Commercialisti e cultura. A margine di un convegno

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I finanziamenti alle attività culturali è il titolo del primo convegno organizzato dall’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano sul tema dell’Economia della Cultura

I beni e le attività culturali costituiscono una quota importante e crescente dell’economia nazionale e i profondi interventi apportati al settore dalla Legge di Stabilità sono il segno di un’aumentata sensibilità sull’argomento. Gli investimenti in cultura alimentano circoli virtuosi di profonda crescita non solo sociale ma anche economica. Le agevolazioni fiscali, dall’art bonus al tax credit cinematografico, sono un ulteriore stimolo nonché un prezioso strumento al mecenatismo in ogni sua possibile declinazione e all’impiego di capitali. Il ruolo dei commercialisti, al centro di quell’incrocio tra sapere e fare, e quello delle professioni in genere risulta fondamentale in quello che è e sempre più sarà un settore trainante del nostro Paese: l’Ordine di una Milano che è cuore, epicentro e fulcro delle industrie culturali e creative italiane non poteva non testimoniare un impegno dei propri iscritti che sarà sempre più marcato e incisivo.

Il rapporto tra economia e cultura è quello di una strana coppia da cui può nascere il meglio o il peggio a seconda che l’accento sia dato sul messaggio che si cerca di trasmettere o sulla pretesa di ritorni economici immediati e consistenti. Economia e cultura che assieme racchiudono tutto ciò che è umano, con pregi e difetti, come spirito e materia. Perché ognuno di noi è la cultura che rappresentiamo, cultura che si muove grazie all’economia. Economia che, a sua volta, può assumere carattere virtuoso solo se sostenuta da una forte cultura.

Si pensi alla famiglia Hoepli, una famiglia che si autodefinisce, da sempre, di commercianti. Dove non dicono casa editrice ma ditta, e non dicono libreria, ma negozio per indicare l’aspetto marcatamente economico della loro visione di cultura. Visione che non ha impedito al loro negozio di essere indicato tra le 4 migliori librerie al mondo dalla London Book Fair in corso in questi giorni.

Il libro e più in generale l’arte e la cultura sono beni anche economici ma certamente beni diversi dagli altri. Hanno aspetti fortemente immateriali e assolutamente personali. Sono fatti di memoria e di passione. Sono beni che, per propria natura, sono in perenne mutamento. L’economia che la sostiene e che ne è alimentata non può non considerare questo aspetto così peculiare. Non può pensare allo stesso modo se si parli di penne o di libri.

Negli anni abbiamo assistito a una serie importante di fenomeni:

  • un progressivo drenaggio dei finanziamenti pubblici per la cultura anche se, occorre dirlo, gli ultimi tempi si è assistito ad un significativo cambio di rotta
  • una crescente partecipazione popolare, la sharing economy, che ha trovato applicazione anche nel settore culturale
  • il frequente abbandono della ricerca della massimizzazione dei profitti quale unico obbiettivo delle imprese. Olivetti disse che la fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti, deve distribuire ricchezza, cultura, servizi e democrazia ed oggi, dopo cinquant’anni possiamo finalmente osservare il crescente interesse delle imprese al tema della felicità e alla sua relazione con il reddito che ha portato alla loro applicazione alla responsabilità sociale, all’eticità dei bilanci e dei comportamenti
  • il cambiamento della scala dei valori, quindi. Il senso profondo della sostenibilità che ha portato, ad esempio, alla nascita della Fondazione Prada come delle Gallerie d’Italia di Intesa-SanPaolo o al capillare lavoro della Fondazione Cariplo per il sostegno alle attività culturali.

Come la cultura ha la necessità di ricercare costantemente nuovi riferimenti così l’economia deve ricercare i propri per restarne al passo con la consapevolezza forte dell’importanza sia sociale che materiale della cultura. Senza cultura non c’è progresso e il pensiero unico è un fattore di impoverimento, esclusione e disuguaglianza.

Il Rapporto Federculture è la pubblicazione che annualmente fornisce una fotografia dettagliata della cultura nel nostro paese descrivendo l’andamento dei consumi culturali, le tendenze di domanda e offerta, le politiche e le strategie vincenti, ma anche gli ostacoli e le troppe inefficienze che frenano ancora il completo sviluppo del settore. Il Presidente della Repubblica, nella prefazione al rapporto 2015, ha scritto che la cultura è il nostro sguardo verso il domani. Senza cultura saremmo dominati dal presente, dal contingente. E saremmo meno liberi. Come società anche molto meno competitivi. Il dott. Cancellato, presidente di Federculture ha aggiunto che una società che rinuncia alla cultura è una società che non ha futuro. E cosa occorre per costruire il futuro? I soldi.

Nel 2009 Alessandro Baricco invitava dalle pagine di Repubblica a modificare la destinazione dei fondi alla cultura dal teatro alle scuole e alla televisione (ma forse il fatto di dirigere proprio una scuola di scrittura lo rendeva in conflitto di interessi). Qualche anno dopo quattro intellettuali tedeschi sono andati ancora oltre teorizzando un infarto culturale (kultur infarkt) e il necessario azzeramento delle sovvenzioni alla cultura domandandosi se abbia ancora senso nel secondo millennio portare avanti politiche culturali in voga al tempo dell’illuminismo e tese a conformare la cultura al potere istituzionale senza considerare il mercato. Se sia ancora possibile educare i cittadini di fronte a un’offerta privata multiforme e incisiva. Di certo il finanziamento pubblico della cultura, in Italia, gode di disponibilità sempre più ridotte secondo una politica attenta a certi conti ma di certo miope sulla naturale predisposizione del nostro paese. La scarsità dell’investimento pubblico ha così contribuito a rendere maggiormente rilevante il finanziamento privato in ogni sua forma, tradizionale o innovativa. L’arte deve necessariamente imparare i nuovi linguaggi economici. L’arte del fundraising, il crowdfunding nelle sue diverse declinazioni, la capacità di sfruttare le leve fiscali messe a disposizione degli operatori.

Il crowdfunding, si diceva: la sua potenzialità di coinvolgere un pubblico attraverso la capillarità mondiale della rete può permettere il sostegno a manifestazioni e progetti artistici così come al restauro di opere e, perché no, alle acquisizioni di nuovi pezzi da parte di istituzioni e musei.

Un esempio è la campagna Tous mécènes! con cui il Louvre ha, ad esempio, finanziato il restauro della Nike di Samotracia. Un altro è quella denominata Crazy for Pazzi con cui sono stati reperiti i fondi necessari al restauro del loggiato della cappella Pazzi nella Basilica di Santa Croce a Firenze.

Tutto questo passa da alcuni fattori essenziali come la capacità di tessere relazioni e contatti anche sfruttando i social network.

Di certo c’è un momento in cui i colpevoli cercano riscatto, redenzione. L’attività culturale pubblica, debole anche se in ripresa, si abbina a quella, fortissima, degli istituti di credito. Quest’ultima, in particolare, tende a dimostrare che le banche non sono così cattive come si dipingono. Il loro mecenatismo, atto, a prima vista improduttivo, ne mostra il lato più distante dallo stereotipo che abbiamo tutti in mente anche quando non si trattasse di azioni completamente disinteressate.

Mecenate fu una sorta di ministro della cultura di Ottaviano Augusto e capì come un’efficiente politica culturale potesse avere benefici risvolti politici nella promozione di un nuovo ordinamento politico. Allo stesso modo per Cosimo e Lorenzo de’ Medici porre estrema attenzione all’arte, al suo finanziamento, alla sponsorizzazione di alcuni artisti fu il risultato ragionato di una politica ben organizzata volta alla conferma di un’identità e all’imposizione di un gusto preciso.

Allora come ora era una questione di reputazione da spendere in seguito come bene economico. Questione di credito. Investire in cultura, che l’investitore sia una banca o uno Stato, dà ritorni in termini di prestigio sociale, di crescita morale. Investire nell’elevazione culturale di un territorio porta linfa all’economia locale, al suo orgoglio e al senso di appartenenza: esserne promotore significa godere, all’interno di quel territorio, di una posizione luminosa e privilegiata. Giustamente. Come la sola Fondazione Cariplo, che compie 25 anni di attività, ha finanziato 11.212 progetti culturali e artistici per un totale di quasi un miliardo di euro.

Un miliardo di gocce di sangue in un corpo che ha bisogno di attenzioni e cure costanti. Che non può prescindere dalle professioni come queste non possono prescindere dalla cultura in cui trovare opportunità e sollievo. Perché queste sono fatte di persone e delle loro storie, di idee fatte di esperienza, ragione e fantasia, di conoscenze in movimento. Di cultura, appunto.

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