Quattroetrentatre (imparare stare un po’ zitti)

Chissà da quando ci siamo abituati al rumore senza più sentirlo, alla musica negli ascensori, ai dj invasori, agli auricolari da passeggio, agli ambienti ambient, alle radio non sintonizzate nei ristoranti, a tutto ciò che non è più in silenzio, che non è più ascolto.

Chissà da quando abbiamo un’opinione su tutto e nessun pudore per tacere anche quando non è il momento di dire. Da troppo tempo, comunque.

‘Tesoro, hanno messo la nostra canzone’. Lo disse uno studente alla sua fidanzata quando qualcuno nel juke box fece suonare Tre minuti di silenzio uno dei tre dischi senza alcun suono tra altri 104 di rock primitivo e rumoroso di moda negli anni ’50. Lo disse e fu la cosa più perfetta da fare: il silenzio per poter comunicare.

Nel silenzio ci sono le intenzioni e le risposte, il centro dell’universo, ciò che è stato e che vorremmo fosse. C’è tutta la musica del mondo, l’imperfezione, ogni idea folle e probabile. Perché il silenzio è l’attimo prima di ogni cosa. Siamo noi, umani e fallibili. Idealmente possibili. Sensati.

Non sentire e non vedere. Come le opere che dodici artisti hanno installato nella Nuclear Exclusion Zone a Fukushima. Opere che nessuno vedrà fin quando le radiazioni, come un dolore, scenderanno sotto un livello accettabile. Che non diranno nulla finché l’uomo non saprà ascoltarle.

Come John Cage che tutto questo lo sapeva bene prima di tutti noi o quantomeno da quando si chiuse in una camera anecoica in cui non trovò il silenzio assoluto ma il rumore altrimenti muto dei suoi nervi e del suo sangue. Che tutto questo l’ha fatto diventare musica, musica per chi sa ascoltare. Quattro minuti e trentatré di silenzio apparente, di nervi e di sangue.

Qualcosa da imparare e che ostinatamente continuiamo a non sentire.

Lomb*art/Porti franchi e mani libere. L’arte ai confini della legge Arte e Imprese - Non Solo Artbonus
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