Criptovalute e fisco criptico

Criptovalute e fisco criptico

 

Negli ultimi tempi bitcoin e cryptovalute sono divenuti termini di uso corrente su cui però si rischia ancora di fare parecchia confusione.

Senza addentrarsi nella definizione ma focalizzando la nostra attenzione sulla loro tassazione il primo riferimento è la risoluzione 72 del 2016 dell’Agenzia delle Entrate in risposta a un quesito rivolto da una società a responsabilità limita che intendeva svolgere un’attività di servizi relativi a bitcoin e quindi ne voleva conoscere il corretto trattamento fiscale ai fini IVA, IRES e IRAP.

Dalla risposta dell’Agenzia risulta quindi che:

  • ai fini IVA sono operazioni esenti ai sensi dell’articolo 10, primo comma, n. 3), del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633;
  • la differenza tra il prezzo di acquisto e di vendita è assoggettata ad IRES ed IRAP.

L’Agenzia, inoltre, ha espressamente specificato che “per quanto riguarda, la tassazione ai fini delle imposte sul reddito dei clienti della Società, persone fisiche che detengono i bitcoin al di fuori dell’attività d’impresa, si ricorda che le operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa.”

Da tale frase sembrerebbe quindi che le plusvalenze da cryptovaluta realizzate da persone fisiche al di fuori dell’attività di impresa, siano esenti e non è frequente trovare informazioni che vanno in tal senso. A questo, poi, si aggiunga che secondo qualcuno le cryptovalute non sono soggette a tassazione se la giacenza media delle monete virtuali per sette giorni consecutivi non è superiore ad euro 51.645,69. Questo perché, secondo alcuni, le cryptovalute sono da intendersi come vere e proprie monete e pertanto troverebbe applicazione l’art. 67 comma 1 ter del TUIR che asserisce che “le plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso di valute estere rivenienti da depositi e conti correnti concorrono a formare il reddito a condizione che nel periodo d’imposta la giacenza dei depositi e conti correnti complessivamente intrattenuti dal contribuente, calcolata secondo il cambio vigente all’inizio del periodo di riferimento sia superiore a cento milioni di lire per almeno sette giorni lavorativi continui.”

È evidente, al contrario, che si tratta di strumenti digitali che hanno un mero scopo speculativo (tant’è che paesi come Stati Uniti, Corea del Sud, Svezia, Norvegia e Finlandia sono state introdotte norme per la tassazione specifica delle plusvalenze da monete virtuali) e che quindi tali plusvalenze dovrebbero essere trattate come ogni altro strumento finanziario con una tassazione sostitutiva del 26% senza il tetto dei 51.645,69 euro previsti dall’art. 67 comma 1 ter.

Segnaliamo, infine, che la detenzione di cryptovalute potrebbero far sorgere problemi in merito al monitoraggio fiscale (il quadro RW delle dichiarazioni dei redditi), in quanto oggettivamente risulta quasi impossibile localizzarle in quanto, di fatto, le valute virtuali sono file non replicabili salvati su disco rigido ma comunque collegati ad una rete di elaboratori che non ne permette la duplicazione e, soprattutto, la definizione di un luogo fisico di ‘deposito’.

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