Un paio di metri cubi. Anche meno.

Se scriviamo e riconosciamo questi segni sulla tastiera, su ogni pagina, o su un muro lo dobbiamo tanto a chi ci ha fatto con un cervello coerente agli standard quanto a chi un giorno, forse per colpa del sole che gli scaldava troppo il deserto che aveva sotto i piedi o chissà perché, ha deciso che era ora di smetterla con i geroglifici e ha disegnato la testa di un toro, l‘ha rovesciata e poi chiamata A, la prima lettera di Alef ossia il toro nella sua lingua. Un mediorientale, probabilmente con gli occhi neri, se belli e impossibili nessuno lo sa.

È spesso un evento minore a scatenare una rivoluzione. Non la immaginava certamente Lutero, nel 1517. Non credo che gli uomini che si ritrovarono a Versailles nel 1789 sapessero esattamente a cosa sarebbero andati incontro e neanche i russi nel 1917. Sono bastati quattro musicisti a cambiare una generazione intera come fa ogni bambino che impara a esprimere le proprie idee.

Ogni storia è racchiusa in una qualsiasi tastiera come la musica è tutta in sette note. Sono le combinazioni, gli accenti, gli accordi e gli umori a fare la differenza. Sono le idee che con perseveranza e sfacciataggine qualcuno insegue, quelle che talvolta nascono dalle eventualità e dagli eventi. Spesso minori.

Tutto ciò che ci circonda è la combinazione di meno di una decina di elementi. Elettroni, fotoni, quark e poca altra roba compreso il bosone di cui non si sa un granché. E ogni cosa è immaginabile anche se, a volte, è davvero difficile.

Ma il mondo, in fondo, non è fatto di cose. È fatto di avvenimenti. Tentare di prevederli è quello che l’uomo ha sempre fatto, sbagliando e migliorando grazie alle visioni e al coraggio di qualcuno che ha saputo guardare un po’ più in là. È fatto di conoscenze, moderne e anacronistiche allo stesso tempo come atmosfere steampunk dal cui vapore si intravede il futuro. È fatto di caso e a questo, prima o poi, dovremmo abituarci.

Apparteniamo a una specie che non durerà a lungo, che ci mette del suo a essere causa della propria estinzione. Dovremmo studiare di più la fisica e il cielo che non le teorie economiche, quasi sempre sbagliate e mai imparziali per capire quanto siamo piccoli. Carlo Rovelli, in quel piccolo capolavoro intitolato ‘Sette piccole lezioni di fisica’, ci ricorda che ‘è puerile pensare che in quest’angolo periferico di una galassia delle più banali ci sia qualcosa di speciale’. Tenerlo a mente, ricordarci della nostra provvisorietà, del caso, degli eventi dovrebbe portarci a ridurre gli affanni. Ad avere maggior cura dell’esistenza e meno, molto meno delle cose.

Un po’ quello che in fondo diceva Tolstoj nel racconto che Joice definì la più grande storia che la letteratura abbia conosciuto: Se di molta terra abbia bisogno un uomo.

Ad un povero contadino, che aveva appena il necessario per vivere, accadde un giorno di imbattersi in una grande fortuna. Un contadino, che aveva un grande campo, promise che gli avrebbe regalato un pezzo di terra la cui misura sarebbe stata quella equivalente al tratto che il povero contadino fosse riuscito a percorrere tra l’alba e il tramonto. L’unica condizione era che, al tramonto, si sarebbe dovuto trovare al punto di partenza. All’inizio il povero contadino era molto felice: “certo non avrebbe avuto bisogno di tutto il giorno per avere un campicello che gli avesse consentito di vivere in abbondanza”. Cosi egli parti di buon umore, senza fretta e con passo tranquillo; ma, cammin facendo, si affaccio in lui il pensiero che avrebbe potuto sfruttare ancor meglio quest’unica opportunità, guadagnando terreno più possibile: e già si immaginava tutte le cose che avrebbe potuto fare con quella nuova ricchezza.

Il suo passo diventava sempre più veloce ed egli si orientava sempre verso il sole poiché non voleva in nessun caso mancare, quando fosse giunto il tramonto, al punto di partenza. Continuava a descrivere un cerchio sempre più grande, per allargare ancora e ancora il pezzo di terra. Lì vedeva un laghetto, qui un pascolo particolarmente fertile, lì ancora un boschetto. Il suo passo diveniva sempre più frettoloso, il suo respiro ansante e il sudore, causato dal continuo camminare e dalla paura, gli bagnava la fronte.

Finalmente, con un ultimo sforzo, raggiunse il traguardo.

Con l’ultimo raggio del tramonto, si era trovato al punto di partenza, cosi come era stabilito nei patti: ed ora che un immenso pezza di terra gli apparteneva, sfinito cadde a terra morto. Il suo cuore non era stato in grado di sopportare lo sforzo. E fu così che al contadino rimase solo un piccolo fazzoletto di terra per la sepoltura: ed era quello di cui ormai aveva bisogno.

Finissage Ohm (la resistenza, la memoria)
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