Beati quelli che mollano, perché se lo possono permettere
di Bertram Niessen
Pubblicato in AES Arts+Economics 21 "Quitting"
È una bella cosa che negli ultimi anni si sia messa in discussione la centralità del lavoro nelle nostre vite. In molti, giustamente, vedono questo momento storico come uno smascheramento. Smascheramento dell’ideologia del merito, costruita dai ceti privilegiati per giustificare il fatto che i primi saranno sempre primi. Smascheramento delle logiche dei workaholics, che si perdono in una dipendenza che costruisce vantaggio sistemico per i datori di lavoro, a detrimento dei diritti individuali e collettivi di chi lavora. Smascheramento del miraggio del successo, che ormai sappiamo benissimo essere condizionato dalle condizioni di privilegio (rendita e capitale sociale in primis) molto più che da qualsiasi altra cosa.
E quindi: ben vengano ricerche, libri, seminari, gruppi di riflessione, meme e influencer che ci dicono che il lavoro non è tutto e che non può essere la dimensione primaria su cui costruire le nostre vite.
Eppure, spesso quando ci si inoltra in questi territori non riesco a non sentirmi a disagio.
Non certo per quello che scrive chi si occupa dell’argomento da prospettive saldamente ancorate negli studi critici sul lavoro e sulle disuguaglianze sociali, come Francesca Coin, il cui Le grandi dimissioni ha avuto un’eco giustamente importante in questi ultimi anni [un suo intervento è pubblicato alle pagine XXX, N.d.R.]. Piuttosto, mi riferisco alle decine, centinaia di discorsi quotidiani che vengono fatti con tono minore e languido – nei diversi settori della cultura – dai figli dei ceti medi e alti. Che decidono, a un certo punto, di smetterla con la vita fatta fino ad allora. Realizzano, a un certo punto, che possono tenersi strette le case di proprietà ereditate e i conti in banca rimpinguati per decenni dalle mance di parenti premurosi. Si sentono, a un certo punto, liberati dal senso di colpa e dal dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Stabiliscono, a un certo punto, che lasciano, mollano, che non fanno più parte del gioco. E lo fanno perché possono permetterselo.
È una tendenza che si fa tanto più forte tanto più ci si avvicina al cuore dell'accumulo di capitale simbolico del lavoro culturale. Con “capitale simbolico” qui mi riferisco alla concezione di Pierre Bourdieu: l’insieme degli elementi immateriali legati alla reputazione, ai modi in cui si parla, ai rimandi agli immaginari che si incorporano in una persona. Assieme al capitale economico (ciò che si ha), a quello sociale (chi si conosce) e a quello culturale (quello che si sa), il capitale simbolico (cosa si dice di noi) è una delle quattro forme di valore che nelle nostre società vengono prodotte, accumulate, spese, dissipate, trasformate.
Il settore culturale è uno di quelli in cui il ruolo del capitale simbolico è particolarmente importante. Da un lato, perché è cronicamente sottopagato. Dall'altro, perché nelle società tardo-capitaliste spesso la strategia di investimento delle famiglie dei ceti superiori ha seguito una logica di compartimentazione del rischio: prima si è pensato ad assicurare il capitale economico (indirizzando i primogeniti verso professioni più certe e remunerative, come quelle nel commercio o nella finanza, o vincolando il patrimonio perché potesse garantire rendite stabili e crescenti) e poi a lavorare su quello simbolico (indirizzando i più giovani verso professioni molto meno remunerative ma in grado di fornire prestigio e visibilità).
Nei vari settori culturali si combinano diversi tipi di risorse personali e capitali collettivi (di ceto, di famiglia ecc.) che producono posizionamenti (valori, emozioni, immaginari, attitudini) diversi rispetto alle ideologie del lavoro. E questo vale anche – specularmente – per quello che riguarda le ideologie della fine del lavoro.
Tendo a leggere queste ideologie alla luce della natura più intima della “critique artiste”, per come è stata identificata da Luc Boltanski e Ève Chiappello nel loro Il nuovo spirito del capitalismo. Quella forma peculiare di critica dell'esistente che ha iniziato a delinearsi alla fine dell’Ottocento, fra tratti tipicamente moderni – come l'esaltazione della creatività individuale – e tratti antimoderni – come il rifiuto della massificazione portata dalla società industriale. Una critica che ha strutturato una serie di valori che oggi identifichiamo come tipicamente bohémien e che sono costitutivi delle identità di moltissimi tra coloro che scelgono studi e carriere nei settori strettamente culturali e artistici: importanza relativa del denaro, autenticità, individualità, superamento dei bisogni e perseguimento dei desideri.
I valori della critique artiste hanno una concentrazione diversa a seconda dei settori culturali a cui si guarda. Ad esempio, hanno una concentrazione altissima nei mondi dell'arte contemporanea, dove tutti si danno un gran daffare per far sembrare che non stiano lavorando davvero; ovviamente non è così ma, visto che si tratta di ambienti in cui contano soprattutto i “vecchi soldi” dei ceti più abbienti e delle loro corti (la quadrangolazione perfetta di capitale economico, sociale, culturale e simbolico), si può fingere di mettere il lavoro completamente tra parentesi. Perché, insomma, parlare di soldi fa cafone. E parlare di lavoro pure.
E allora, quando sento parlare di quitting nei mondi dell'arte contemporanea, spesso sento parlare di prendersi del tempo per se stessi e per la famiglia, fare qualche mese in giro tra case di amici alle Eolie o a Parigi, mettendosi in stand by per capire se si ha veramente voglia di aprire quella casa editrice, o di riprendere in mano quella tenuta di famiglia per farci una coltivazione biologica.
I valori della critique artiste sono già più diluiti nei mondi dell’editoria, dove si sente l’antica natura industriale del settore: se i campi da gioco vengono delimitati dalla ricchezza degli editori, la forza lavoro ha una natura impiegatizia (anche quando è precaria, come è ormai la norma) e tende quindi a strutturarsi attorno a valori tipicamente collegati al ceto medio. In particolare, quel segmento di ceto medio che, in un'economia basata sulla rendita, riesce comunque a vivacchiare – quando non a prosperare – grazie a quello che eredita. Ma che lo fa comunque gravida di preoccupazioni, senza la disinvoltura languida dei grandi ricchi, perché cerca la solidità e la sicurezza.
L’abbandono del lavoro si sogna quindi a occhi aperti, mentre si continua a svegliarsi presto, a risparmiare, a investire. Contro il lavoro ci si scaglia, lo si esecra di continuo sulle riviste culturali e sui social, perché è una maledizione che distrae dallo studio e dalla discussione. Da qualche parte arriverà, prima o poi, un patrimonio da gestire che permetterà di continuare a investire in quella carriera tanto agognata e tanto odiata, che trova in Raffaele Alberto Ventura il suo cantore, con l’invenzione della malinconica “classe disagiata”. Prime o seconde case, magari in qualche città media o nei borghi, da mettere su Airbnb. Terre, magari, o qualche negozio da riconvertire. Dai parenti, o dalla famiglia di lei o di lui, per cementare nel silenzio il rancore degli obblighi. Ma il quitting qui è più una proiezione del desiderio che una pratica reale. Qualcuno ogni tanto lo fa, tutti gli altri ne parlano.
I valori della critique artiste tendono poi a farsi più rarefatti nei nuovi settori della cultura, come quelli degli “operatori culturali”. Sono ambiti ibridi, nei quali si incontrano figure con i percorsi di studio più diversi: dalle discipline artistiche alla giurisprudenza, passando da materie come l'economia o il design. E, come ha messo in evidenza di recente il libro Essere Ibridi, a cura di Francesco De Biase e Alma Gentinetta, sono figure che hanno cambiato spesso traiettoria, passando attraverso una pluralità di forme organizzative (e di precarietà lavorativa).
Non che in questi mondi manchino i doppi cognomi o i figli dei ceti medi o alti. Tutt'altro. Dopotutto, sono paraggi in cui pochissimi riuscirebbero a sopravvivere ai redditi da fame, se non li potessero compensare in altri modi. Ma i valori dominanti sono legati prevalentemente a quelli dei ceti delle professioni: diffidenza verso il posto fisso e “gli statali”, ricerca di orari liberi da vincoli, vocazione imprenditoriale, orientamento al risultato. La critique artiste trova quindi meno spazio, perché il lavoro è percepito ancora come uno strumento di avanzamento individuale e di completamento biografico.
Si potrebbero fare discorsi simili per ognuno dei settori della cultura, dal teatro alla musica; sarebbe interessante fare distinzioni geografiche, perché le cose cambiano molto tra regioni diverse, così come tra le grandi città e quelle più piccole. Bisogna tenere presente che si tratta sempre inevitabilmente di generalizzazioni, con tutte le semplificazioni che queste comportano. Volutamente, nello scrivere queste righe ho calcato la mano: per fortuna, nella vita reale capita spesso di incontrare lavoratori nei diversi settori della cultura che non sono un mero risultato di incroci di variabili di classe e ceto, ma che seguono traiettorie interamente dettate dalla volontà, dai valori, dalle predilezioni individuali.
Quello che si vede ancora molto poco – o anzi, forse, sempre meno – è l’impatto dell’altra forma di critica evidenziata da Boltanski e Chiappello, la “critique ouvrière”. Con questo termine, i due indicano una forma di critica ai rapporti di potere che si concentra sulle disuguaglianze strutturali, la povertà e le dinamiche di sfruttamento, reclamando solidarietà e giustizia sociale.
In Italia più che in altri Paesi europei, infatti, sono rare le forme di organizzazione collettiva dei lavoratori del settore culturale che provano a metterne in discussione ingiustizie e disuguaglianze. C’è, certo, Art Workers Italia (AWI), con il suo lavoro fondamentale sui compensi minimi nell’arte contemporanea, la ricerca di contratti standardizzati e l’advocacy presso le grandi istituzioni del contemporaneo. E c’è Redacta, l’importante iniziativa di un gruppo di soci dell’Associazione Consulenti del Terziario Avanzato (ACTA) che si rivolge ai professionisti del settore editoriale per superare l’isolamento e la frammentazione dei lavoratori e promuovere azioni collettive. E ci sono molte cooperative – nel mondo delle arti performative, in quello museale o in quello del restauro – che svolgono un ruolo cruciale non solo nella costruzione di legami solidaristici, ma anche nella costruzione di consapevolezza e fondi mutuali.
Ma non sembra che, da quando si è diffuso il discorso sul quitting, queste pratiche di soggettivazione politica abbiano fatto grandi passi avanti. Per scrivere queste righe ho ripreso in mano un capitolo scritto nel 2017 per il libro Platform Capitalism e confini del lavoro negli spazi digitali, nel quale provavo a tracciare una storia possibile delle forme di organizzazione dei lavoratori della cultura a partire dall'Ottocento. Rispetto al panorama descritto all'epoca – con le dovute eccezioni, tra cui quelle citate qui sopra – non sembra che ci siano stati grandi cambiamenti. Anzi, oggi ormai guardiamo all’ultima grande stagione di mobilitazione dei lavoratori della cultura – quella dei Teatri Occupati di inizio anni ‘10 – con una prospettiva storica: Macao a Milano si è consumato durante la pandemia, chi occupò il Valle a Roma sta lavorando su un archivio, e così via.
La difficoltà dei lavoratori dei settori culturali ad autorganizzarsi ha a che fare con molte cose. Ha a che fare soprattutto con la frammentazione interna dei settori e con la prevalenza di contratti atipici e false partite IVA che rendono molto difficile costruire corpi intermedi, rivendicazioni e mobilitazioni. E ha a che fare con il peso del capitale simbolico rispetto a quello economico, che fa sì che esistano sempre degli “eserciti di riserva delle industrie culturali”. Ovviamente non mi riferisco a quell’esercito di riserva a cui pensava Marx riguardo alle industrie dell’Ottocento, costituito da masse di disoccupati pronti a sostituire i lavoratori organizzati per salari più bassi e senza rivendicazioni. Si tratta, piuttosto, di un fenomeno di segno contrario, in cui ceti medi e alti attuano una costante dinamica di ribasso sul mercato del lavoro, potendosi permettere di svolgere attività ad alto contenuto di capitale simbolico in cambio di cifre basse o nulle, spazzando costantemente sotto il tappeto le questioni strettamente economiche. E poi c’è, ovviamente, la presenza fortissima dei valori della critique artiste, che con il loro costante accento sull’individualità rendono difficili – quando non impossibili – le forme di organizzazione collettiva.
Non si tratta di una tendenza inevitabile. Anzi, quello che c’è da aspettarsi è che, all’aumentare del peso delle crisi economiche che non smettono di succedersi, i lavoratori dei settori culturali si troveranno sempre più a mal partito, e la differenza tra chi è in grado di mettere in gioco rendite che permettono i salari bassi e gli altri si faranno sempre più stridenti. Al punto che le forme di autorganizzazione per rivendicare migliori condizioni di lavoro diverranno comuni anche nei settori culturali. E allora sì, forse sentiremo parlare in un modo diverso di quitting, magari all’interno di un discorso articolato e coerente sul welfare per i lavoratori della cultura, nella forma di Universal Basic Income (Reddito di Base Universale) o in altri modi ancora.
E a quel punto saranno davvero beati coloro che mollano, perché tutti potranno permetterselo.
Riferimenti bibliografici
BASIC INCOME NETWORK (a cura di). 2018. Generazioni precarie. Una conricerca tra percezione del rischio, bisogni emergenti e welfare dal basso, Università degli Studi di Trento, Trento.
BOLTANSKI, Luc – CHIAPELLO, Ève. 1999. Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano 2014.
BOURDIEU, Pierre. 1986. Forme di capitale, a cura di Marco Santoro, Armando Editore, Roma 2015.
COIN, Francesca. 2023. Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita, Einaudi, Torino.
DE BIASE, Francesco – GENTINETTA, Alma (a cura di). 2025. Essere Ibridi, Franco Angeli, Milano.
NIESSEN, Bertram. 2017. «ICC/UGC. Il nuovo Lavoro Culturale», in Emiliana Armano, Annalisa Murgia e Maurizio Teli (a cura di), Platform capitalism e confini del lavoro negli spazi digitali, Mimesis, Milano, pp. 91-108 (disponibile su https://www.che-fare.com/articoli/nuovo-lavoro-culturale)
VENTURA, Raffaele Alberto. 2017. Teoria della classe disagiata, minimum fax, Roma.
[1] Bertram Niessen è un ricercatore, progettista, docente, autore e advisor che si occupa di come la cultura trasforma lo stato delle cose. È Presidente, Direttore Scientifico e Responsabile Ricerca e Sviluppo dell'Agenzia per la trasformazione culturale cheFare, di cui è stato tra i fondatori nel 2014 dopo aver ideato nel 2012 l'omonimo premio per progetti di innovazione culturale. Dal 2003 insegna in corsi di laurea, master e scuole dottorali in università e accademie a Milano, Trento, Roma. È stato ricercatore post-doc all’Università di Milano nei progetti EU EDUFASHION e Openwear. Ha conseguito un PhD in Urban European Studies all’Università di Miano-Bicocca. Nel 2001 è stato membro fondatore del collettivo sperimentale di arte elettronica otolab, con il quale ha realizzato centinaia di performance, concerti e installazioni nei principali festival internazionali per le culture digitali.Collabora con testate on line, off line radio. Negli anni ha contribuito a La Domenica – Il Sole 24 Ore, IL, Nòva, Il Giorno, Artribune, Doppiozero, Digicult, Rai Radio Live, RSI Radiotelevisione svizzera. La produzione editoriale conta decine di titoli tra curatele di volumi, capitoli in opere collettive, articoli in riviste specializzate e prefazioni. Il suo ultimo libro è Abitare il Vortice. Come le città hanno perduto il senso e come fare per ritrovarlo (UTET 2023). È membro di diversi consigli culturali, giurie, board, commissioni tecniche e scientifiche per la valutazione di progetti culturali.
