Appartenere al paesaggio
di Lorenza Morandotti
Pubblicato in AES Arts+Economics 22 "Paesaggio"
Incipit
Nel contesto contemporaneo, il paesaggio è spesso ridotto a superficie da attraversare, consumare o rappresentare. Tra turismo e pianificazione, si indebolisce la possibilità di una relazione diretta e trasformativa con i luoghi.
Questo testo nasce da un’esperienza opposta: un attraversamento erratico e incarnato del paesaggio, in cui il contatto con la materia — pietra, acqua, traccia — diventa occasione di risveglio del senso di appartenenza allargata e di responsabilità.
Più che un racconto, è un tentativo di vivere il paesaggio come luogo di legami, dove il gesto artistico si configura come pratica di ascolto e attenzione al dettaglio e alla connessione con qualcosa di più grande.
Diario erratico di un’eremita urbana con aneliti d’artista
Viaggio con un approccio erratico, dai boschi vicini ai paesaggi più lontani, che cerco o che mi cercano, seguendo quella che sento come una legge di attrazione. Niente di più diverso dall’idea di turista. In una cultura che tende a trasformare i luoghi in destinazioni, cerco una relazione che mi trasformi.
Quando posso viaggio sola senza sentirmi sola, tocco così la felicità di percepire un senso di appartenenza allargato al pianeta che abito, anche in territori a me sconosciuti, ricchi di incontri. Sono in dialogo profondo con pietre, alberi, foglie, acque, esseri viventi, tra cui gli umani di oggi e quelli del passato: in presenza di impronte di pensiero che parlano anche nel silenzio.
Ascolto anche con gli occhi: la natura è un dialogo incessante tra materie in continuo cambiamento, che assumono la forma del visibile, mosse da leggi esistenti ma meno evidenti. I paesaggi mi entrano mentre li respiro: generano connessioni e ampliano la percezione, dal piccolo all’immenso.
Rischio di perdermi nell’immenso, mi ritrovo nel piccolo e ritorno nell’immenso in un viaggio incessante tra ciò che vedo e ciò che sono, tra ciò che so e ciò che non so, inclusa una buona dose di inconscio personale e collettivo.
Mi sento parte del paesaggio che vivo in pienezza con tutti i sensi, incluso il sesto.
La capacità di sguardo è sorgente continua di curiosità e meraviglia e trasforma in ricchezza l’ignoranza che mi accompagna sempre. Scopro vivendo, non conosco a priori. Inevitabilmente questa modalità genera domande esistenziali e sorprese continue.
Penso a quanti umani hanno vissuto con questo anelito esistenziale: in diversi ambiti, ognuno con i suoi talenti, ha dato qualche contributo cercando risposte. Mi piace pensare che una buona risposta sia la ricerca stessa e mi inserisco in questo flusso di incertezze che non rinunciano all’azione.
Nel mio caso l’anelito prende corpo nei miei lavori di poco nota artista.

Per me lavorare è una necessità irrinunciabile: non produrre oggetti da esposizione, ma dare forma a pensieri che non so esprimere in altro modo. Cerco e offro messaggi.
“Poco nota” va sottolineato: è una consapevolezza priva di recriminazione.
Non ho investito molto nell’approccio al sistema dell’arte, anche perché lo sentivo distante dalle condizioni reali in cui il lavoro prendeva forma. Pur avendo una formazione artistica anche accademica, da studentessa non mi ero neppure accorta che esistesse un sistema.
Il mio fare è stato una sorta di preghiera laica, percepita come missione salvifica, prima di tutto per me, sempre con il desiderio di farla diventare messaggio, un contributo da donare.
Con l’atteggiamento di una neo-neolitica, ingenuamente mi sono impegnata con tutta me stessa solo nell’apprendimento delle tecniche di lavoro, per dare forma e corpo a ciò che in me sfugge al potere della parola.
Mi sono nutrita dal fascino delle opere di chi mi ha preceduta nella stessa irrinunciabile e affascinante (a volte struggente) ricerca di senso dell’esistere.
Libera da sogni di fama mi è restata la parte più bella e generativa che è il motore del fare, la poiesis. Provo attimi di felicità inesprimibile quando nasce un lavoro che mi sembra si sia fatto da solo. Mi commuove come se fosse fatto da altri, scompaio dietro alla sua potenza. Sono appagata dagli incontri qualitativi che a volte nascono davanti a quei lavori: è il piacere della condivisione autentica. Il fine ultimo di ricerche solitarie estenuanti, a volte maniacali, è la condivisione.
Con umiltà ammetto che il sistema ha un ruolo fondamentale nella diffusione e nella conservazione. Ora che lo so non ho più l’energia per inseguirlo, ma gli incontri fertili possono sempre accadere. Mai dire mai.
Vittorio Peretto, grazie al quale propongo questa testimonianza, è stato ed è uno di questi incontri, conosciuto proprio grazie al motore interiore che ci connette fondato sulla forza delle intuizioni che diventano azione.
Nel 2015 avevo vissuto un momento di insight potente. Passeggiando in solitaria in un bosco in territori frequentati anche da Vittorio avevo casualmente toccato con la mano una coppella neolitica scolpita in un masso erratico che si era posato lì decine di migliaia di anni fa, al ritiro dei ghiacci.
Travolta da un’intuizione che sentivo rivelativa ho coinvolto chiunque mi arrivasse a tiro tra cui Vittorio Peretto che non solo mi ha ascoltata ma, in occasione di una studio visit insieme al presidente di Orticolario, ha appoggiato l’esposizione di un’installazione nella prestigiosa area espositiva durante la manifestazione che organizzano ogni anno in Villa Erba a Cernobbio.
La cosa sconvolgente è che la commissione ha visto molto nello studio, ma non ciò che avrei proposto perché al momento della visita era solo un’intuizione nella mia testa. Come se intenzione e convinzione (ora le chiamo UTOPIE CONCRETE) potessero affascinare più delle certezze dimostrabili.
Nove mesi dopo l’insight ho potuto esporre a Orticolario tre bronzi montati su menhir di granito, calchi esatti di tre coppelle. Aver ricevuto fiducia fondata solo su un’intuizione mi ha permesso di trasformarla in una scultura.
Le coppelle sono segni che ho incontrato diciamo per caso “sotto casa” ma sono presenti in tutto il mondo in era priva di comunicazioni tecnologiche. Mi piace pensare che la connessione esistesse già, sotto forma del bisogno umanamente condiviso di andare oltre alle necessità materiali, un archetipo potente.
Se si pensa che fino a quel momento non avevo mai fatto bronzi e neppure lavorato il granito si può valutare la potenza dell’ostinazione. Ho chiamato l’installazione Toccare l’origine.

Dal libro Toccare l’origine
Incontri erratici e Punti essenziali
È un azzardo descrivere un’emozione totale, una di quelle vibrazioni dove nulla e tutto si incontrano producendo energia, e il mistero che circonda il cosmo e la propria vita sembra accettabile. Senti improvvisamente di percepire e anche toccare ciò che non hai mai capito, tutto si anima di senso compiuto. I grandi “perché” restano ma trovi senso nel convivere tra loro…Grazie a segni e testimonianze lasciati da altri esseri umani, nascono legami che attraversano il tempo, lo spazio e la natura stessa delle cose, collegando il passato con il presente…
Tutto nasce dall’incrocio di tre traiettorie: quella di un masso erratico, quella di una passeggiata contemplativa fatta da chi scrive e quella di una “meteora creativa”. Incroci di percorsi casuali…
Quel sabato pomeriggio la mia passeggiata non aveva una meta precisa ma sono stata attratta dall’idea di andare a respirare il fascino di una fonte e del sottostante specchio di acqua…È un luogo appartato e comodo da raggiungere, che invita alla sosta e alla meditazione.
Era una passeggiata contemplativa ed è stato sufficiente un guizzo di luce radente a far cambiare la direzione alle mie gambe, per raggiungere un masso erratico poco distante…
È facile arrampicarsi e sedersi sul masso e lo faccio con piacere. Ho voglia di sostare e godermi il bosco. Appoggio le mani sulla pietra, è tiepida. La luce radente esalta la rugosità della superficie del masso e le coppelle si rivelano con facilità, quasi per caso ne tocco una e mi fa effetto. La mia mano viva sfiora un piccolo vuoto ricco di mistero, inciso volontariamente da un mio antenato migliaia di anni fa… Il contatto con il piccolo vuoto apre una sequela di riflessioni non ancora concluse.
Mi rendo conto che sto vivendo un momento di pienezza totale. Passo dall’universale al particolare e al personale e viceversa e mi sembra naturale, sento di appartenere all’universo a pieno titolo, pur nella mia piccolezza, una particella. La preistoria, la storia e la storia personale si stanno organizzando intorno a questo piccolo vuoto, un ombelico di pietra che si chiama coppella. Un’assenza che rivela una presenza… un misterioso vuoto intenzionale fatto migliaia di anni fa, un ombelico di pietra rivolto alle stelle.
La mia attività artistica stava conoscendo una pausa creativa, operosa ma pur sempre una pausa…
Inutile dire che nella mia ricerca stava già prendendo sempre più senso il vuoto, un vuoto ricco, guadagnato con la fatica del togliere il superfluo. Non si toglie mai abbastanza perché il superfluo abbonda e io sono una delle sue vittime.
Per conquistare l’essenziale serve determinazione sia che si parta dal troppo sia che si parta dal nulla. Si tratta di fatiche diverse, entrambe da tenere in considerazione con rispetto…
Dopo anni di creatività forte ma dispersiva perché multidirezionale ero arrivata a mettere a fuoco alcune costanti presenti nella mia ricerca. Ero arrivata ai Punti Essenziali…uno da solo può riempire una parete. Trovo i punti essenziali potentissimi nella loro piccolezza. Nella mia intenzione riassumono il senso del sacro universale…
Tutto il mio lavoro artistico incarna il mio vivere, a pensarci bene forse non è affatto artistico, è un diario tattile e visivo perché mi esprimo così e mi costruisco così. Creando trasformo e mi trasformo…
L’incanto o il disincanto partono dall’ombelico di ogni individuo, educarsi all’attenzione e al senso di ogni gesto piccolo e quotidiano verso noi stessi e verso gli altri potrebbe essere più rivoluzionario di qualsiasi campagna politica urlata.
Camminando in val Bregaglia, sempre in cerca delle probabili origini geografiche e geologiche del masso, ho visitato l’atelier di Giacometti: che illuminazione vedere sulle sue pareti trascritta con un ferro rovente una frase di Van Gogh “Quelque haïssable que soit la peinture et encombrante au temps où nous sommes, celui qui a choisi ce métier, s’il l’exerce quand même avec zele, est homme du devoir et solide et fidèle”(Per quanto la pittura possa essere odiosa e ingombrante nel tempo in cui viviamo, colui che ha scelto questo mestiere, se lo esercita comunque con zelo, è un uomo del dovere, solido e fedele).
E’ una conferma in più che le testimonianze di altri accompagnano, dando forza.
L’antenato che ha lasciato quel segno come traccia della sua ricerca, non desiderava audience, ma condivisione. Insieme a lui tanti altri che pur nel dubbio “lavorano con zelo, solidi e fedeli”.
Ringrazio e continuo a cercare vivendo nel piccolo quotidiano che parte dal mio ombelico il fascino cosmico per i Buchi neri, incantata davanti all’ipotesi di nuovi infiniti. Cerco di condividere, come posso, lasciando anch’io qualche segno.
Da quell’esperienza il mio lavoro ha preso una direzione più chiara. Ora è evidente quanto i paesaggi siano molto più che panorami: ci appartengono e gli apparteniamo in un abbraccio amoroso che ci include.

Dal 2019, oltre al lavoro in studio, porto avanti il progetto Cosmos’ Flags, immaginato già nel 2015 seduta su quel masso e presentato ufficialmente nel 2024.
Le Cosmos’ Flags sono bandiere in tessuto trasparente, opere itineranti nate dal ciclo di acquarelli Infiniti Infiniti, che declinano in sfumature cromatiche lo stesso archetipo del cerchio con al centro un vuoto luminoso.
Sono bandiere inclusive che ambiscono a rappresentare l’appartenenza al genere umano riconoscendo la pluralità delle differenze etniche, politiche e religiose. Quasi a segnalare la nostra presenza sulla Terra: per quanto preziosa vista dal cosmo è davvero poca cosa, se non altro come dimensione. Vale forse la pena di riscoprirne la preziosità cercando vie solidali per la sopravvivenza.
Raggiungo luoghi resi significativi per motivi storici, geografici o spirituali da persone che lasciano o hanno lasciato qualcosa di positivo per l’umanità. Succede di tutto: dalle persone che mi fermano incuriosite e si commuovono, alla security che mi vieta di continuare, alle interviste improvvisate, agli inviti per testimoniare il mio credo nelle UTOPIE CONCRETE in università. Sono testimonianze di un’umanità positiva che rischia di scomparire senza voce, ma esiste e lavora.
Il viaggio si è trasformato in performance, una sorta di preghiera laica universale che trova conferma dal basso, nei dialoghi e nell’incoraggiamento ricevuto dagli incontri sul posto.
Il mondo è diventato una galleria immersiva a cielo aperto capace di creare relazioni. Ad oggi ho raggiunto 88 tappe documentate. Un patrimonio vissuto.

Lorenza Morandotti vive e lavora a Milano. La sua ricerca indaga il rapporto tra essere umano, materia e paesaggio attraverso pratiche che intrecciano scultura, scrittura e azione. Formata al Liceo Artistico e all’Accademia di Belle Arti di Brera, sviluppa un approccio transdisciplinare che coniuga dimensione arcaica e contemporanea. Lavora con materie diverse, spesso di origine naturale, osservandone e accompagnandone i processi generativi. La pratica della meditazione orienta la sua attenzione verso ciò che appare minimo o invisibile.
Il suo lavoro si configura come un’indagine sulle trasformazioni materiali e interiori, dove traccia, impronta e vuoto diventano forme di relazione e di incontro. Dal 2019 porta avanti il progetto Cosmos’ Flags, una pratica itinerante che raggiunge luoghi resi significativi dalla storia, dalla geografia o dalla presenza umana. Ad oggi ha realizzato e documentato 88 tappe.
