Il mercato dell’arte: bene ma non benissimo

Il mercato dell’arte: bene ma non benissimo

Mai come in questi ultimi venti anni arte, mercato, cultura, economia e finanza hanno incrociato i propri percorsi influenzandosi e, talvolta, condizionandosi a vicenda ma il rapporto tra loro nasce da ben più lontano.
Ai Weiwei ha detto tutto è arte, tutto è politica. Parafrasandolo potremmo aggiungere che tutto è economia. Arte e denaro, in fondo, sono entrambi sistemi simbolici il cui valore è intrinseco, assegnato o quantomeno assegnabile. Il loro valore è dettato da una convenzione sociale, da un riconoscimento astratto sempre più radicato in questi tempi di scambi liquidi di denaro e di arte sempre più rarefatta.
Il mercato dell’arte ha assunto sempre più i contorni di un’industria dello spettacolo a partire dagli anni ’80. Mostre blockbuster dedicate a un pubblico feroce e rapido, musei bandierina a uso di turisti senza attenzione al messaggio ma solo alla condivisione social, diminuzione delle distanza tra arte alta (non commerciale) e bassa (il contrario) sono stati favoriti dalla finanziarizzazione della cultura (che a loro volta hanno l’hanno alimentata). La nuova economia si fonda sull’immateriale e non più sulla produzione. La direzione dell’arte è la stessa.
Già nel 1899 Thorstein Veblen nel suo libro Teoria della classe agiata indicava nell’ostentazione il reale valore dei beni e nel costo la radice della bellezza. Un po’ quello che volle dimostrare (con intento ben più accusatorio) Yves Klein nel 1957 con la sua mostra L’epoca blu alla galleria Apollinaire di Milano (su cui Dino Buzzati, sulle pagine del Corriere d’Informazione scrisse una straordinaria recensione intitolata Blu blu blu) in cui presentò opere tutte monocrome e identiche vendute a prezzi diversi.
Ha ancora senso, quindi, parlare di valore artistico, di tecnica, di bravura? L’arte è ancora espressione di pensiero, forma di provocazione o anche ‘solo’ immagine di bellezza? L’arte serve ancora un interesse generale o è solo un prodotto quotabile soggetto a variazioni di valore dettate dal marketing, delle speculazioni e dalle mode? (E viene da chiedersi perché, a questo punto, in un museo sia consentito vendere caffè e piatti di spaghetti mentre aprire, ad esempio, una concessionaria di auto sia ancora un tabù).
Di certo gli effetti del trattare l’arte come una qualsiasi azione in borsa ha portato a distorsioni e all’abbandono della via maestra. Non era difficile immaginare anche prima quanto i Panama Papers hanno portato alla luce: l’uso distorto e fraudolento di opere nate per altri motivi e diventate merce di scambio in affari opachi, l’uso fraudolento dei porti franchi, la sopravvalutazione artificiosa e la speculazione programmata. Aggiungiamoci la Brexit, il terrorismo, l’incertezza globale e la frittata é fatta.
Il mercato é sempre un mercato, con regole e analisi, ma un mercato non é immutabile. Cambiano i tempi, cambiano le forme, cambiano i gusti e le possibilità (economiche e tecniche). Ma fermarsi a riflettere non è mai una cattiva idea fuori moda. Farlo tutti insieme ancora di più. Ripensare al ruolo delle gallerie, alla loro capacità responsabile, all’accessibilità e alla formazione del gusto, al futuro del mercato, alla sua economia più che alla finanza. E alle proposte, perché no, da portare avanti su ogni fronte. Solo così si potrà sopravvivere senza esplodere come prima o poi, invece, a ogni bolla succede.

Lucia Pescador in Lombard DCA: una wunderkammer in un wunderstudio
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