Common Ground: le imprese culturali e creative tra grandi opportunità e rinnovate incertezze
Il 26 novembre si è tenuto il secondo incontro di Common Ground, un workshop co-organizzato da Studio Lombard DCA, Milano Notai, Le Dimore del Quartetto e Studio Marco D'Isanto. Anche questa volta l’iniziativa prende le mosse da una pubblicazione di AES Arts and Economics, il 20° numero dedicato alle imprese culturali e creative, che ha visto i soggetti professionali coinvolti impegnati nel chiarire la nuova identità accolta nel Registro delle Imprese.
L’evento si è posto l’obiettivo di ampliare le riflessioni avviate nella pubblicazione, affinché i testi diventino una piattaforma aperta al servizio delle opportunità e delle incertezze che questo riconoscimento professionale porta con sé.
L’incontro ha riunito numerosi professionisti e professioniste del settore – alcuni dei quali già presenti nella pubblicazione AES – attorno a tre tavoli tematici. Due di questi erano orientati ai contenuti teorici, in particolare alle normative e alle politiche, rispettivamente intitolati “Il diritto alla creatività: riconoscere e valorizzare le imprese culturali attraverso le norme” e “Le politiche che generano cultura: strategie pubbliche per lo sviluppo delle imprese creative”.
Il terzo tavolo si è invece concentrato sull’ecosistema relazionale complesso nel quale le imprese culturali e creative devono operare, volenti o nolenti: “Imprese culturali e creative, un nuovo ecosistema: connettere cultura, innovazione e impresa”. Ai partecipanti è stato chiesto di ascoltare e vivere la discussione di tutti e tre i tavoli, ruotando tra le sale allo scadere del tempo, così da poter esplorare ciascuna delle tre tematiche.
Il tavolo dedicato all’ecosistema mirava a offrire un primo sguardo sugli altri soggetti interessati alle ICC: imprese desiderose di mettere le proprie competenze al loro servizio – ad esempio nella rendicontazione non finanziaria – oppure lavoratori direttamente coinvolti che hanno colto l’occasione per chiedersi: “Ma allora sono un’Impresa culturale e creativa? E cosa devo fare per esserlo?”
È così emerso un ecosistema vastissimo: dai singoli operatori privati – freelancer attivi nella progettazione culturale, nelle arti musicali, nella comunicazione, così come commercialisti, ingegneri, creativi e galleristi – fino a Fondazioni private, Fondazioni di partecipazione, Associazioni, ETS, Società Benefit, ATS e molte altre realtà operative nei più diversi ambiti culturali.
Il tavolo si è aperto con un invito semplice ma rivelatore: presentarsi, raccontare la propria professione e annotarla su un foglietto. Alla fine dell’incontro, i foglietti sono stati disposti sul tavolo, creando una rappresentazione visiva dell’intero ecosistema.

Ne è emerso un quadro esemplificativo: complesso e articolato come la difficoltà di definire il proprio ambito culturale predominante, ma anche diversificato e unico, implicito nelle infinite declinazioni degli ambiti culturali. La conclusione condivisa è stata che queste realtà, oggi potenziali Imprese culturali e creative, sono sempre esistite. La vera sfida, soprattutto dopo il riconoscimento nel Registro delle Imprese, sta ora nel creare alleanze più solide e più ampie. Non semplici partnership, ma un sistema di qualità, una voce diffusa, un dialogo serrato e una reciproca alleanza, affinché il settore possa richiedere con maggiore forza legittimazioni, chiarimenti burocratici e normativi, e i sostegni che ancora tardano ad arrivare.
Dopotutto, le culture acquisiscono valore nel terreno di sperimentazione e creazione, ma soprattutto nella capacità di configurarsi come un sistema di valore meno statico e meno nascosto, e sempre più dinamico, sociale e trasformativo.
Alla fine, ci attendeva la conclusione di Mario Abis, che ha cercato di raccogliere le principali riflessioni emerse dai tre tavoli. Prima di tutto, è significativo che molti lavoratori culturali abbiano chiesto soprattutto quali benefici comporti diventare formalmente Imprese culturali e creative, prima ancora di approfondire la normativa necessaria per registrarsi. Dalle organizzazioni più grandi e consolidate a quelle più piccole e isolate, è dunque sorta l’esigenza di una maggiore chiarificazione nei vantaggi, affinché al riconoscimento formale seguano sostegni adeguati, per un’impresa uguale a tutte le altre, ma con valori e impatti socioculturali potenzialmente maggiori.

Poi, si è manifestata una grande curiosità nel mettere in luce le ambiguità giuridiche che la normativa sulle ICC ha comportato: quali sono i limiti e gli inquadramenti professionali, cosa vuol dire veramente “creativo” e “culturale” in un’impresa. In questo senso, infatti, se non adeguatamente definite e normate, le ambiguità portano a considerare i più svariati ambiti quali imprese culturali e creative. Un esempio è il comparto tecnologico, che negli ultimi anni è stato quello più innovativo nella creazione di nuovi prodotti e servizi, e allora chi può negare che possa far parte di questa stessa rete? Da qui si apre anche il tema centrale della misurazione: valutare gli impatti dirompenti che le imprese possono generare. Ma misurare non è cosa neutrale e quindi richiede una riflessione sul valore della misura che impieghiamo nella valutazione. Ad oggi, infatti, gli impatti sono necessari in quanto strumenti di analisi che permettono di mettere al centro il territorio e i suoi cittadini agli occhi di tutte le imprese, culturali e no.
Infine, si rinnova la necessità di ritrovare la capacità di creare dialoghi fra il comparto culturale, quello legislativo e quello politico, affinché le ambiguità generate dalla visione specifica dei singoli comparti diventino invece terreni di sperimentazione e riflessione condivisa sulle Imprese culturali e creative, simile a quanto è accaduto finora.
Tutto questo può essere riassunto in una forte volontà di chiarimento. L’ecosistema delle imprese culturali e creative sente oggi più che mai la necessità di confrontarsi, riconoscersi e unire le forze, perché molte delle sfide emerse non sono individuali, ma collettive.

Per questo rinnoviamo l’invito formulato dagli organizzatori durante l’evento: seguire la pagina Common Ground su LinkedIn, per continuare a far crescere lo scambio nato durante l’incontro.
Ringraziamo ancora tutte e tutti coloro che hanno partecipato. Proseguiamo insieme, nella convinzione che il prossimo appuntamento non sia lontano e che le normative e le politiche inizino finalmente a riconoscere e sostenere questo settore con la cura che merita.
