spesso alla mente quella finestra che sembrava un pizzo di vetro e di legno. Bene, diventa lei, il suo disegno, l’ispirazione che mi serviva. Nasce senza tanti indugi un disegno che alterna marmi e acqua, con piante da frutto, gelsomini e rose. Poi scopro che il nome Azerbaijan deriva da Atropate, un Satrapo il cui nome significa “protetto dal fuoco sacro”. Ma lo stesso Zoroastro, il cui culto è lì storicamente diffuso, è in fine dei conti legato al fuoco. Del resto, sono in un Paese dove il gas esce dal suolo e si può incendiare: una presenza che deve sempre essere apparsa come legata al soprannaturale. E allora, il mio giardino sarà illuminato con candele. Tutto è partito dalla magia del sopra+luogo.
In un altro momento, sono a Mosca, e una sera mi viene detta da chi mi conosce e sa quanto sia sensibile alla storia una di quelle frasi che accendono la mia curiosità: “hai sentito cos’hanno trovato ad Arbuzovka??” Rispondo che no, e che non so nemmeno di cosa si stia parlando. E mi viene allora spalancato il vaso di Pandora, con un racconto che mi lascia senza parole. Settimana di Natale del 1942. Siamo nel pieno della ritirata del nostro corpo di spedizione in Russia, l’Armir, la sciagurata Armir, possiamo dire. Freddo, gelo tremendo, proiettili che sibilano a tagliare l’aria, granate che scoppiano, dita che non si sentono più, dolore, morte, congelamenti. Dodicimila nostri soldati sono bloccati in una di quelle situazioni che vengono definite “sacche”. Già dal nome si capisce, basta pensare cosa voglia dire essere chiusi dentro ad un sacco. Ad Arbuzovka, appunto, una località vicino al fiume Don, nella sconfinata pianura russa. E infatti, in quella tremenda settimana, diecimila rimangono a terra e duemila vengono fatti prigionieri e cominciano la dolorosa marcia del “davai!”, che in russo è un perentorio “avanti!”. Diecimila morti sono tanti, non si può immaginare quanto spazio occupino tutti quei cadaveri. A seppellirli chi c’è? qualche donna, qualche ragazzo. Ma con cosa scavare la terra gelata? È più o meno impossibile e allora si usano le cantine delle isbe mezze distrutte, si trascinano i corpi nei crateri delle bombe e gli si fa franare sopra un po’ di neve e terra. In primavera la terra sarà rossa di sangue e con lei, l’acqua del grande fiume. Nessuno vuole più vivere lì. Il posto è pieno di soldati seppelliti sì e no, ma anche di bombe inesplose. Arbuzovka viene chiamata la Valle della morte e viene abbandonata. La guerra finisce e questa vicenda viene dimenticata se non cancellata. Ma quando mi viene raccontata la tragica vicenda, per dei lavori ferroviari, stanno affiorando ossa e, con esse, la memoria. Mi viene spontaneo dire “facciamo un giardino Memoriale!” Non passa una settimana che il progetto è pronto. Ho immaginato uno spazio piano, materia che lì abbonda di certo e ho messo in fila dei pensieri. Eccoli. La forma più semplice che ci sia, un cerchio, che esprime anche l’idea dell’accerchiamento subito. Un cerchio, sì, ma fatto come? È un momento della vita in cui per lavoro passo del tempo in Russia e sono abbastanza sintonizzato. E la mia sensibilità mi dice che devo trovare una modalità assai morbida per portare un’idea. Del resto, eravamo dalla parte sbagliata della storia e i simboli, da queste parti sono ancora assai potenti, credo più che da noi. Quindi penso che debba trovare una modalità molto rispettosa per provare a farmi ascoltare, senza passare per sordo anche ai loro dolori. Ricordo bene che da queste parti, per la seconda guerra mondiale, hanno avuto più di venti milioni di morti. Metto assieme un po’ di ragionamenti che mi portano ad individuare il Melo come la pianta adatta allo scopo. Nella tradizione biblica, dunque patrimonio comune a cattolici e ortodossi, è la pianta protagonista della prima distinzione tra il bene e il male (Malus, il nome latino del melo, tra l’altro, evoca anche il male), vive bene nel clima russo, se c’è un solo albero nel giardino della dacia, la casa di campagna, spesso è lui. Infine, Tolstoj ne coltivava tante varietà. Insomma, per più di un motivo mi rinforzo nell’idea che possa essere la scelta giusta. La dimensione di quello che assume le forme di un meleto circolare? 70 mt, perché nella Bibbia, 7 è il numero del perdono: “perdonerai tuo fratello fino a 70 volte 7”. Poi è una pianta dove si vedono bene i cicli dal fiore al frutto, con una sorta di rinascita ogni anno. Mi pare anche questo un buon auspicio. In mezzo, su marmo rosso, due poesie, una di Giovanni Gastel, in italiano e una di Kostantin Simonov, in russo. Bene, il progetto è pronto ma, senza l’approvazione dell’Unione dei Veterani non si va da nessuna parte. Con il gruppo di amici italiani coi quali è nata l’occasione, andiamo nella loro sede moscovita a presentare il progetto, che viene apprezzato e mi ritrovo pure decorato con una medaglia al petto. Strette di mano e abbracci, come di rito. Passa qualche giorno e siamo in volo per Voronezh, dove ci attende un pullmino. Verremo accompagnati nei teatri delle battaglie. Ho qui l’occasione di capire a fondo il significato di ciò che ha scritto Martin Pollack in “Paesaggi contaminati”[2] quando racconta della tribolata geografia che va dal Mar Baltico al Mar Nero. Una faglia tormentata che tuttora non ha pace. Così succede che nel viaggiare su queste strade, ad ogni passo ci vengono mostrate fosse comuni di nazionalità diverse oppure cimiteri di guerra. Un incontro importante è quello con Alim Morozov, storico locale ma anche testimone oculare delle vicende. Era ragazzo e in casa sua hanno vissuto per qualche tempo due cuochi italiani che gli hanno anche insegnato qualche parola. Alim, uomo di pace, dallo sguardo sereno e profondo, ha anche accompagnato Mario Rigoni Stern nel suo primo viaggio nei luoghi della ritirata, molti anni dopo la guerra. Via da lui e dai suoi racconti, ci attende la Facoltà di Filologia della città di Voronezh, dove ascoltiamo racconti dei veterani e presentiamo il progetto. Poi un passaggio a deporre una corona di fiori al monumento ai Caduti, prima di andare dal Governatore della Regione, per spiegargli la proposta. Un tavolo formale, italiani da una parte e russi dall’altra. Bandierine e fiori, come per un incontro di diplomatici. Tutto bene, la presentazione sembra fare presa, vedo un ascolto attento. Poi la parola va al Governatore: ringrazia perché dall’Italia arriva un così bel progetto ma, subito dopo, ci dice che su un blog locale è stato chiesto alla popolazione un preciso quesito sull’intenzione degli italiani di fare un Memoriale. La domanda posta era, prima di eventualmente autorizzare le opere, “se gli italiani avessero pagato abbastanza per le loro colpe, da o niet”. Risposta maggioritaria: niet. E rincarando la dose, aggiunge una nota polemica, “perché dall’Italia ci viene un così bel progetto e intanto ci rincarate le sanzioni sulla Crimea? Ve lo dico io perché! Perché la Russia è un Paese pienamente sovrano, a differenza del vostro”. Fine dei giochi. Non si farà nulla. Ma è anche la dimostrazione che un giardino può avere una forza simbolica davvero molto forte. È la prova pratica che il linguaggio dei simboli, è potente. Il progetto non si è realizzato e sopra quei diecimila cadaveri, oggi capita che volino droni di morte. C’è da pensare, parecchio.
È ora di rilassarsi. Niente di meglio di andare a vedere una Villa con parco storico. Un’uscita turistica, senza impegno professionale. Villa Fogazzaro Roi a Oria, sul Lago di Lugano, ammirevolmente tenuta dal Fai. Contesto straordinario. È una visita guidata, ricca di spiegazioni e di dettagli, di aneddoti, di letture tratte da Piccolo Mondo Antico. Ciò che ampiamente emerge percorrendo i raffinati ambienti è che il clima generale è quello di una costante ricerca di perfezione. Simmetrie, cura dei particolari, attenzioni su ogni minima cosa. L’equilibrio qui, si capisce bene, è di casa. Dopo una simile immersione, si esce nel piccolo ma raffinato parco, dove vengono spiegate le specie botaniche presenti, l’assetto generale e l’attenzione viene rivolta al pregevole contesto del Lago. Qualche giorno prima avevo letto Sir Arthur Conan Doyle che nel Mastino dei Baskerville scrive: il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno si prende la briga di osservare. Dentro di me sorge allora una spontanea domanda. Dopo cotanta cura di ogni aspetto (mi verrebbe da dire quasi maniacale) negli interni, possibile che per il giardino non vi sia stato qualche pensiero in più? Quello che ho davanti, è solo, e non sarebbe di per sé poco, è solo un bello, bellissimo giardino a terrazze, tipico dei Laghi prealpini? Una cartolina di pregio? Mi convince poco questa tesi. Allora scatto delle foto, prendo qualche appunto e qualche misura a passi. Il vizio non mi molla. Annoto che lo spazio è diviso su tre livelli. Conto i gradini che separano i livelli: in un caso sono 12 e nell’altro sono 6+6. Il numero perfetto, anche con i suoi multipli, impera! Gli alberi sono quasi solo Cipressi. Quella che ho davanti, è davvero solo una bella cartolina?
Arrivo a casa e penso che non ho mai letto Piccolo mondo antico. Chissà come è strutturata l’opera. Chiedo a Google. Risposta: l’opera è strutturata in tre parti. Toh, che caso, chissà perché me lo ero immaginato, senza saperlo! Chiedo allora sempre a Google quale sia lo stile letterario del Fogazzaro. Risposta: la cifra stilistica del Fogazzaro è denominata verticalismo intesa come particolare attitudine a giocare con spazio e tempo.
I Cipressi sono un segno verticale perfetto. Poi, altro tentativo, vediamo se con la mappa che ho steso, ci azzecca la sezione aurea. Ci provo. Perfetta! Ho un amico caro che mi dice che io ho delle visioni. Non lo so, forse questo è troppo, o almeno non l’ho mai pensato. Magari si tratta solo di lasciare nelle esperienze dello spazio per silenzio e ascolto. Poi qualcosa succede.
Arriva una richiesta di un sopralluogo per un possibile progetto. Opps, volevo dire un sopra-luogo. Prealpi comasche, quota 900 m.s.l.m. Ai margini di un piccolo paese, contornato da boschi a perdita d’occhio, una vecchia casa è contornata da un giardino in condizioni di abbandono da anni. Non è un giardino come gli altri della zona, di questo me ne accorgo subito. Tipicamente, qui, più che giardini, si trovano orti, soprattutto nelle vecchie case. Ma sento che sono davanti a qualcosa di diverso. Ci sono siepi di Bosso (Buxus sempervirens) e parecchi meli e soprattutto avverto che c’è della poesia nell’aria, non vedo il caso ma un’intenzione, seppur sopita. E’ sera è noto che la luce più bella, è probabilmente proprio quella del tramonto. Non so perché, ma pensando a dare un titolo, una voce dentro mi dice di chiamarlo, visti i tanti meli, Giardino delle Esperidi. Erano delle Ninfe della mitologia greca, legate alla sera e custodi degli alberi dai Pomi d’oro. Luce bella della sera+meli=Esperidi. L’equazione mi convince. Sorrido perché sono davanti ad una variante della mia fotosintesi cerebrale. Faccio altri passi e penso che se ci sono le Ninfe, avrebbe senso immaginare un Ninfeo per accoglierle. E lì mi prende un colpo. Vedo quello che sembra essere un deposito degli attrezzi, o almeno, questa è la sua ultima funzione. Vanghe, badili, vecchi attrezzi dai manici tarlati, pieni di ragnatele. Ma lo spazio in cui sono appoggiati, se liberato dagli orpelli, è un Ninfeo! Una nicchia, rivestita di concrezioni prese chissà quando, da chissà quale grotta, secondo un uso diffuso nei secoli passati. Il tutto completato da cementi decorativi, danneggiati dal tempo, ma di bella fattura: foglie, tralci, finti legni. Altro che deposito degli attrezzi! Non so cosa sia stata: un’intuizione, un ascolto del Luogo, un rinvenimento di messaggio in bottiglia? Non lo so. Ma da lì ho iniziato a guardare tutto con altri occhi, intuendo simbologie nelle scelte delle piante, tutte legate alla vita dopo la morte e a sentimenti come l’amicizia e la Fede. Scoprirò solo poi che la famiglia che anticamente viveva lì aveva un elevato grado di cultura e annoverava tra i suoi componenti delle figure di spicco. Anche un sacerdote che durante la guerra aiutava a scappare dall’Italia degli ebrei e per questo fece una brutta fine. Mi chiedo: potevo non accorgermi di tutto questo? Sì, certo che sì. Avessi ascoltato meno la voce della T(t)erra, fossi stato cieco e sordo, non avrei raccolto questi indizi. Del resto, per progettare un giardino potrebbe bastare una tabella delle temperature, un’analisi chimica del terreno, una sintesi dei desiderata del Cliente.
Quindi, si può attraversare un giardino e capire qualcosa. Diamola per buona, così come enunciata.
Da Matteo Pericoli[3] avevo ben inteso che “non esistono storie che non possano essere abitate ed esplorate dall’interno”. A Matteo sono riconoscente perché ha in qualche modo cambiato il mio modo di vedere. È così che un giorno, dopo circa 30 anni, smetto di guardare una chiesa e inizio a vederla. Ponna inferiore, un minuscolo paese in Valle Intelvi, una valle con due fiumi, uno che scende nel Lago di Como e uno nel Lago di Lugano, un luogo che frequento con assiduità. Un agglomerato di case di montagna, semplici, fatte in pietra e malta magra. La strada vi arriva dal 1958, prima solo a piedi. Un campanile ricavato da una torre romana di avvistamento, qualche sporadico ritrovamento archeologico, un’economia basata su qualche animale da allevare, su una campagna magra e faticosa e sulle selve di castagni. Una grande diaspora però, è partita da lì, parlo di artisti, decoratori, stuccatori, i famosi Magistri comacini, che nei secoli hanno riempito l’Europa di bellezze. E quando tornavano a casa, qualche prodezza artistica gli veniva. Così, a fare da contrasto con delle case molto semplici, nel punto più panoramico del paese, sorge una chiesa barocca che è un vero gioiello. Per 30 anni l’ho guardata, fino al giorno in cui l’ho vista. E quel giorno mi sono dato un altro nome.
Mi chiamo Gallo Barelli. E’ un tardo pomeriggio di agosto del 1760 e sono davanti alla Chiesa dedicata ai Santi Gallo e Desiderio, a Ponna inferiore. Sono partito stamattina di buon’ora da Como e sono arrivato ad Argegno dove ho cambiato carrozza. Ho risalito la Val d’Intelvi e, quando si inizia ad intravedere il Lago Ceresio, sono arrivato in vista di Ponna inferiore, la mia meta. Per raggiungere il borgo solatìo, ho dovuto faticare a piedi per l’ultimo tratto. Ho un incarico: il Vescovo Giovanni Battista Muggiasca, evidentemente soddisfatto di come ho realizzato il Viale della Via Crucis quattro anni fa, con le decorazioni di Carlo, Carlo Scotti, mi ha rinnovato la fiducia chiedendomi di ripensare una degna facciata per la chiesa. Ho accettato con entusiasmo. Ora sono qui, sto scendendo dalla Via Crucis e sto pensando. Ho dato un ritmo a questo percorso e respiro e passo, sono ben accordati. Il pensiero vola. Sto cercando un appiglio, un’ispirazione per dare una sagoma alla facciata della Chiesa. Il Vescovo ci tiene molto e voglio dare il meglio di me. Ad un tratto, quasi in fondo al viale, rimango quasi folgorato. In fondo, oltre la valle del Ceresio, evidenziate da un cielo lavorato da nuvole e vento, noto le creste della Val Solda. Tra tutte le cime, la mia attenzione è attirata dalla cuspide della Foiorina: mi sembra un’architettura pensata dal Dio che tutto ha creato. Lo so che le idee migliori nascono sul posto ed è per questo che ho voluto tornare qui. Ecco, la mia facciata riprenderà questa sagoma! Prendo un appunto con il pennino e su due piedi traccio le proporzioni. Sarà così e so che non farò fatica a convincere il Vescovo!
Si tratta di un’ennesima variante della fotosintesi cerebrale, lo so. A parte questa immedesimazione in chi aveva effettivamente avuto l’incarico di progettare la chiesa, mi sono posto delle precise domande circa l’intento narrativo di tutto il complesso. Mi riconfermo il fatto che abbiamo guadagnato lingue e perso linguaggi. C’è stato un tempo in cui la simbologia e il significato recondito delle cose, era magistralmente padroneggiato. Ora il culto è invece rivolto ad una certa fugacità usa e getta. Ma quando ho sovrapposto la fotografia della cresta della montagna sullo sfondo alla sagoma della facciata, e ne ho visto la precisa rispondenza, mi sono detto che pur non avendo prove provate, avevo molto probabilmente abbattuto il muro del tempo che mi distanziava qualche secolo da chi quella composizione aveva concepito. Probabilmente ancora, con un dialogo con la natura e con un intento di legame con il Genius loci, Gallo Barelli aveva ragionato come faccio io. Sta di fatto che partendo da questa intuizione, ho cominciato a studiare questa chiesa con la lente di ingrandimento. Di messaggi ne ho trovati altri. Persino delle firme e delle date che avrebbero bisogno di un microscopio per essere lette. Trent’anni mi ci sono voluti e non mi spiego perché. Forse non ero pronto.
…ricavai una lezione fondamentale
in fatto di composizione:
imparai che la qualità di un racconto non dipende dalla storia in sé
ma dal montaggio.[4]
Sento a questo punto il bisogno di tornare indietro, di riavvolgere il filo. Avverto questa necessità quando mi chiedo perché tutto questo succeda a me. Sembra che non c’entri nulla ma mi accorgo che il pensiero mi va quasi in automatico agli anni dell’adolescenza nei quali frequentavo le montagne lombarde e nello specifico i ghiacciai, come volontario operatore glaciologico del Cai Comitato Scientifico. Io e mio fratello, sotto la guida del Prof. Bruno Parisi, vagavamo su e giù per le morene misurando, fotografando e rilevando dati. Già allora vedevamo con un certo sconcerto gli effetti del cambiamento climatico. Accanto a quell’attività, il mio occhio guardava le piante pioniere con molta curiosità. Bruno non mancava mai nel dare spiegazioni e risposte esaurienti e soprattutto, capaci di attivare ulteriormente la mia curiosità. Morale, sono passati non proprio pochi anni da allora, però, potrei dire che non passi giorno senza che mi venga in mente qualcuno di quei momenti sulle morene. Ecco, penso che la confidenza col lessico della T(t)erra, sia per me nata proprio allora.
Grazie.
Vittorio Peretto è architetto paesaggista e artista, fondatore di Studio Hortensia
[1] Carlo Levi, Un volto che ci somiglia Einaudi, 1960
[2] M. Pollack, Paesaggi contaminati, Keller Editore, 2016
[3] M. Pericoli, Il grande museo vivente dell’immaginazione-guida all’esplorazione dell’architettura letteraria, Il Saggiatore, 2022
[4] Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili, Adelphi 1991
