Un piccolo racconto di Ravello

Un piccolo racconto di Ravello

Il rapporto tra imprese culturali, qualunque cosa questo voglia dire e il tema della valutazione è una novità ma non è certamente un viaggio vicino al traguardo.

L’uomo colto non è colui che sa quando è nato Napoleone ma quello che sa andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve e in due minuti disse Umberto Eco in una intervista. Nella narrazione di sé il mondo della cultura dovrebbe diventare più colto o, meglio, dovrebbe permettere agli altri di poter reperire quelle informazioni, precise, valoriali e comprensibili affinché chi, colto anch’esso, possa esprimere le proprie capacità. Dovrebbe con trasparenza aprirsi e non come mero atto di generosità ma, essenzialmente, perché il sé narrato sia un vantaggio condiviso. Perché la cultura possa essere comprensibile a tutti, perché sia trasparente, inclusiva.

Se ne è parlato a RavelloLab nei tavoli ufficiali e dove a cena ho invece raccontato l’esperienza di un progetto che a Milano racconta ai bambini e ai ragazzi delle elementari e medie di scuole frequentemente ad alta marginalità uno strumento fondamentale: l’idea democratica e coltissima che ognuno di noi ha una storia che merita di essere ascoltata e con essa la dignità delle idee, la forza inclusiva del racconto, il valore racchiuso dentro ognuno di noi che non dipende dalla razza, dalla religione, dal colore della pelle, dal sesso, dalla salute e che, anzi, in questi fattori trova la propria unicità che vale la pena essere espressa.

Ecco, ognuno di questi bambini, ognuno di noi, è un operatore culturale proprio come quelli presenti a Ravello e che quelli che a questo mondo fanno riferimento. Operatori che devono imparare ad aprirsi, a raccontare il proprio merito, i propri bisogni, il proprio impatto. Perché un impatto c’è sempre ed è importante conoscerlo tutti per poter crescere anche senza per forza diventare grandi, perché ci vuole del talento per invecchiare anche senza diventare adulti.

La necessità, per le imprese culturali ma in realtà non solo per loro, è quindi quella di imparare a comunicare. L’importanza del racconto della propria sostanza, per tornare al tema di partenza, può trovare conferma in indicatori di valore che non devono essere visti come un fine a cui tendere né, men che meno, un vincolo ma solo un mezzo, talvolta necessario altre accessorio. Qualcosa che racconti il valore del valore in maniera oggettiva. Gli indicatori diventano così uno strumento fondante per il rapporto di fiducia in un settore in cui la trasparenza troppo spesso non è stata considerata come un valore ma un peso.

Vale per tutti. Per i bambini della Grande Fabbrica delle Parole e per me che provo ad aiutarli a crederci, per il terzo settore e chi vive di mercato, per chi gestisce e chi produce, che guarda al settore pubblico e chi non ci pensa proprio.

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