La politica, altrove

La politica, altrove

Ci sono due libri che raccontano involontariamente parte della nostra politica. Due libri precisi e poetici, diversi l’uno dall’altro, entrambi sociali.

Il primo racconta l’estremismo di certe isole, luoghi periferici, limiti rischiosi che dovrebbero essere compresi prima, dalla gloria improvvisa della scoperta alla altrettanto veloce scoperta della propria inutilità. Luoghi in cui le regole si fanno più volubili e relative, votate a una naturale autoreferenzialità, a un autoritarismo primitivo. Luoghi che si parlano addosso, letterari come ogni opposizione più dura che pura, ombelichi del mondo di un mondo piccolo, conservativo e razzista. Il senso di abbandono di Napoleone a Sant’Elena si mischia al fascino confuso del ‘bel niente’ di Semisopochnoi, al tempo stesso estremo occidente e oriente degli Stati Uniti. ‘Il paradiso forse è un’isola. Lo è anche l’inferno’. La Padania, anche.

Il secondo racconta di un gruppo di cloni senza nome, tra la repubblica di Platone e la Città del sole di Campanella, tra principio marxista ‘da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni’ e pensiero ‘volkish’ hitleriano. Una comunità dirigista con un capo barbuto, un rapporto ambivalente con gli intellettuali, senza partiti e sindacati, contrario alla stampa. Un totalitarismo perfetto, tra comunismo e nazismo, una massa pasticciona diretta da un capo che fissa le regole e le sanzioni, che non tollera disobbedienza perché pericolosa per la comunità. Un processo di atomizzazione (come lo chiamò Hanna Arendt) che rende possibile la formattazione individuale. E il bisogno di nemici a cui dare la colpa. Sono i puffi ma anche a voi viene in mente altro, vero?

 

Benefici circolari Un anno buono
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