La cultura è un’industria, non un museo da spolverare: lo capiremo, prima o poi? 

La cultura è un’industria, non un museo da spolverare: lo capiremo, prima o poi? 

Può sembrare un’ovvietà, ma la levata di scudi contro i direttori che hanno raddoppiato gli introiti delle istituzioni museali che sono stati chiamati a gestire è sintomatica di una visione della cultura come un corpo morto da tutelare che nemmeno deve avvicinarsi allo sterco del demonio capitalista, più che come un’industria da promuovere e da mettere a valore.

Valga per tutte la fatwa – legittima e coerente, ci mancherebbe – di Tomaso Montanari, secondo cui «oggi la storia dell’arte non è più un sapere critico, ma un’industria dell’intrattenimento “culturale” (rigorosamente tra virgolette, ndr)», e dunque, prosegue, «fattore di alienazione, di regressione intellettuale e di programmatico ottundimento del senso critico».

Visione legittima, questa. Cui contrapponiamo, molto modestamente, quella secondo cui non solo la cultura è un’industria, non solo lo è nella sua più ampia accezione possibile – dai musei al design di prodotto, dal cinema ai siti archeologici -, ma è anche il pezzo di economia che può far davvero ripartire l’Italia: «Chi opera nel campo delle professioni culturali e creative possiede un più alto livello d’istruzione e ottiene un reddito da lavoro circa il 15% più alto di quanto avviene mediamente – dice il presidente di Unioncamere Ivan Lo Bello – Puntare sulla cultura e sulla creatività significa, quindi, puntare su competenze in grado di affrontare la stagione dell’Industria 4.0».

Sorgente: La cultura è un’industria, non un museo da spolverare: lo capiremo, prima o poi? – Linkiesta.it

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