La successiva enunciazione dei motivi di giusta causa di revoca dell’organo amministrativo esclude l’esercizio abusivo sotteso all’esercizio della clausola (statutaria) simul stabunt simul cadent.

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La clausola simul stabunt simul cadent posta nello statuto di società capitalistica ha il precipuo scopo di evitare la gestione della società da parte di organo amministrativo minoritario, quando, per effetto della cessazione di alcuni consiglieri, sono venuti meno gli equilibri già definiti. Essa integra un meccanismo di scadenza anticipata del consiglio, quale condizione risolutiva del rapporto, eguale al caso di naturale scadenza del mandato, cui fa seguito la “prorogatio” dei poteri di tutti gli amministratori sino alla convocazione dell’assemblea, che nominerà il nuovo consiglio (v. art. 2386, 4° comma, c.c.).

L’istituto che sancisce la possibilità di conseguire la decadenza automatica dell’incarico amministrativo, nel suo normale operare, incontra – però – l’insuperabile linite nella clausola generale di buona fede, la quale permette di armonizzare il corretto ambito di operatività della clausola statutaria invocata dalla società, in sé lecita e legittima, arginando forme di un utilizzo improprio e strumentale (cfr. T. Milano, 24 maggio 2011, in Giur. merito, 2012, 3, 634, s.m.).

Può, infatti, accadere che la clausola in questione venga invocata al solo scopo di eludere il principio affermato all’art. 2383, 3° comma, c.c. che riconosce agli amministratori revocati il diritto al risarcimento del danno laddove la rimozione dall’incarico non fondi le proprie ragioni in una giusta causa di revoca (v. art. 2382, 3° comma, c.c.).

Va precisato che la nozione di giusta causa di revoca sottesa alla previsione di cui all’art. 2383, 3° comma, c.c. non presuppone l’inadempimento dell’amministratore: ai fini della giusta causa di revoca è sufficiente che siano addotti fatti che facciano venir meno l’affidamento dei soci sulle capacità ed attitudini dell’amministratore ovvero il rapporto fiduciario fra le parti. In questo senso possono assumere rilievo anche profili di abilità e di capacità manageriale ed imprenditoriale, viste in relazione alle aspettative che la società aveva riposto nell’amministratore al momento della scelta (T. Roma, 18 novembre 2014, in Rivista dottori commercialisti, 2015, 1, 122). Tuttavia, il venir meno del rapporto fiduciario tra organo gestorio e socio rileva ai fini di integrare una giusta causa di revoca del mandato solo quando i fatti che hanno determinato il venire meno dell’affidamento siano oggettivamente valutabili come fatti idonei a mettere in forse la correttezza e le attitudini gestionali dell’amministratore (cfr. Cass. 15 ottobre 2013, n. 2381, in Diritto & Giustizia, 16 ottobre 2013).

Quando la clausola simul stabunt simul cadent viene invocata al solo scopo di ottenere una revoca indiretta della carica di un solo amministratore, a costo zero per la società, l’uso che se ne fa è abusivo e legittima l’amministratore al risarcimento del danno (cfr. T. Milano, 24 maggio 2010 in Redazione Giuffré, 2011).

Così, l’applicazione della clausola statutaria che prevede che, a seguito della cessazione di taluni amministratori, cessi l’intero consiglio di amministrazione, deve avvenire nel rispetto del principio generale di buona fede e dei doveri di lealtà e correttezza che regolano i rapporti all’interno della società, di tal ché è illegittima laddove sia volta al solo fine di determinare l’estromissione di un amministratore eludendo il disposto di cui all’art. 2383, 3° comma, c.c. (cfr T. Milano, 7 novembre 2012, n. 12216 in Le società, 7, 2013).

E’ in questo solco giurisprudenziale che si situa la recente sentenza del Tribunale di Milano che ha ribadito che allorché la società si avvalga della clausola simul stabunt simul cadent per ottenere il risultato indiretto di estromettere un membro del consiglio di amministrazione si applica la disciplina della revoca ex art. 2383 c.c. (cfr. T. Milano, 13 marzo 2015, in Le società, 8-9, 2015, 1037). Tuttavia, la novità della decisione (che non ha precedenti sullo specifico punto) sta nel fatto che l’enunciazione dei motivi in astratto riconducibili a una giusta causa di revoca degli amministratori può essere operata anche da parte dell’assemblea chiamata per la nomina del nuovo consiglio di amministrazione (nel caso in esame il Tribunale aveva accertato sussistere un negozio indiretto di revoca (per giusta causa) allorché tutti gli amministratori dimissionari erano stati rinominati dall’assemblea la quale aveva, però, dedotto – a motivo della mancata rinomina dell’altro amministratore – inadempimenti tali da giustificare una revoca per giusta causa di cui era stata fornita adeguata prova in giudizio).

Concludendo l’applicazione “distorta” della clausola simul stabunt simul cadent legittima l’amministratore indirettamente revocato (in assenza di giusta causa di revoca) a chiedere il risarcimento del danno. Tuttavia i giusti motivi di revoca possono essere enunciati anche nella (successiva) assemblea chiamata, ai sensi dell’art. 2383 c.c., a nominare il nuovo organo gestorio in sostituzione di quello decaduto; e, se accertati, escludono l’intento abusivo della clausola.

(a cura dello Studio Legale de Tilla)

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