Bonus/Maalox

Gyptis scelse Protis come sposo porgendogli una coppa durante un banchetto che divenne di nozze. È così che nacque Marsiglia a un pranzo tra liguri e greci.

Forse per innamorarsi davvero bisogna aver mangiato assieme perché mangiare, quando non è sopravvivere, è sentire il profumo del basilico nella bocca di fronte mentre parla e ride, è ascoltare bevendo per il piacere di bere e di ascoltare. È coltivare menta e peperoncino per il ricordo che abbiamo di loro. Toccare il cibo con le mani e le mani con le mani.

Mangiare e bere assieme sono atti supremi. Sono passione, gusto, amore. Il cuore si mobilita per un nuovo trasloco, gli occhi vogliono la loro parte, il naso, come sempre, arriva ancora prima. È il sangue che scorre, la lingua che gusta e il gusto che scende in gola.

Per questo bisognerebbe aver cura del cibo e dei suoi luoghi come delle persone con cui li condividiamo. Per questo fa impressione l’assalto dei nuovi ristoranti, delle cucine sedicenti artigianali, dei food shop, delle hamburgerie 2.0, delle boutique della carne o dell’uovo sodo.

La bellezza di Babette è nella cura dei particolari, è l’attesa dei prodotti che arrivavano da lontano con una nave attesa trepidando, la ricerca e il sentimento da offrire ai commensali. È l’amore della scelta, del gusto, del cibo, dei profumi, del convivio e della creazione, l’arte faticosa della trasformazione della materia di Benvenuto Cellini che fonde il Perseo nella propria fucina. È l’economia del dono che nella generosità trova il suo ritorno.

In ogni cinema, oggi, quello che troviamo sono bocche piene di popcorn e l’aria che odora di pantofole bagnate, l’incapacità di gustare, di scegliere qualcosa che non sia imposto dall’interesse di un altro, con la carie, i brufoli, la cellulite annessi. La cucina è diventata spettacolo e affari, poca passione e poco spessore come una lievitazione sbagliata per disinteresse. Più profitto che distribuzione, resistenza di un’economia che ha fallito, superficiale e edonistica.

Risulta difficile, così, credere alla qualità in tutta questa quantità, alla professionalità di chi si improvvisa ristoratore o qualsiasi altra cosa. Di chi vende cibo come ieri faceva con le sigarette elettroniche, di chi cucina facendo i propri conti, di chi vende un contenitore senza conoscere il contenuto, senza conosce le materie prime che sono il fondamento, come la cultura per il pensiero.

È nella scelta dei prodotti che si assorbono le storie che diventeranno la nostra, è dal loro mercato che discende il nostro e non viceversa. È nella cura del cibo che mangiamo, delle persone con cui ci sediamo a tavola e delle letture che scegliamo che si riconosce la nostra curiosità. E’ nella fiducia che riponiamo in chi cucina per noi (non diversa da quella verso un medico che ci cura, un consulente imparziale, un amico generoso) la strada buona verso un sistema di flussi virtuosi e minore acidità. Di stomaco, anche.

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(G come Guarire è un estratto di una delle undici serie del ‘Vocabolario della Cucina’ di Fabio Picchi. Uno che alle materie prime ci tiene. E si sente)

FocusOn 2.15 Delitto imperfetto
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