Cristina Moro

È in corso a Verbania la mostra “Due Veronese sul Lago Maggiore. Storia di una collezione”, dedicata a due importanti opere di Veronese riscoperte nel 2014. Fanno parte di una serie che è andata dispersa nel tempo, nota solo attraverso copie. Sono opere giovanili del Maestro, databili al 1553 circa, rappresentano l’Allegoria della Scultura e l’Allegoria con la sfera armillare; le altre due Allegorie del gruppo si trovano al Los Angeles County Museum of Art. Ad individuarle, nel 2014, è stata una giovane laureanda in Storia e critica dell’arte, Cristina Moro, impegnata in una tesi su una collezione d’arte assemblata al principio del ‘900 sul Lago Maggiore, con i suoi relatori, Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa dell’Università di Milano e con l’aiuto di Vittoria Romani e Carlotta Crosera dell’Università di Padova.

A dieci anni di distanza, in occasione della mostra che riporta i due dipinti a Verbania, Cristina Moro ha curato “Diario di una scoperta”, un video dove ripercorre le tappe di quella ricerca. Oggi però, il suo lavoro ha preso un altro sentiero: è curatrice di archivi “di progetto”, come le piace definirli; in particolare, di quelli dell’architetto Michele De Lucchi e dell’architetta Cini Boeri.

La storia

Studiare storia dell’arte mi ha insegnato un metodo – racconta Cristina Moro. Che sia arte moderna, contemporanea o un progetto di design, si tratta di provare a leggerle come un’espressione artistica e culturale all’interno di un’epoca. Formarmi con Giovanni Agosti mi ha portato ad avvicinarmi alle opere in modi diversi: con la lente di ingrandimento, ma anche a considerarla all’interno di un contesto, di una mappa di relazioni. Che a volte sono più interessanti dell’oggetto in sé.

Dopo la laurea mi sono allontanata dal mondo accademico e ho iniziato a lavorare prima al Museo del Paesaggio di Verbania e poi nell’archivio di Domus. Così è avvenuto il passaggio dall’arte moderna al mondo del progetto, del design e dell’architettura. In archivio Domus sono rimasta cinque anni, e mentre lavoravo ho fatto dei master e dei corsi di specializzazione per approfondire il contesto degli archivi fotografici. Supportavo la redazione nelle ricerche, le richieste dall’esterno, i prestiti, ho lavorato a delle mostre, come quella dedicata a Gio Ponti alla Galleria Sozzani, nel 2018, a dei progetti editoriali e a dei contributi, sulla pagina web, per raccontare e valorizzare l’archivio. Quando la direzione della rivista è stata affidata a Michele De Lucchi, lui mi ha fatto entrare nel suo studio e nel suo archivio: non me ne sono più andata.

In modo spontaneo, si sono poi aperte nuove porte, sempre intorno agli archivi; progetti diversi dove ho cercato di lavorare considerando l’archivio come una fonte ma anche come un generatore di contenuti nuovi.

Nel 2022 ho lavorato con la Fondazione Aldo Rossi, chiamata da Chiara Spangaro, e Silvana Editoriale; qui l’archivio è stato il punto di partenza per il catalogo ragionato e la mostra dedicata ad Aldo Rossi al Museo del Novecento. Abbiamo portato avanti un grande lavoro di ricerca, anche negli archivi delle aziende, per recuperare il lavoro di Rossi come designer. Un’esperienza che ha evidenziato ancora di più come gli archivi siano una fonte imprescindibile per questo tipo di operazioni culturali; si avverte sempre di più la necessità di lavorare per creare degli strumenti completi con cui studiare in particolare modo il design dei maestri italiani, di fare il punto sulla progettazione anche su piccola scala e sul pensiero della costruzione dello spazio interno alle architetture. La stessa esigenza è emersa conoscendo i nipoti di Cini Boeri, Giulia e Antonio Boeri, che si stavano occupando dell’archivio della nonna; è significativo che sia questa seconda generazione a sentire l’urgenza di portare avanti un lavoro di riordino. Fin da subito abbiamo iniziato un dialogo felice, immaginando un progetto di valorizzazione, e mi hanno affidato la curatela dell’archivio di Cini di Milano. Pensavamo di aprire una piccola porta ma se ne sono spalancate tante; supportati da tutta la famiglia Boeri, abbiamo capito che era il momento di iniziare un percorso importante.

L’archivio di Michele De Lucchi

Michele De Lucchi è un maestro del design e dell’architettura ma anche un artista, con uno spirito lungimirante, che ha sempre conservato il suo materiale di lavoro, mai con un intento autocelebrativo, quanto piuttosto per potersi guardare indietro con occhi nuovi, in un secondo momento, e capire qualcosa in più di sé o del contesto in cui si muoveva. Una modalità di lavoro che ha imparato da Ettore Sottsass, che gli diceva “per disegnare il mondo devi conoscere il mondo”; così De Lucchi ha sempre indagato la realtà, accompagnato da quadernini su cui disegnare, attraverso la fotografia, gli appunti di viaggio, per poi riguardarli un giorno e capire qualcosa di nuovo, di diverso. Per De Lucchi l’archivio è uno strumento, deve poter generare idee nuove e inaspettate. Con lui e con Promemoria, abbiamo ridisegnato la piattaforma digitale del suo archivio e del suo studio AMDL Circle, perché De Lucchi ci ha sempre tenuto molto che il suo archivio fosse anche digitale, fruibile, consultabile trasversalmente. È uno strumento con cui lo studio lavora quotidianamente, uno stimolo creativo. Le attività di ricerca, conservazione e valorizzazione corrono parallele. Non si può pensare di fare uno dopo l’altro. Quindi, insieme a Margherita Baetta, che cura l’archivio con me, ci occupiamo allo stesso tempo di preservare, riflettere sull’archivio come strumento di lavoro, organizzare mostre, autorizzare prestiti, mantenere il rapporto con i ricercatori, immaginare libri, e altro ancora.

Uno dei format che sto costruendo per la valorizzazione è “Un bicchiere in archivio”: è un momento di condivisione, accompagnato da un calice di vino, rivolto ai collaboratori dello studio e ad alcuni ospiti. Ci siamo, infatti, resi conto che, mentre lo studio ha una storia lunga più di 40 anni, molti giovani architetti sanno poco delle origini e di cosa nel tempo Michele e lo studio hanno costruito. È uno studio di architettura che affonda le sue radici nell’esperienza di Memphis, nelle performance dell’Architettura radicale, nel lavoro con Olivetti: esperienze che fanno parte del DNA dello studio, la sua caratteristica interdisciplinare proviene proprio da queste storie. Sono fatti che magari si danno per scontati, ma non è così, e raccontarlo contribuisce a costruire e ricordare un’identità. Per questo ho pensato a una sorta di momento di racconto “attorno al fuoco”, con un bicchiere di vino in mano. Partiamo dai disegni, dai modelli, dai libri, dai materiali fisici o digitalizzati, e da lì raccontiamo una storia e riflettiamo su che cosa può generare oggi, guardata con occhi diversi, su che senso può avere oggi quel progetto. I primi incontri sono stati sulle origini dello studio e sul rapporto con Olivetti e il mondo della progettazione per l’ufficio. La risposta è inaspettata, perché il contatto con i materiali dà origine a nuove riflessioni e spunti stimolanti. Per De Lucchi è importante andare oltre, cercare risposte inattese. “Non dare al cliente quello che si aspetta, ma quello che non si potrebbe neanche sognare” è la frase che accoglie le persone nell’ascensore dello studio. E questo approccio sperimentale e creativo è quello con cui vogliamo lavorare con l’archivio di De Lucchi.

L’archivio di Cini Boeri

Per Cini Boeri la situazione è diversa, con Giulia e Antonio ci siamo resi conto che dovevamo iniziare da un lavoro di studio e riordino. Non puoi lavorare sulla valorizzazione se non conosci quello che hai nei cassetti. Tutto questo a pochi anni dalla scomparsa di Cini, avvenuta nel 2020. C’era forse bisogno che tutto questo fosse affrontato da qualcuno distante emotivamente da una donna forte e sensibile allo stesso tempo, che ha lasciato un segno molto importante nella famiglia Boeri.

Era arrivato il momento di fare ordine e tornare a raccontare la progettista, perché iniziava a esserci una certa opacità e confusione, anche per la notorietà dei tre figli. Non è tanto il fatto di essere stata un’architetta donna, poiché Cini è riuscita ad affermarsi come professionista autonoma, ma c’era anche il rischio di essere raccontata come “la madre di”, o che ci si dimenticasse dei suoi lavori. Pensiamo, ad esempio, a un oggetto noto come il “Bicchiere di Blade Runner”, prodotto da Arnolfo di Cambio: in pochi sanno che quel bicchiere, in cui Harrison Ford sorseggia il whisky, l’ha disegnato Cini Boeri. Cini aveva un pensiero progettuale preciso, che ha espresso nei suoi progetti e sintetizzato nella casa che ha costruito per sé e per la sua famiglia, la Casa Bunker, alla Maddalena. Una casa in cui gli spazi sono pensati per avere dei momenti condivisi, ma anche dei momenti privati, dove poter coltivare l’autonomia della persona e dei singoli desideri. Progettava per migliorare la vita dell’individuo nella dimensione domestica.

Nel 2023 abbiamo, quindi, deciso di comunicare la nascita dell’archivio, tramite l’apertura della pagina Instragram, così da diventare un punto di riferimento per i ricercatori e per chiunque si accostasse alla sua figura. Siamo partiti studiando l’immagine coordinata con cui lei stessa comunicava la sua professione, per svilupparne una in continuità con quella di allora, e abbiamo coinvolto Paolo Giangiulio, un progettista grafico con cui stiamo portando avanti un’identità chiara, che deve contraddistinguere tutte le attività dell’archivio. Avere una certa riconoscibilità ci serve per far capire che c’è di nuovo un punto di riferimento autorevole per chi vuole conoscere, studiare, lavorare su Cini, e ci serve anche per avere un controllo sui suoi prodotti in commercio. Dopo tanti anni, anche i legami con le aziende si sono allentati, perché le generazioni che hanno lavorato con Cini stanno scomparendo, quindi, era necessario anche riprendere i legami e fare un lavoro di sensibilizzazione, per far ritornare in superficie la sua autorialità.

Con Instagram abbiamo scelto di parlare un linguaggio attuale, che intercettasse anche le generazioni più giovani. C’è stata subito una buona risposta, con utenti che ci segnalano di avere oggetti di Cini, aziende che ci scrivono per collaborare. È un buon inizio, una piattaforma agile con cui raccontiamo il suo pensiero e il suo lavoro. Nel lavoro ci supporta un giovane architetto, Filippo Rispoli, che porta avanti il lavoro quotidiano di ricerca e riordino. Ci piace definire l’Archivio Cini Boeri un laboratorio creativo, più che un archivio.

Nell’ambito di quest’attività di valorizzazione, rientra la prossima mostra alla Biblioteca del Parco Sempione, con Triennale e la Biblioteca, in programma durante la Milano Design Week, per celebrare il centenario dalla nascita di Cini. Sarà l’occasione per vedere riuniti tanti suoi progetti, provenienti da collezioni private e archivi aziendali, che raccontano il suo lavoro dalla fine degli anni ‘60 ai primi anni ‘90: un design funzionale ed elegante, che cercava di interpretare, rispondere e anticipare i bisogni fisici e psicologici degli individui, per migliorare la qualità della vita e favorirne l’autonomia,

E poi Maddalena Bregani, nuora di Cini, sta lavorando a un bellissimo documentario, sulla sua vita personale e professionale, prodotto da The Blink Fish, mentre io sto lavorando ad un piccolo libretto su di lei per la collana Oilà di Electa, a cura di Chiara Alessi, che racconta in 60.000 battute figure femminili che si sono distinte in rapporto a discipline e mestieri ritenuti da sempre appannaggio dell’universo maschile.

Il programma per celebrare il centenario di Cini è ampio, e stiamo lavorando con Triennale, che supporta tutto il progetto; per la fine dell’anno è prevista anche una giornata di studi, in preparazione alla grande retrospettiva e al catalogo ragionato del 2026.

La curatrice

Il mio lavoro all’interno degli archivi include le attività più disparate: organizzare e coordinare il lavoro di riordino, il dialogo con le aziende, con lo studio legale o con il commercialista per individuare la formula migliore da conferire alla struttura, lo studio, la ricerca, la conservazione dei materiali, la curatela delle mostre e dei progetti per la valorizzazione.

Considero parte integrante del mio lavoro anche il lavoro di scrittura, in particolare per la rubrica che curo per Domus, un legame che ho mantenuto negli anni anche dopo il mio lavoro specifico nell’archivio, e che mi serve per avere anche una lettura d’insieme, “a volo d’uccello” sul mondo degli archivi di progetto. È intitolata “Mnemosine” ed è dedicata al racconto inedito di un oggetto, a partire da un disegno d’archivio, privato o aziendale. Anche questo è un modo per comprendere il contesto del design del Novecento e capire come gli altri progettisti e le aziende hanno lavorato e stanno lavorando in quest’epoca in cui gli archivi stanno rivelando il loro potere generatore.


Cristina Moro Laureata in storia e critica dell’arte, vive e lavora a Milano, dove si occupa della valorizzazione degli archivi di design. Ha lavorato nell’archivio della rivista Domus, oggi è curatrice dell’archivio di Michele De Lucchi e dell’Archivio Cini Boeri. Collabora con alcune testate di settore, dove si occupa di design e personaggi legati al mondo del progetto; per Domus cura la rubrica mensile Mnemosine. Storie di oggetti. Ha collaborato a progetti editoriali ed espositivi, come la mostra e il catalogo su Gio Ponti e Aldo Rossi Design; nel 2024 curerà la mostra dedicata al design di Cini Boeri alla Biblioteca del Parco Sempione di Milano.