L’anno che verrà

L’anno che verrà


Al momento degli auguri siamo stati presi da un brivido: visto come è andata a finire cosa avevamo scritto lo scorso Natale? Abbiamo controllato anche perché la linea sottile tra veggente e menagramo è sottile.
È venuto fuori che avevamo raccontato di una partenza avvenuta nel 1840 verso un sogno non finito benissimo, in effetti: il Pequod, che salpò il giorno di Natale verso Moby Dick come noi abbiamo fatto verso il 2020. Appunto: buoni propositi, grandi sogni, balene da inseguire, intrepidi sforzi, inevitabili fallimenti, oceani, apoteosi.
Diciamo che sugli inevitabili fallimenti ci abbiamo preso. Sulle apoteosi anche e la situazione in cui ci siamo trovati, alla fine, è questa: si esce poco la sera, compreso quando è festa, e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra. Si sta senza parlare per intere settimane e a quelli che hanno niente da dire del tempo ne rimane.
Ora non serve che lo dica la televisione quello che tutti quanti stiamo già aspettando e sperando per il nuovo anno: una trasformazione. Cose tipo che sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce, anche gli uccelli faranno ritorno. Che ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno, anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno. E si farà l’amore, ognuno come gli va.
Se la azzecchiamo allo stesso modo sarà un anno bellissimo. Ed è ciò che vi auguriamo di cuore.
(Per pensarlo ancor più intensamente lo studio lo chiudiamo dal 24 dicembre al 6 gennaio. Che in fondo dopo un anno così ci manca solo di chiuderlo da commercialista, no?).

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