Vedere a Berna (il mercato in fondo)

Vedere a Berna (il mercato in fondo)

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A Basilea, nei giorni di fiera, si vede di tutto, o quasi. Anziane impettite, papillon fuori forma, hipster irriducibili, tanti curiosi la cui curiosità, alla fine, è rimasta tale.
Ho visto coltelli da macellaio da cui pendevano cappotti (Kounellis), una stanza grigia e bellissima come Pompei (Op de Beeck), sei piani di giovani artisti con annessi quattro ristoranti dall’odore poco accattivante (Liste). Ho visto troppi concetti e meno coraggio (ArtBasel) perché abbiamo già visto tutto e forse rimangono da esplorare solo le dimensioni (Unlimited).
Quello che non ho visto, però, è un prezzo (a parte quello del biglietto d’ingresso). Nessun cartello che raccontasse un valore e non costringesse a vincere un naturale imbarazzo di chi non colleziona milioni.
In un luogo e in un tempo deputato al commercio, al contatto che mi piacerebbe diventasse contagio questo continua a sembrarmi sbagliato.
E’ bizzarro, elitario e arrogantemente distaccato: un po’ come la Svizzera, in fondo, dove un caffè che non è un caffè (prezzo esposto, in questo caso) costa cinque franchi ma forse perché la quantità conta più della qualità.
Dove 10 dl di vino fanno rima con 10 euro al cambio corrente e una bottiglia di rosso senza nome 70 (e in questo caso né quantità né qualità).
Poi, però, ho visto la meraviglia fuori fiera. Quella meraviglia che ti ricorda che la bellezza non è questione di soldi ma di cura e passione. Di saperla vedere, soprattutto, e di aver voglia di condividerla, poi.
Fondazione Beyeler, Tinguely, Vitra, Kunst vecchio e nuovo. Pure molto altro dentro e attorno a una città grande come Reggio Emilia.
Parliamone, maledetti svizzeri.

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