Di ladri e dentisti (in senso buono)

Willie Sutton era un ladro. Era ‘il Ladro’, anzi. Ha attraversato la grande depressione, le due guerre mondiali, ogni congiuntura della prima metà del ‘900 e molti ingressi di banche, sempre per prelevare.

Ha lavorato sodo, con metodo e cultura, come se la sua fosse una missione: odiava i Rockfeller e J.P. Morgan e rapinava i loro istituti. Lo faceva armato ma senza mai sparare un colpo, sempre travestito come per firmare la ricevuta.

Lo faceva per soldi e senza avidità, senza violenza e senza rimorso perché le banche, per lui e per molti, erano l’Idra dei tempi moderni. Le rapinava perché vedeva in loro il principio delle diseguaglianze, la causa delle crisi economiche e della povertà e dei morti che ogni recessione si porta in dote. Perché reputava i banchieri più ladri di quando non fosse lui, gente che non amava il denaro ma il suo possesso.

Nel 1928, proprio mentre Sutton stava per diventare un eroe popolare, tra Robin Hood e Banda Bassotti, John Maynard Keynes immaginava il futuro del capitalismo e della cultura bancaria.

‘Possibilità economiche per i nostri nipoti’, è ancora oggi una lettura visionaria e illuminante, una rivoluzione modernissima e, ahimè, ancora oggi incompiuta: la prospettiva che ‘l’accumulazione della ricchezza, l’amore per il possesso del denaro è destinata a diventare, agli occhi di tutti, un’attitudine morbosa e repellente, una di quelle inclinazioni a metà criminali e a metà patologiche’.

Un po’ quello che ‘Willie l’attore’ pensava delle banche. Un po’ quello che dovremmo pensare tutti di fronte a certe cose. Perché le banche, a un certo punto, hanno smesso di fare le banche, di farle bene. Hanno finanziato ovunque immaginassero un profitto, accecate dall’interesse composto come fosse una religione. Oltre il ragionevole, senza rigore, senza senso. Con incompetenza. Hanno perso di vista il proprio mestiere elargendo denaro agli amici, agli amici degli amici e a qualche impostore.

‘Perché rapinava solo le banche, signor Sutton?’. ‘Perché era lì che c’erano i soldi’. Questa frase rese Sutton ancora più celebre e celebrato, anche se Sutton non la disse mai ma l’inventò qualche giornalista.

Arrivato il momento di rendere conto, di riportare a casa i soldi la banche non sono andate da quegli amici, e amici di amici e impostori che, nel frattempo i soldi delle banche li avevano persi in imprese che nessuno avrebbe mai dovuto finanziare, non a quel modo. Sono andati lì, dove c’erano i soldi: dalle imprese sane, quelle che hanno fatto la nostra economia, obbligate a rientrare, costringendole a pagare anche le colpe degli altri e gli errori delle banche.

È così che sono andate le cose, nell’America di Sutton, nell’Europa di Keynes, nella nostra Italia. È così che è iniziata la crisi: per incompetenza, ingordigia e ingratitudine.

Anche se Keynes ci aveva avvisato: ‘Il tempo non è ancora venuto: per almeno un altro centinaio di anni dovremo fingere con noi stessi. Per un altro po’ i nostri dei continueranno a essere gli stessi: l’avarizia e l’usura. Ma sarebbe davvero magnifico se gli economisti, invece, riuscissero a pensarsi come una categoria di persone utili e competenti: come i dentisti’.

Lo confesso Pecunia non olet, ma ciò che ci facciamo
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