Le persone felici producono di più

Le persone felici producono di più

Seconda incursione dello psicologo Marco Emilio Ventura sul nostro blog con un titolo provocatorio. La  “felicità” è un particolare stato di “grazia”, difficile da definire, impossibile da programmare e sicuramente transitorio. In questo caso, riferendoci al mondo del lavoro, vale la pena di evidenziare come la “felicità “ non sia il “fine”, ma piuttosto possa essere un “mezzo” o forse sarebbe più giusto definirla una “condizione” per ottenere risultati “tangibili”, migliorando la vita lavorativa delle persone. E anche se questo approccio ha avuto i suoi “padri” negl’ anni 80, è diventato ancora più interessante, oggi, in un mondo economico e sociale, che è diventato estremamente più complicato e richiedente. Ed inutilmente “ansiogenol.

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Superata la “provocazione”, credo che sia davvero, più utile ed interessante, parlare dei fattori che, sicuramente, non solo non favoriscono la “felicità” ma che, più prosaicamente, non favoriscono il benessere ed il rendimento, delle persone impegnate sul lavoro.
In effetti, volere la “felicità” è davvero pretendere troppo. Se non altro perché, bene o male, il lavoro è un “dovere” e dunque in antitesi con la sensazione di “felicità”. Si potrebbe semplificare dicendo che un buon indicatore di benessere sul lavoro, si misura valutando quanto una persona sia “motivata” ad andare al lavoro e quanto sia soddisfatta della sua giornata lavorativa. E, di conseguenza , quanto “rende”. Non solo “quantitativamente, ma anche e soprattutto, qualitativamente.
( Fatte salve tutte le “seccature” che con il lavoro in se hanno poco a che fare , tipo il traffico caotico delle città)
E banalmente , se queste valutazioni sono mediamente positive, è molto probabile che il lavoro venga svolto al meglio. E se non lo sono, forse sarebbe il caso di capire il perché e cercare di porvi rimedio.
Ma come mai, se non siamo “felici”, lavoriamo meno bene ? La risposta è assolutamente fisiologica: Tutte le persone sono un insieme di organi interni, ognuno con una specifica funzione, che devono lavorare in sinergia e se non vi è una integrazione positiva tra il funzionamento del corpo, la dinamica dei pensieri ed il vissuto emotivo, le nostre prestazioni diminuiscono. E non solo sul lavoro.
Ed a proposito di aspetti fisiologici e neurologici: vale la pena parlare di investire un poco di tempo a conoscere meglio come funziona il nostro cervello, che è un organo molto più complicato e sofisticato, di quanto non crediamo.
Intanto noi parliamo come se il “cervello” fosse un organo “unico”, mentre invece è composto da un enorme numero di componenti, ognuno con un compito specifico che per dare il meglio, devono operare in sintonia.
Il “pensiero” viene elaborato nella corteccia cerebrale che, a sua volta, è divisa in due parti, nei maschi destrimani, l’emisfero sinistro mette in atto strategie di pensiero “conosciute” e dunque stereotipate. E si attiva in caso si senta in “pericolo”. Mente l’emisfero sinistro si attiva negli stati di “quiete” ed in questa condizione, si può permettere di essere “creativo”. Anche se molti pensieri sono condizionati e si formano in base alle indicazioni scaturite dalle reazioni, automatiche, agli stimoli. Informazioni percettive che vengono processati da una parte più interna del cervello ( archeopallio) che non progetta ma, rapidamente, risponde agli stimoli provenienti dall’ esterno , attraverso i sensi ed attraverso la proprioricezione interna. .E cosi la nostra capacità di pensare dipende in gran parte dal nostro “stato emotivo”” E non è detto che queste risposte “automatiche” e di conseguenza le nostre condizioni emotive si rivelino sempre utili in senso progettuale. Anzi. Ad esempio i modi di dire che iniziano con “voglio”, “devo” o “ mi sento obbligato a”, si riferiscono a situazioni che il nostro cervello considera come potenzialmente “pericolose ”, anche se, in realtà, spesso, non sono riferite a reali “pericoli”.
Quindi “volere” la felicità è assurdo quanto “voler divertirsi” o “doversi rilassare” o come avere fretta di avere una “nuova” idea. Sarebbe come chiedere all’emisfero sinistro di fare il lavoro dell’emisfero destro.
O più metaforicamente, è come se volessimo frenare, schiacciando forte l’acceleratore. Ed ogni appassionato di sport di velocità sa bene che il risultato di una gara dipende tanto dall’ avere un motore potente quanto dall’ avere dei freni altrettanto potenti.
E questo ci porta a dover parlare degli effetti dello “stress” sul rendimento delle nostre azioni.
Ovvero che continuare ad accelerare senza mai frenare, non fa vincere le gare ma, anzi, spesso si traduce nell’ andare a sbattere od a rompere il motore .
La nota pedante è che lo stress, ( parola inglese, derivata dalla meccanica, che significa “sollecitazione”) di per se, non è un problema, anzi , in alcuni casi è un aspetto decisamente positivo e motivazionale ( in questi casi si parla di “eustress” ) Cosicché, mentre ci sono persone che soffrono se sono messe “sotto pressione” ve ne sono altre, che lavorano meglio e si sentono più motivate, se si sentono “sollecitate”! Il problema nasce quando le sollecitazioni sono eccessive o si ripetono frequentemente o provengono da fonti antitetiche . A questo punto lo stress diventa “distress” ed il nostro organismo entra in uno stato di “allarme” e si mette in moto per farvi fronte: ma visto che le nostre risorse non riescono a farvi fronte, si entra n una fase di tentativi di resistenza, recupero, resistenza che, se prolungati, portano ad una situazione di di “esaurimento”
E l’esaurimento oltre che a portare ad una riduzione dell’efficienza, rende più vulnerabili alle disfunzioni psicosomatiche. ( N.B. in ambito clinico si parlava di nevrastenia )
E allora? Come si può “stimolare” noi stessi e gli altri, per migliorare il rendimento, senza arrivare a “stressare” e dunque ad esaurirli così tanto da diminuire il rendimento?
Bella domanda.
La risposta è decisamente complessa. Tanto sono complesse le variabili che incidono e d hanno conseguenze nel modo di lavorare. Non vi può essere una risposta “unica” quando vi sono dinamiche diverse, che possono cambiare a seconda delle dimensioni dell’ azienda, del ruolo che si ricopre e delle caratteristiche tipiche dell’ attività commerciale e del ruolo, che si svolge.
E quindi, per non cadere nella trappola di dare “ricette”, vorrei che queste riflessioni vengano usate come spunto di riflessione, per essere poi calate nella propria realtà lavorativa
Ovviamente ci sono dei fattori di base comuni a tutti.
Il primo è che il benessere sul lavoro è un processo “Top Down”.
Ovvero sono i ruoli “apicali” che hanno la prima responsabilità di impostare le modalità di lavoro e di relazioni sul lavoro .
Questo significa che sono i livelli alti i primi a capire come essere “felici” e come trasmettere questa impostazione agl’altri livelli. Allo stesso modo, ognuno al proprio livello ha la responsabilità di impegnarsi personalmente nel condividere tale impostazione.
In altre parole bisogna avere una visione “chiara e nitida ” del lavoro e delle sue dinamiche ed avere delle relazioni altrettanto chiare e condivisibili.
Questa “dichiarazione di intenti” implica almeno tre dimensioni.
La prima è che chi governa un impresa deve essere capace di gestire le proprie emozioni in modo da essere un esempio imitabile
Il secondo aspetto riguarda la capacita di comunicare, ovvero di capire gli altri e di farsi capire e dunque di non mandare messaggi contraddittori o richieste impossibili. E questa è la parte più difficile perché “comunicare” non è soltanto parlare o scrivere, ma è “come” si parla e “come” si scrive ed in definitiva, “come” ci si comporta.
Ma a monte di tutto ciò, è necessaria una riflessione più profonda rispetto a “cosa significa gestire la propria e l’ altrui vita lavorativa . E giusto per riassumerlo in una frase: non bisogna confondere le relazioni “famigliari” con le relazioni “professionali”.
Il terzo aspetto riguarda la dimensione “rispetto” che deve essere circolare e reciproca.
Perché sul lavoro non c’è spazio per dei “nonni”, ne per “mamme”, ne tantomeno, per dei “bambini”,
Ma delle differenze tra la propria personalità e gli stili di relazione, ovvero della “professionalità” parleremo la prossima volta.
E poi c’è un ulteriore considerazione: se è importante ricordare che “il lavoro” ( ed il “guadagno” ) sono sicuramente aspetti molto importanti nella vita delle persone, è altrettanto importante considerare che nella “vita” ci sono altre dimensioni “oltre al lavoro”, altrettanto importanti. La famiglia, le amicizie, le passioni personali e tutto quanto da un senso alla propria vita. Non si può e forse non è neppure giusto parlare di “ felicità”, al lavoro se, allo stesso tempo, non si è altrettanto “felici” nel proprio vivere quotidiano.
Alcuni “compensano” le loro frustrazioni personali con il lavoro e nel l lavoro, altri “sacrificano” al lavoro tempo ed energie. Attenzioni che, invece, dovrebbero essere equamente ripartite su tutto lo spettro delle esperienze personali e relazionali. In alcuni casi, queste “compensazioni” danno buoni frutti, in altri casi, più frequenti, creano solo conflitti. Tutto il segreto sta nella misura in cui le persone si rendono davvero conto di quello che stanno facendo, di come lo stanno facendo e del “perché” lo stanno facendo.
Da notare che la parola “perché” ha due significati molto diversi:
Vi è un “perché” che vorrebbe spiegare quali sono state le premesse per arrivare a “questo punto”.
Un altro “perché” invece, dovrebbe indicare qual è lo scopo a cui si vuole giungere.
E non vanno confusi.
Al termine di questo articolo, non sono sicuro se sia possibile essere sempre “felici” sul lavoro, ma sono certo che migliorare la conoscenza di come affrontiamo il nostro modo di lavorare e di come gestiamo le relazioni con noi stessi e con gli altri, “nella nostra vita”, fa aumentare non solo il benessere personale, ma di riflesso, fa aumentare anche la qualità e la quantità del lavoro in cui siamo impegnati.

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