Elogio dell'intervallo: il vuoto come paesaggio alternativo
di Rosella Peluso
Pubblicato in AES Arts+Economics 22 "Paesaggio"
In musica, l’intervallo è la distanza tra due note; nell’architettura della nostra vita quotidiana, è la distanza che intercorre tra un impegno e l’altro. Ma in una città, cos’è davvero questa misura intermedia? Non è un’omissione, né un errore di progettazione, ma una pausa generativa: un’ombra necessaria affinché la luce riveli la forma. Nel contesto urbano, l’intervallo prende forma nel vuoto; è lì che diventa spazio reale, misurabile, condiviso. Scrivere oggi un elogio dell’intervallo è un atto di sfida intellettuale che rivendica il diritto al vuoto contro la dittatura del pieno, la possibilità dell’imprevisto contro l’ordine del già pianificato.
Il vuoto è il grande rimosso della città contemporanea, una materia oscura che non sappiamo più vedere. La logica dominante è sempre la stessa: occupare, riempire, mettere a valore. Cresciamo per addizione; sommiamo, concentriamo, saturiamo, fino a produrre un organismo ipertrofico, dove la densità viene scambiata per efficienza e l’accumulo per ricchezza. Metropoli senza più ossigeno, che consumano ogni margine e ogni tregua. Una bulimia edilizia che non è solo una patologia dei nostri centri urbani, ma il sintomo di qualcosa di più profondo, legato all’incapacità di sostare nella sospensione, di accettare le fratture senza doverle per forza saldare, di tollerare il vuoto senza trasformarlo immediatamente in superficie utile. E per questo continuiamo a fraintenderlo.
Da secoli persistiamo nella cattiva abitudine di considerare la vacuità un’insufficienza, un fallimento della forma, quando è l’esatto opposto. Nemmeno le «sequenze spaziali»[1] di Luigi Moretti, che cercavano di oggettivare l’etereo per farcelo percepire come materia, sono riuscite a scardinare questo pregiudizio. Eppure, quei tentativi portavano alla luce una verità elementare: non abitiamo i muri, ma lo spazio che i muri rendono possibile. E quello spazio, all'apparenza inconsistente, ha un suo volume, una sua specifica densità.
Senza vuoto, l’architettura non esiste; senza respiro, non esiste abitare. Tradire questo principio significa ridurre la città a un deposito, a una massa compatta, a un blocco senza aria.
Nella fitta rete edificata, l’intervallo non è una lacuna, ma una necessità; il silenzio dà valore al suono esattamente come il vuoto dà senso al costruito. Una piazza sgombra, un prato incolto o un lotto lasciato in sospeso non sono mancanze, ma pause.
Senza pause non c’è ritmo; senza interruzioni la città perde la sua capacità di raccontarsi.
Bernardo Secchi ha suggerito di leggere il vuoto urbano come una vera infrastruttura[2]: non qualcosa che viene meno, ma l’armatura che tiene insieme il tutto. È l'idea di «città porosa»[3] in cui le funzioni non sono mai nettamente separate e il residuo diventa un tessuto connettivo che permette il movimento, l’incontro e la sosta. In questa porosità la città si sospende, le logiche funzionali si allentano e il senso non è ancora delineato. Qui ci si muove in spazi di cui non siamo padroni, ma ospiti temporanei. Per questo il vuoto non è una tabula rasa, ma un paesaggio di resistenza: resiste all’occupazione, alla funzione unica e alla chiusura del significato.
Finché rimane vuoto, lo spazio resta libero: disponibile, interpretabile, non ancora definitivamente scritto.
Una disponibilità che richiama il pensiero di Gilles Clément e i suoi «frammenti indecisi» del Terzo Paesaggio. In questa visione, i margini, i bordi, i lotti dismessi non sono scarti, ma vere e proprie riserve; aree sottratte al controllo antropico e, proprio per questo, biologicamente vitali. Clément invita a un gesto progettuale radicale: non intervenire, ma lasciare accadere, accettando l'esistenza di territori non finiti o irrisolti. È in questa indeterminatezza non normata che il «giardino planetario»[4] conserva la sua energia, offrendo un orizzonte dove la dimensione del “non ancora" può finalmente manifestarsi.
Nella ricerca di spazi consegnati al possibile, riemerge quasi naturalmente la lezione di Ignasi de Solà-Morales sul terrain vague[5]: luoghi "vaghi" nel senso più potente del termine, liberi, indefiniti, fluttuanti. Se il pieno è il dominio del dovere e della prassi, il terrain vague è quello del desiderio e dell'aspettativa; dove l’uno è rigidamente programmato, l’altro rimane aperto. Un attributo che lo rende prezioso, ponendolo in antitesi radicale a quella realtà densa e indifferenziata che Rem Koolhaas definiva
Junkspace[6], uno «spazio spazzatura» senza qualità, un’estensione infinita che non ammette soluzioni di continuità.
Il vuoto non è mai neutro: è una promessa di senso non ancora adempiuta.
Accettarlo presuppone la consapevolezza di un limite: il nostro. Vuol dire smettere di riempire per paura e iniziare a lasciare un margine per scelta. Occorre configurare un paesaggio alternativo: una sorta di geografia dell’invisibile, non meno reale né meno strutturata della rigida geometria degli edifici, ma spesso infinitamente più ricca. Seguendo Félix Guattari[7], potremmo leggere il nostro rifiuto del vuoto anche come un fenomeno psichico, prima ancora che urbanistico: ingombriamo l’esterno per mettere a tacere il vuoto interiore, stipiamo fuori per compensare ciò che manca dentro. E in questo scenario sovraccarico, finiamo paradossalmente per smarrirci.
Difendere il vuoto, allora, non è solo una questione urbana, ma una sfida esistenziale e, intrinsecamente, politica. Perché abitare significa innanzitutto sapersi orientare, riconoscersi in un ambiente e sentire di appartenergli; ma se ogni centimetro è presidiato, se tutto è cementificato, questo legame si spezza. Il Genius Loci ha bisogno di fiato, di distanza e di prospettiva: ha bisogno, in una parola, di vuoto[8].
Il paesaggio dell’intervallo si configura così come una soglia, una dimensione in cui l'inedito può ancora emergere. Difenderlo equivale a compiere una scelta precisa: non edificare di più, ma imparare a disegnare il "meno"; non colmare ma stabilire dove fermarsi. Perché il vuoto non è un semplice avanzo, quanto piuttosto ciò che si determina intenzionalmente. È qui che si decide l’architettura del futuro: non nei volumi che aggiunge, ma nei silenzi che sa custodire.
La memoria torna a Italo Calvino. Le sue Città invisibili[9] non sono fatte solo di materia, ma delle distanze tra le cose, della luce che le attraversa e dell’aria che vi circola. Sono fatte, in ultima analisi, di tutto ciò che non è edificato.
Vivere l’intervallo corrisponde a un cambio radicale di sguardo: smettere di contare le presenze per iniziare a valorizzare le assenze, proteggendo quel paesaggio velato in cui l’architettura smette di essere recinto e si fa varco. Non più una mancanza, il vuoto si offre come occasione; un ambito in cui la città può ancora sottrarsi all’egemonia della pura funzionalità per tornare a essere dimora.
Perché è proprio lì, in quello scarto irriducibile tra ciò che esiste e ciò che non è ancora, che possiamo infine sperare di trovare un luogo che sia davvero degno di essere abitato.
Storica dell’architettura formata al Politecnico di Milano, Rosella Peluso si occupa di divulgazione del patrimonio culturale. All’esperienza decennale alla guida della rivista Pregio (Corriere della Sera), ha affiancato negli anni la progettazione di contenuti per la TV e rassegne culturali. Oggi consulente indipendente, ha firmato di recente la cura dell’Atlante delle meraviglie minime, mostra di Vittorio Peretto: un percorso che esplora le connessioni tra paesaggio e linguaggi del progetto.
[1] Mi riferisco ai modelli in gesso eseguiti da Luigi Moretti per materializzare il volume dei vuoti interni di architetture storiche (come la Basilica di San Pietro o la villa Adriana a Tivoli). Questi studi teorici sono stati pubblicati nel fondamentale saggio Strutture e sequenze di spazi, in «Spazio», n. 7, dicembre 1952-aprile 1953, dove l’architetto indaga la "pressione" e la consistenza plastica dello spazio come entità autonoma rispetto alla massa muraria.
[2] Il riferimento è alla teoria del «progetto di suolo» di Bernardo Secchi, che interpreta lo spazio aperto non come vuoto di risulta, ma come l’ossatura civile e funzionale della città. Per l'approfondimento di questi temi e della loro dimensione ritmica e narrativa, si vedano: B. Secchi, Il progetto di suolo, in «Casabella», n. 524, 1986; e Id., Prima lezione di urbanistica, Laterza, Roma-Bari 2000.
[3] Il concetto di «porosità» applicato alla dimensione urbana compare per la prima volta nel saggio Napoli, scritto da Walter Benjamin insieme ad Asja Lācis e pubblicato sulla «Frankfurter Zeitung» nel 1925 (ora in W. Benjamin, Immagini di città, Einaudi, Torino 2007). In questo testo, la porosità descrive l'interpenetrazione tra spazio pubblico e privato e l'indeterminatezza delle funzioni urbane, elementi che Bernardo Secchi riprende per teorizzare la flessibilità del vuoto contemporaneo.
[4] Cfr. G. Clément, Manifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet, Macerata 2005. In questo testo l'autore teorizza il valore dei «luoghi abbandonati dall'uomo» come spazi di resistenza biologica e di invenzione genetica. Tale visione si inserisce nel più ampio concetto di «giardino planetario», che invita a considerare la Terra come un unico spazio finito e interconnesso, di cui l'uomo non è il dominatore ma il custode, responsabile della libera circolazione delle specie e della tutela dell'indeterminato.
[5] Il termine terrain vague, introdotto dall'architetto e filosofo catalano Ignasi de Solà-Morales, definisce quegli spazi urbani – aree industriali dismesse, ferrovie abbandonate, lotti vuoti – rimasti fuori dai circuiti produttivi e dal controllo della pianificazione. Per l'autore, la "vaghezza" non è un limite, ma una condizione di libertà e memoria che oppone lo spazio del desiderio a quello programmato della città efficiente. Cfr. I. de Solà-Morales, Terrain Vague, in «Anyplace», MIT Press, Cambridge 1995 (ed. it. in Territori, Allemandi, Torino 2007).
[6] Con il termine Junkspace (spazio spazzatura), Rem Koolhaas definisce il sottoprodotto costruito della modernizzazione: un'estensione continua, climatizzata e indifferenziata che satura ogni intervallo. A differenza del vuoto vitale, lo Junkspace è un "pieno" che non ammette né silenzio né scarto, annullando la gerarchia tra interno ed esterno. Cfr. R. Koolhaas, Junkspace. Per un ripensamento radicale dello spazio urbano, Quodlibet, Macerata 2006.
[7] Il riferimento è al pensiero di Félix Guattari e alla sua «ecosofia», che intreccia le dimensioni dell'ambiente, dei rapporti sociali e della soggettività umana. Secondo l'autore, la voracità con cui l'uomo occupa lo spazio fisico è spesso il riflesso di un'incapacità di abitare il proprio spazio interiore. Cfr. F. Guattari, Le tre ecologie, Sonda, Milano 1989.
[8] Cfr. C. Norberg-Schulz, Genius Loci. Paesaggio, ambiente, architettura, Electa, Milano 1979.
[9] Cfr. I. Calvino, Le città invisibili, Einaudi, Torino 1972. Nel dialogo tra Marco Polo e Kublai Khan, la città emerge non come accumulo di pietre, ma come rete di relazioni e spazi di risonanza, dove l'invisibile, l’assenza e la distanza sono componenti strutturanti del desiderio urbano.
