Sponsor sano in corpore sano

La Corte di Cassazione ha recentemente confermato il principio secondo il quale opera una presunzione assoluta di legge in merito alla natura di costi di pubblicità delle spese di sponsorizzazione a favore di associazioni e società sportive dilettantistiche. Ha confermato, pertanto che queste costituiscono, ai fini delle imposte sui redditi, spese di pubblicità integralmente deducibili da parte dello sponsor entro il limite annuo di euro 200.000. [1]

La disciplina generale delle spese di sponsorizzazione prevede che il contribuente dimostri la congruità dei costi sostenuti in rapporto all’attività d’impresa e al volume di affari, ma anche il ritorno economico nello specifico contesto territoriale.[2] In mancanza di inerenze e di un nesso di causa/effetto tra l’attività sponsorizzata e quella posta in essere dallo sponsor, le relative spese non sono riconducibili nelle spese di pubblicità, e quindi integralmente deducibili, ma devono considerarsi spese di rappresentanza, con le conseguenti limitazioni alla deducibilità previste dal TUIR.

La finanziaria 2003, però, ha previsto una sorta di regime preferenziale per le società e le associazioni sportive dilettantistiche e determinando ex lege , tra le altre cose, che il corrispettivo in denaro o in natura in favore di società, associazioni sportive dilettantistiche e fondazioni costituite da istituzioni scolastiche, nonché di associazioni sportive scolastiche che svolgono attività nei settori giovanili riconosciuta dalle Federazioni sportive nazionali o da enti di promozione sportiva costituisce, per il soggetto erogante, fino ad un importo annuo complessivamente non superiore a 200.000 euro, spesa di pubblicità, volta alla promozione dell’immagine o dei prodotti del soggetto erogante mediante una specifica attività del beneficiario….

Una presunzione assoluta, questa, ribadita anche da una circolare dell’Agenzia delle Entrate che ha anche precisato che per la fruizione dell’agevolazione è necessaria la sussistenza delle seguenti condizioni[3]:

  • i corrispettivi erogati devono essere necessariamente destinati alla promozione dell’immagine o dei prodotti del soggetto erogante;
  • dev’essere riscontrata, a fronte dell’erogazione, una specifica attività del beneficiario della medesima.

In altre parole, come anche chiarito ulteriormente dalla Cassazione nel 2012, lo sponsor deve dimostrare la destinazione delle somme erogate per la realizzazione di iniziative tendenti prevalentemente e non solo esclusivamente, alla pubblicizzazione di prodotti, marchi e servizi attinenti all’attività svolta e, allo stesso tempo, occorre che l’ente sovvenzionato nello svolgimento della propria attività sportiva dilettantistica dimostri di aver effettivamente posto in essere la specifica attività promozionale (ad esempio striscioni a bordo campo, marchio apposto sulle divise e abbigliamento sportivo, locandine degli eventi).[4]

L’ultima sentenza della Cassazione, ribadendo la presunzione di inerenza ex lege, ossia di deducibilità entro il limite annuo di 200.000 euro, ha pertanto confermato che lo sponsor non debba provare l’inerenza e che non possa neppure essere contestata l’antieconomicità della spesa entro il limite di euro 200.000 e, infine, la non rilevanza, ai fini della deducibilità, della registrazione del contratto di sponsorizzazione e della data certa dello stesso.

Al di fuori di questi casi l’Amministrazione Finanziaria disconosce la deducibilità delle sponsorizzazioni, quali spese di pubblicità, riprendendole a tassazione per presunta mancanza dei requisiti di inerenza (tra l’attività dello sponsor e quella dell’ente sovvenzionato) ed economicità della spesa (rispetto al fatturato dello sponsor o al valore delle stesse rispetto ad eventi analoghi e limitrofi a quello accertato).

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[1] Art. 108 del TUIR co. 1: Le spese relative a più esercizi sono deducibili nel limite della quota imputabile a ciascun esercizio (quindi integralmente nell’anno in cui sono sostenute).

[2] Cass. nn. 10914/2015, 15318 e 16812 del 2014, 5494/2013.

[3] Circolare n.21/E/2003 Agenzia delle Entrate; Ris.n.57/2010.

[4] Cass. N.5720/2016.

 

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