‘do androids dream of electric sheep?’

Un rapporto dello scorso anno pubblicato da Carl Frey e Michael Osborne, due ricercatori di Oxford, ha prefigurato i mondi in cui l’uomo, da qui a vent’anni, non servirà più (o quasi) e i computer svolgeranno ogni attività (o quasi). Contabili e revisori inclusi (e i magazzinieri di Amazon).

Tutto ciò che potrà essere automatizzato lo sarà ma non sarà fantascienza o filosofia. Non sarà la fine del mondo ma di certo la fine dell’economia, quella che conosciamo oggi. O meglio: quella che crediamo di conoscere senza sapere che la prossima è già presente.

Vi sono state epoche e culture in cui lo status sociale era definito dall’elargizione di doni, dalla generosità come motore, dalla apertura e dallo scambio partecipativo, senza interesse. L’economia di mercato ha ribaltato la prospettiva, modificato i canoni: possedere e acquisire, più che donare, ha segnato la cifra del successo degli ultimi decenni. Produrre e accumulare.

Ma il mondo cambia, cambia sempre, e il futuro arriva un giorno alla volta mentre qualcuno se ne accorge prima. Rolf Jensen, economista e visionario danese, ha visto una quindicina di anni fa il nostro presente fatto di macchine efficienti e di un’economia diversa dove la narrazione conta più dell’informazione, dove le storie sono la materia da produrre.

Viviamo, al di là della crisi o forse grazie a questa, in un mondo risvegliato in cui la crescita non è più possibile e chissà se auspicabile, un mondo che non ha più bisogno di beni per i beni, un mondo che cerca sogni e emozioni anche in ciò che produce.

L’abbiamo già detto: niente sarà più come prima e non è detto che sia un male. Occorre lavorare sull’immaginario, modificare le strutture gestionali, cambiare il nostro rapporto con il profitto. Cercare una nuova energia. Perché nessuna fonte è più rinnovabile dei sogni degli uomini. Contabili e revisori inclusi.

 

'Ho un dono e ve lo dono' (cit.) divagazioni
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