Lomb*art/Appropriation Art, tra firma e copia

Lomb*art/Appropriation Art, tra firma e copia

Un nostro articolo per Artribune

A qualcuno ancora interessa il significato – sempre che ci sia – di un’opera d’arte? Oppure conta soltanto la firma, e in certi casi il brand? Un modo per affrontare la questione è guardarla dal lato della cosiddetta Appropriation Art. Come quando Jeff Koons vinse una causa, e poi ne perse un’altra.

“La pittura è una lunga fatica di imitazione di ciò che si ama” (Renato Guttuso)

UNA MOSTRA DI QUADRI QUADRATI

Einstein si chiedeva se la Luna esistesse davvero anche quando non la guardiamo. E così, allo stesso modo, viene da chiedersi se un’opera abbia lo stesso valore indipendentemente dal fatto che se ne conosca o meno l’autore (per non dire del significato). Le risposte alle due domande sono diverse: probabilmente sì, nel primo caso. Assolutamente no, nel secondo.

Arthur Danto è stato uno dei maggiori e più controversi critici d’arte degli ultimi decenni. Ne La trasfigurazione del banale ipotizzò una mostra di quadri. Tutti uguali, tutti identici. Quadrati delle stesse dimensioni e dipinti unicamente del medesimo colore: rosso; quadri indiscernibili, a prima vista. Una mostra all’apparenza monotona, ma solo per chi non è capace di andare oltre ciò che un unico senso può rimandare, quello che qualcun altro gli racconta o gli fa credere. A leggerne i titoli, infatti, ogni quadrato, identico e rosso, assume significati variopinti, molto più di quell’unico apparente colore: “Veduta di mosca”, “Nirvana”, “Giallo”.

Quello che Danto intende è che la differenza, qualsiasi cosa uno creda di vedere o leggere, la fa il significato, quello che dovremmo imparare a dare alle cose. Perché è lì la vera sede di ogni ragione più che nella sua espressione. In ogni cosa, ciascuno può trovarci ciò che vuole e questo è il bello dell’immaginazione, della curiosità e di una vita viva, ragionata e non populista. La verità non esiste perché ognuno ha la propria da raccontare assieme ai propri dubbi e ai propri percorsi.

TECNICA E LEGGE

Le opere d’arte sono sempre tecnicamente riproducibili, se non per l’hic et nunc dell’originale che, come scrisse Walter Benjamin, “costituisce il concetto della sua autenticità”. Tecnicamente, ma non sempre legalmente.La legge permette la riproduzione, la citazione, la parodia, l’arte che trasforma e diventa arte a sua volta: l’Appropriation Art. La permette a patto che, al netto dello svilimento dell’opera altrui, il messaggio artistico derivante dall’elaborazione di un’immagine antecedente sia diverso. Che la trasformazione riguardi la forma e la sostanza. Non è possibile “copiare” ma interpretare, reinventare. Raccontare qualcos’altro rispetto all’originale, e lo si fa manipolando

.Jeff Koons è stato citato da Andrea Blanch per aver utilizzato una sua foto di un paio di sandali di Gucci. Koons inserì quell’immagine in un collage (Niagara) assieme ad altre immagini non presenti nell’originale per denunciare le conseguenze sociali ed estetiche dei mass media. Koons vinse la causa perché la foto di Blanch aveva perso la sua connotazione (una foto di moda) e trasformata in una parodia del lusso e del consumismo. A questo punto, però, viene da chiedersi un paio di cose.

FIRMA O BRAND?

Innanzitutto l’arte “appropriativa”, al di là del bruttissimo nome, è l’effetto di una rinvigorente ed eterna capacità interpretativa (in fondo da sempre nulla si crea e nulla si distrugge, no?) o il sintomo contemporaneo di una scarsa immaginazione, di una lacuna culturale, di una incapacità di vedere qualcosa che non sia già stato visto?

Quando nella sua String of Puppies lo stesso Koons ha replicato un’opera di Art Rogers (il ritratto di un uomo e una donna con in braccio otto cuccioli di cane intitolata semplicemente Puppies) non ha fatto nulla se non copiare, modificare il titolo e darne un significato diverso (non è dato sapere quanto sincero). Questa causa la perse perché questa, legalmente, non è arte (tecnicamente non fu riconosciuto a Koons il fair use dell’opera di Rogers, ossia un utilizzo “parodistico” dell’opera a cui si è ispirato).

Tutto questo non ha impedito a Koons di ricavare 367mila dollari dalla vendita di tre riproduzioni di String of Puppies (denaro che in buona parte dovette restituire a Rogers insieme a una quarta riproduzione dell’opera) e ci riporta a quanto ci si chiedeva all’inizio: vale più un’opera o la sua firma? L’artista, in questi casi, può essere ancora giudicato tale o, forse, un imprenditore che detiene un marchio, un brand e più che di diritto d’autore dovremmo parlare di brevetti?

PRODUZIONE E CONSUMO, O VICEVERSA?

Senza “appropriazione”, Duchamp, la Pop Art, la Street Art e buona parte dell’arte moderna e contemporanea non esisterebbero. Ma il rischio di esagerare, di farsi prendere la mano, è come sempre presente. L’ultimo taglio di Fontana ha lo stesso interesse artistico e valore monetario del primo? Per non dire di Senza Titolo di Cattelan, che di Fontana riprende chiaramente il modo e di Zorro la “forma”.
L’arte è diventata un gioco per furbetti devoti unicamente all’onnipresente mercato o ancora è l’espressione di un pensiero originale? In fondo, il diritto d’autore nacque nel 1710 con lo Statuto di Anna, e non era solo “questione di soldi”: fu promulgato, in primo luogo, per incoraggiare la creatività e l’istruzione.
Di certo siamo di fronte a un rovesciamento dei concetti di produzione e consumo: ciò che per alcuni è prodotto, per altri è materia prima. Ma nella trasformazione può esserci arte o pedissequa riproduzione (autoriproduzione, talvolta): gli aspetti economici dovrebbero tenerne conto.

Sorgente: Appropriation Art, tra firma e copia | Artribune

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